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Il documento approvato con 8 voti contrari, tra cui chi scrive, il 25 marzo scorso alla conclusione dell'ultimo Comitato Centrale, sintetizza bene la situazione di impasse in cui si trova attualmente la Fiom. Non c'è dubbio che la sconfitta elettorale del centro-sinistra oltre ad aver travolto il gruppo dirigente della Cgil ha in qualche modo investito anche quello dei meccanici che su tale scenario, pur con le sfumature e i distinguo del caso, aveva comunque puntato.

Dimostrazione palese ne è stata la candidatura alle elezioni di esponenti di spicco dell'organizzazione, su tutti Giorgio Airaudo nelle liste di Sel che ha preso un misero 3%.

Sul versante politico il disorientamento è tale che la Segreteria Nazionale non è riuscita a proporre altro che una lettere a “tutti i gruppi parlamentari” in cui si chiede udienza per sottoporre a discussione i temi sul lavoro cari alla Fiom già più volte sollevati. Non può sfuggire la velleità di una iniziativa di tal genere, a maggior ragione in questo quadro parlamentare.

Dal punto di vista dell'iniziativa sindacale stanno emergendo sempre più macroscopici gli effetti delle contraddizioni nella linea accumulate negli scorsi mesi.

Sul versante della Carta rivendicativa per la riconquista del contratto nazionale in Federmeccanica, il dibattito del Comitato centrale ha palesato quanto ammonito dai compagni della Rete28Aprile, tra cui il sottoscritto, in più occasioni. La balcanizzazione con cui si sta portando avanti quanto deciso a Cervia a gennaio di quest'anno è ormai un dato di fatto. Ci sono territori (pochi e concentrati fondamentalmente nell'Emilia Romagna) in cui la Carta rivendicativa si presenta pedissequamente in tutte le aziende, altri in cui viene ritenuta uno “strumento” da utilizzare o meno a seconda delle necessità ed altri in cui di Carta rivendicativa non si è mai nemmeno sentito parlare. Che su 356mila lavoratori aventi diritto coinvolti dal referendum della Fiom abbia votato solo all'incirca il 54% dimostra ulteriormente la scarsa convinzione con cui questa linea, approvata dal gruppo dirigente a stragrande maggioranza, sta vivendo nel corpo dell'organizzazione.

Al punto che alla fine della riunione non si è riusciti nemmeno a proclamare una giornata unica di sciopero generale ma si è ripiegato su una manifestazione nazionale al sabato. Manifestazione che lascerà però flebilmente sullo sfondo le questioni contrattuali.

Le iniziative di sciopero invece sono sommessamente demandate alla gestione aziendale o provinciale di quelle “famose” quattro ore proclamate a gennaio e che ad oggi ancora nessuno si era nemmeno degnato di prendere in considerazione. Dubitare che queste ore di sciopero saranno mai effettivamente fatte se non in rari casi è quanto meno lecito.

 

Le conseguenze dell'accettazione dell'accordo del 28 giugno

 

Il resto dell'iniziativa sindacale (se tale può definirsi) viene lasciata nelle mani della confederazione e della trattativa che essa sta portando avanti con Cisl Uil e Confindustria in merito all'applicazione della parte dell'accordo del 28 giugno inerente alla rappresentanza. Trattativa che si sa già essere a perdere. Infatti, come ampiamente illustrato dal compagno Solari della Segreteria Nazionale Cgil, se accordo sarà, non prevederà il voto referendario di tutti i lavoratori sui contratti firmati, e soprattutto implicherà la concessione della clausola di esigibilità degli accordi. Ovvero la limitazione al diritto di sciopero delle organizzazioni sindacali.

Su questo punto si aprono le maggiori contraddizioni nella linea del gruppo dirigente della Fiom. Di principio non dovrebbe assolutamente accettare un accordo di quel tipo. Tuttavia non vi è dubbio che esso sarebbe assolutamente in linea con quanto previsto da quell'intesa del 28 giugno che, se in un primo tempo avevamo osteggiato, ora si sta rivendicando percorrendo addirittura le vie legali per chiederne il rispetto. È evidente il vicolo cieco in cui questo eccesso di tatticismo ci sta portando.

