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Il tre novembre dello scorso anno, Electrolux ha annunciato un feroce piano di ristrutturazione che ha scatenato la pronta reazione dei lavoratori e, come corollario, un acceso dibattito sui giornali e nel paese.


L’azienda svedese, che nel 2004 ha assorbito la Zanussi, ha poi messo nero su bianco le sue intenzioni nel gennaio scorso. Intenzioni che prevedevano il rischio chiusura per almeno due dei quattro stabilimenti presenti in Italia (Forlì, Porcia, Susegana e Solaro: totale seimila dipendenti), circa un migliaio di esuberi, tagli al salario ed un massiccio trasferimento di importanti produzioni di modelli di elettrodomestici in Polonia, dove si può produrre abbattendo sensibilmente il costo del lavoro (circa sei o sette volte inferiore).

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 Un presidio allo stabilimento di Forlì

È stato questo l’elemento che ha fatto divampare un burrascoso confronto politico e sindacale che ha avuto una vasta eco su TV e giornali. L’Electrolux si era conquistata negli anni novanta la fama di fabbrica concertativa, con commissioni paritetiche tra azienda e sindacati, forme di sperimentazione di collaborazione tra azienda e delegati sindacali e discussioni aperte sull’organizzazione aziendale. Ora si è voluta utilizzare questa ennesima ristrutturazione per sottolineare a caratteri cubitali la necessità che i lavoratori italiani accettino nuovi sacrifici per permettere al paese di competere in Europa.
La reazione dei lavoratori si è così configurata: centocinquanta ore di sciopero, cento giorni di presidio alle portinerie e, nella prima metà di febbraio, il blocco totale dell’uscita merci dagli stabilimenti.
Il 14 maggio viene firmato un accordo sul piano industriale 2014-2017, signifiicativamente alla presenza di Renzi che, dopo gli 80 euro in busta paga, non si lascia sfuggire l’occasione di annunciare davanti alle telecamere il salvataggio dei posti di lavoro.
Il piano è incardinato attorno all’utilizzo dei contratti di solidarietà, per i quali l’azienda ottiene sei milioni di euro di sgravi contributivi. Il tutto corredato da un taglio alle pause (viene ridotta del 50% la pausa di dieci minuti strappata con le lotte nel 2009) e una riduzione della produzione, e dell’occupazione, del 40%.
Si è tanto parlato, molto a sproposito, degli impegni presi da Electrolux che si dissangua pur di mantenere tutti e quattro gli stabilimenti e mette sul tavolo 150 milioni di euro. Peccato che due terzi di questi soldi, come il ministro allo sviluppo economico Guidi ammette candidamente in una intervista a La Repubblica del 16 maggio, vengono da finanziamenti statali e regionali. Ed è bene ricordare che per l'operazione di acquisizione della Zanussi, l'Electrolux nel 1984, ha ricevuto dalla Regione Friuli 50 miliardi di lire e 25 miliardi di prestito agevolato.
Qui a fare i sacrifici sono sempre e solo i lavoratori! Che sono costretti ad accettare di lavorare a ritmi più alti con salari più bassi!
Il nuovo piano industriale prevede un aumento dal 5 al 10% (a seconda degli stabilimenti) dei pezzi da produrre. I lavoratori saranno costretti a fare in sei ore quello che prima facevano in otto.
Un terribile inasprimento dei ritmi produttivi in stabilimenti in cui già oggi 1/3 dei lavoratori soffre di malattie muscolo-scheletriche e, per non farsi mancare proprio nulla, c’è anche un attacco ai diritti sindacali, con un taglio del 60% alle agibilità sindacali dei delegati.
Tutti i posti di lavoro almeno sono al sicuro?
No! Nello stabilimento di Forlì è già ripartita la cassa integrazione e si è già partiti con la mobilità infra-gruppo con trasferimenti anche a 100 chilometri di distanza da casa.
Quella che si è conclusa con la firma del nuovo piano industriale da parte di tutti i sindacati, di Electrolux, Confindustria e del governo è l’ennesima ristrutturazione nel gruppo Electrolux.
Nei primi anni duemila fu una delle prime aziende ad utilizzare il lavoro a chiamata, quell’odioso strumento introdotto dalla flessibilità selvaggia, per cui metà del mese sei pagato e l’altra metà sei chiamato a lavorare solo se servi.
Solo dal 2011 al 2012 c’erano già state altre tre ristrutturazione e l’utilizzo dei contratti di solidarietà difensivi, che evidentemente hanno difeso ben poco.
Adesso, sulla base del ricatto del mantenimento del posto di lavoro si è costretti a mandare giù pesanti arretramenti sul terreno dei diritti e delle condizioni di lavoro.
La crisi economica, la disoccupazione dilagante e l’assenza in questo momento di mobilitazioni di massa in Italia aiutano a decifrare l’80% di Sì da parte dei lavoratori al referendum sull’accordo del 14 maggio.
Più misterioso risulta, in occasione della firma sull’accordo Electrolux, il rafforzamento della liason tra Landini e Renzi, già iniziata quando il segretario della Fiom scrisse una lettera molto benevola al neo Presidente del Consiglio e proseguita sulla scia degli ottanta euro in busta paga.
Landini è sicuro che fino al 2017 non vi saranno altre ristrutturazioni in Electrolux, noi siamo pronti a scommettere al contrario.
Non possono esserci solide prospettive dietro i continui arretramenti. Sarà solo all’interno di una mobilitazione generale che anche in Electrolux si potrà riconquistare tutto quello che i padroni ci stanno togliendo.

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