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A più di un anno dall’avvio dell’inchiesta della procura di Taranto contro i Riva, ancora non si vede una via d’uscita per il futuro della siderurgia in Italia. A tenere banco nel dibattito delle scorse settimane è stato l’ennesimo ricatto sui lavoratori perpetrato da parte della proprietà del gruppo.


Una modalità non nuova, che questa volta ha riguardato i gruppi presenti prevalentemente nel Nord Italia, con la sola eccezione di Taranto Energia, che ha sede nel capoluogo pugliese.
La Guardia di finanza di Taranto e quella di Milano hanno disposto un sequestro di beni riferiti a 13 società collegate o controllate dalla holding Riva Fire, la stessa che controlla l’Ilva.
Un sequestro preventivo, come già successo a maggio, questa volta per beni di un valore di quasi un miliardo di euro.
La risposta vergognosa dei Riva è stata la messa in libertà di 1.400 dipendenti di sette società coinvolte e la minaccia di licenziamento.
A smentire le dichiarazioni di Riva Acciaio è stata la stessa procura di Taranto che ha specificato che i beni sequestrati restano nella disponibilità delle aziende per il loro funzionamento, non prevedendo alcun divieto d’uso, seppur sottoposti al custode giudiziario e non a disposizione del commissario Bondi, come vorrebbero i Riva.
Per ora le minacce sono rientrate, ma con quale obiettivo sono state mosse da parte della proprietà?
Si sta discutendo in queste ore di un ennesimo provvedimento ad hoc per l’azienda, si tratterebbe del terzo in un anno. Rinviata l’ipotesi di un decreto, al Senato si discute di alcuni emendamenti da inserire nel testo del decreto legge sulla Pubblica amministrazione. L’obiettivo è sostanzialmente quello di trovare un ulteriore escamotage per far continuare tutto come se nulla fosse, in particolare l’azienda batte i pugni sul tavolo per ottenere che in caso di sequestro preventivo si possano utilizzare fondi e beni per poter garantire la continuità produttiva. Cambierebbe quindi il ruolo del custode giudiziario che da gestore delle aziende sequestrate, diventerebbe semplicemente il controllore dell’operato della proprietà e della sua sacralità.
L’ipotesi più probabile è che si estenda all’insieme delle società controllate dal gruppo il commissariamento che riguarda l’Ilva, il che significa dare a Bondi tutto il potere per poter gestire al meglio l’intera partita. Insomma un ulteriore regalo per i Riva, dopo i due decreti salva-Ilva.
Intanto, dall’inchiesta della magistratura emerge come ci fosse una rete di fiduciari dei Riva, che in contatto con loro prendevano decisioni per l’azienda, una sorta di governo ombra che coinvolge 19 fiduciari.
Se attorno alle società controllate c’è stato tanto clamore è perché sono proprio le società controllate a fornire alla proprietà il valore patrimoniale per potere ottenere i prestiti necessari per l’Aia che ammontano a 2,4 miliardi.
Ma a che punto sono la messa a norma degli impianti e le bonifiche previste dall’Aia?
Nel luglio scorso le cokerie hanno sfiorato il limite delle emissioni di benzene, uno dei veleni considerati più pericolosi. Emissioni al di sopra del limite, ritardi nella copertura dei parchi minerali, bonifiche che non rispettano i tempi, un dato sui tumori che dice di 9mila persone ammalate. Come se non bastasse l’Unione europea ha aperto un procedimento di infrazione per l’Italia per il mancato rispetto delle emissioni proprio per le vicende Ilva, con il rischio di una multa salatissima.
Come abbiamo ribadito più volte l’unica soluzione per uscire da una tragedia che rischia di tramutarsi in una farsa è la nazionalizzazione dell’Ilva sotto il controllo dei lavoratori. Rimanendo sul terreno che propone il governo nessuno dei nodi può essere sciolto. Il loro unico obiettivo è quello di trovare forme che consentano semplificazioni e accelerazioni dei provvedimenti da prendere per salvaguardare la proprietà, il nostro è difendere, contro i Riva e questo governo, posti di lavoro, ambiente e salute!

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