Prevale l'attendismo

In questo momento, ad eccezione dell'Emilia Romagna dove ancora si sta tentando di mobilitare le fabbriche sulla questione della carta rivendicativa, il “non detto” è che l'organizzazione si sta concentrando essenzialmente sull'attesa. Da un lato dell'esito delle vertenze legali inerenti sia appunto il mancato rispetto dell'accordo del 28 Giugno (la prima udienza sarà il 14 aprile) che la vicenda Fiat su cui il 2 di luglio la Corte Costituzionale darà una parola definitiva, almeno dal punto di vista della legalità borghese.

Dall'altro attesa della conclusione della trattativa sui tavoli per il rinnovo dei contratti nazionali delle cooperative e dell'API (piccole e medie imprese). Su questo versante il terreno risulta essere particolarmente insidioso. È evidente che la pressione e la speranza di arrivare a firmare un contratto nazionale dopo anni e dimostrare così che “anche la Fiom fa i contratti” rischia di portare a pesanti mediazioni al ribasso.

Se nell'API ancora la trattativa non è iniziata per il tentativo di boicottaggio da parte di Fim e Uilm che assolutamente non vogliono un contratto unitario con la Fiom, sul versante delle cooperative il tavolo potrebbe giungere a conclusione già il prossimo 18 aprile.

Dalla bozza di piattaforma fatta circolare emerge come, pur essendo riusciti a non penalizzare ma anzi a migliorare il trattamento di malattia, sul capitolo del precariato, del part time ma soprattutto del salario e dell'orario di lavoro c'è una disponibilità ad accettare quanto previsto dal contratto separato di Federmeccanica.

Sul fronte salariale, siglando gli stessi aumenti di Federmeccanica, accettiamo esplicitamente quell'indice IPCA previsto dall'accordo interconfederale separato del 2009 che sancisce l'impossibilità per i contratti nazionali di difendere il potere d'acquisto dei salari.

Gli altri assi portanti del fondamentale capitolo sull'orario di lavoro contenuto in questa bozza di piattaforma con le cooperative sono: l'introduzione del concetto di orario medio settimanale e non più massimo di 40 ore, l'utilizzo unilaterale della plurisettimanalità da parte aziendale, il blocco di 3 giorni di permesso e lo strumento dei recuperi delle ore di lavoro perdute a causa “di forza maggiore”, come previsto dal contratto separato siglato con  Federmeccanica.

Non solo. È vero che nel testo pare non esserci alcun riferimento alle deroghe così come invece previsto dall'art.5 del ccnl Federmeccanica. Tuttavia le parti si impegnano a dare attuazione agli accordi confederali, leggi accordo del 28 giugno che, come noto, prevede proprio quelle famose “intese modificative” di cui sopra. Ancora una volta l'essersi piegati all'accettazione di quell'accordo confederale alla fine metterà in grosse difficoltà l'organizzazione creando laceranti contraddizioni. Firmare un contratto nazionale su queste basi oltre a essere un grave errore ne sarebbe una palese dimostrazione.

 

Quale discussione per il futuro della Fiom?

 

Tutto quanto sopra descritto dimostra come la linea di mediazione tra una concertazione che non ha più margini ed una conflittualità poco convinta sta giungendo al capolinea. In Fiom, così come in tutta la Cgil, la discussione che si impone, anche in vista del prossimo congresso, è di imprescindibile natura strategica, politica ed ideologica.

La crisi strutturale e di sistema del capitalismo non lascia più alcuno spazio alla “mediazione sociale”, nemmeno a quella al ribasso degli anni novanta. Al contrario impone a tutte le organizzazioni del movimento operaio, politiche e sindacali, di decidere inequivocabilmente da che parte stare: o con il grande capitale o contro di esso. Da questa decisione dipenderà il futuro della Fiom e dei suoi 112 anni di storia gloriosa. La manifestazione convocata per il 18 maggio, che a dire di Landini dovrà coinvolgere non solo i lavoratori ma anche i giovani, i precari e gli studenti, deve essere un'occasione per riaprire il conflitto. Promuovere la manifestazione è sicuramente positivo ma non è sufficiente. Per noi, attivisti e militanti sindacali, deve rappresentare l'occasione per riaprire la partita sulla Fiat, sulla necessità di una piattaforma adeguata per i lavoratori, sulla questione del contratto, per offrire a chi paga questa crisi in prima persona una prospettiva di mobilitazione per uscire dall'impasse in cui ci hanno portato.

 

*Comitato Centrale Fiom-Cgil

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