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Il 4 giugno con un decreto ad hoc il governo ha commissariato l'Ilva. Un passaggio ritenuto indispensabile per dipanare la matassa giudiziaria che continua a colpire i Riva, la famiglia proprietaria del gruppo, accusata di disastro ambientale.

Il commissariamento avviene infatti dopo che la magistratura ha ordinato il sequestro di beni per 8,1 miliardi di euro(cifra che dovrebbe corrispondere ai danni provocato dall’azienda alla città di Taranto), alla Riva fire, la holding che controlla l'Ilva di cui i Riva sono i maggiori azionisti. Il sequestro è motivato dal mancato adempimento da parte dell'azienda all'Aia, l'autorizzazione integrata ambientale che il governo Monti aveva concesso ai Riva per poter continuare a produrre. L'Ispra(istituto di ricerca ambientale) nel primo monitoraggio del mese di marzo ha accertato che ci sono inadempienze nel rispetto dell'Aia e della tabella di marcia prescritta per mettere a norma gli impianti. Non solo; la procura di Milano indaga i Riva per truffa ai danni dello Stato e trasferimento fittizio di beni, avendo sottratto 1,2 miliardi di euro alla finanziaria di famiglia, per trasferirli all'estero piuttosto che investirli nel risanamento ambientale.

La conseguenza diretta del sequestro dei beni è stata la dimissione dei vertici dell'acciaieria, a cominciare dal presidente Ferrante e l'amministratore delegato Bondi, arrivando poi ai dirigenti aziendali e capi di fabbrica che hanno lamentato l'impossibilità di poter svolgere il proprio lavoro in queste condizioni.

Per l'ennesima volta l'azienda ha minacciato la chiusura della fabbrica e il governo è intervenuto con un ulteriore decreto.

 


Tutto cambia perchè tutto resti uguale


A prima vista il commissariamento dell'Ilva, come tra l'altro veniva chiesto da più parti, può sembrare un passo in avanti nell'obbligo di messa a norma degli impianti, ma è davvero così? La risposta è no!

Senza troppo imbarazzo il Consiglio dei Ministri ha nominato commissario Enrico Bondi, che  da pochi mesi era stato scelto dai Riva come amministratore delegato dell'Ilva. Bondi, attualmente indagato per il dossier Telecom, è una delle figure note del capitalismo italiano, avendo gestito in passato la ristrutturazione della Montedison e la Parmalat dopo il crack finanziario, fino ad arrivare appunto all'acciaieria tarantina.

Si chiama a risanare colui che era a capo dell'azienda mentre le prescrizioni dell'Aia non venivano attuate, lo stesso amministratore delegato dimessosi per protesta contro il sequestro ordinato dalla procura di Taranto rispetto a cui aveva presentato ricorso.

Ma anche questa scelta conciliante per i padroni è troppo. Non sono mancate dichiarazioni di sdegno da parte delle associazioni industriali, preoccupate dell'esito di questa scelta. Per Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, questa scelta crea un pericolosissimo precedente per  “tutta la media e grande impresa nazionale, perché vale per tutti i siti di interesse nazionale, che fino a oggi sono tutte le fabbriche con più di 200 addetti, vale a dire tutta la media e grande impresa nazionale. Ognuna di queste fabbriche da oggi rischia di essere commissariata non per decisione di un Giudice, ma soltanto per contestazioni di violazione di norme ambientali effettuata da un Pm inaudita altera parte».

Per Squinzi, presidente di Confindustria, “se non rispetteremo i diritti della proprietà e tutto quello che è connesso a un'attività manifatturiera di questo tipo sarà poi difficile richiamare in Italia investimenti esteri e impossibile svolgere attività siderurgiche: temo che tutto ciò possa allargarsi a macchia d'olio, ad altri settori come la chimica”.

A tranquillizzare tutti ci pensa il ministra dell'ambiente Orlando; il commissariamento “è fortemente connesso all’andamento dell’Aia e l’orizzonte massimo è quello previsto dalla realizzazione dell’Aia: questo chiarisce che non è un esproprio o una limitazione senza ratio della proprietà ma una decisione legata agli obiettivi che la legge propone”.

La scelta del governo va chiaramente nell'indicazione di salvaguardare quella che viene definita la continuità aziendale, ma che altro non è che la continuità della proprietà da parte di Riva, nonostante le violazioni accertate, ultimo atto di una serie di responsabilità.

Tutto ciò emerge con maggiore chiarezza se si va a guardare cosa contiene concretamente il decreto per il commissariamento.

La nomina di commissario durerà un anno e sarà rinnovabile per altri 2, Bondi assumerà le funzioni amministrative dell'azienda, i cui organismi sono sospesi. Oltre al commissario ci sarà un subcommissario e un gruppo di esperti scelti dal Ministero dell'Ambiente. Gli esperti hanno 60 giorni per presentare un piano per la tutela ambientale e sanitaria dei lavoratori e della popolazione, in conformità con le leggi vigenti europee e nazionali. Questo significa che verrà ridisegnata l'Aia con tempi e modi diversi rispetto a quanto fino ad ora era stato chiesto alla proprietà, che avrà comunque 10 giorni di tempo per poter far pervenire le proprie osservazioni in merito al piano. Zanonato, Ministro delle Attività Produttive è chiaro al riguardo: il decreto "é costruito per rispettare la proprietà e non per distruggerla. La proprietà se vuole può vendere, partecipa e viene informata di tutte le decisioni assunte”.

Insomma la priorità del risanamento rispetto ai profitti è solo dichiarata, ma in concreto si aprono strade che vanno nella direzione opposta. Al commissario spetterà presentare un piano industriale; anche su questo versante è tutto da vedere cosa accadrà.

Ma se pure, nell’ipotesi più rosea e improbabile, le cose dovessero andare nella direzione di attuare interventi pesanti da parte del commissariamento cosa accadrebbe dopo?

Considerando che il commissariamento è a termine, e i Riva rientreranno in possesso della gestione dell’azienda, il giorno dopo si riaprirebbero tutti i problemi visti in questi anni, in una città attraversata da un’ emergenza sanitaria, come confermano i recenti dati del registro tumori.

Rimane poi il problema dei soldi da investire per i lavori di ambientalizzazione, senza considerare i costi delle bonifiche. L’Ilva come società non possiede i capitali necessari, perché i Riva hanno scorporato l’azienda dalla Riva Fire. Per il governo i soldi dovrebbero essere presi dagli 8,1 miliardi di beni sequestrati ai Riva, ma il ministro Zanonato ha parlato di solo 1,5 miliardi di euro come cifra necessaria per attuare gli interventi previsti dall’Aia, una cifra assolutamente sottostimata. Insomma c’è il rischio concreto che  il commissariamento si riduca ad un’ ennesima concessione ai Riva.

 


Nessuna fiducia nelle istituzioni


La crisi aperta dalle dimissioni dei vertici dell’azienda ha riaperto il dibattito su come proseguire nella produzione nonostante la non volontà dei Riva di investire per garantire la salute e la salvaguardia dell’ambiente dei cittadini e dei lavoratori. Va detto chiaramente che quello che è fallito nel corsi di questi anni è il processo di privatizzazione che ha permesso ai Riva di avere a prezzo stracciato l’acciaieria tarantina e poter fare ingenti profitti sulla pelle dei tarantini e dei lavoratori.

La scelta del governo di salvaguardare ancora una volta la proprietà aziendale non porterà a nessun cambiamento radicale, così come invece è necessario.

Oggi a Taranto, più che in qualsiasi altro luogo, emerge la necessità di una battaglia per la nazionalizzazione del più importante stabilimento siderurgico italiano.

Ci sono alcuni settori che avanzano questa proposta, come l’Usb e il Prc, la cui cellula di fabbrica ha cominciato una raccolta di firme in tal senso. Questa proposta deve farsi strada anche all’interno della Fiom, che ha ribadito la necessità di arrivare ad un nuovo assetto proprietario, nell’ambito dell’applicazione della legge 231 del 2012, fino alla fuoriusciti dei Riva dall’azienda, anche arrivando ad un possibile esproprio.

L’esperienza di tutta la storia dell’Ilva, e particolarmente dall’intervento della procura con i suoi provvedimenti, iniziati nell’estate scorsa, dimostra che per una soluzione che tuteli lavoro e salute non ci si possa affidare nè al governo nè alle istituzioni locali. Nemmeno la magistratura può assolvere questo ruolo: infatti, aldilà di qualche suo elemento più avanzato ma tutto sommato isolato, come istituzione ha tutelato gli interessi complessivi della classe dominante e dei Riva.

Si deve ripartire dal protagonismo dei lavoratori e dei cittadini di Taranto, gli unici che possono e devono prendere in mano la situazione, controllare e gestire in prima persona lo stabilimento e imporre la requisizione di tutto il patrimonio, aziendale e privato, dei Riva, necessario per risanare l’acciaieria.

Se non se ne occuperanno i lavoratori, nessun altro lo farà!

È necessario aprire una nuova stagione, che ridiscuta la produzione, le condizioni di lavoro in fabbrica, il controllo dei lavoratori e dei cittadini su quello che avviene in fabbrica e fuori e per farlo bisogna espropriare l’azienda ai Riva e nazionalizzarla sotto il controllo dei lavoratori. Diversamente da quello che pensa il ministro Zanonato, a loro non va garantito proprio niente!

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