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“L’autonomia negoziale è il nodo irrisolto della Cgil”

 

La Fiom chiama i metalmeccanici allo sciopero generale mentre il tavolo separato di Federmeccanica con Fim e Uilm pare procedere a tutto vapore. Come si trasmette ai lavoratori il significato di questa rottura, come si motivano a partecipare a una lotta in queste condizioni?

È chiaro che in un contesto di crisi, licenziamenti, chiusure i lavoratori preferirebbero una situazione sindacale diversa. Tuttavia i padroni pensano, anche nel pieno della crisi, di attuare un disegno preciso in applicazione dell’accordo separato, che è particolarmente grave perché non è la ripetizione di accordi separati che ci sono stati in passato nei meccanici

Si vuole definire quello che si potrà o non si potrà chiedere nel contratto nazionale e nella contrattazione aziendale. Tutto questo avviene senza nessuna validazione democratica da parte dei lavoratori.

Confindustria e le altre organizzazioni sindacali utilizzano la crisi che mette in difficoltà i lavoratori, per ridefinire un assetto complessivo del paese, innanzitutto per quanto riguarda la situazione sociale ma con ovvie conseguenze sull’assetto generale, istituzionale e politico.

In diverse crisi aziendali emergono forme di conflitto e di resistenza a oltranza. Il caso Innse ha fatto scuola, ma non è certo l’unico. La Fiom, e in generale il sindacato, in queste battaglie come si può collocare? Spesso in queste vertenze il rapporto col sindacato si dimostra problematico.

Intanto va detto che queste vertenze sono assai differenziate fra loro. All’Innse era l’unica forma di lotta possibile per impedire lo smontaggio delle macchine. Altre forme di lotta sarebbero state testimoniali, perché una volta smontate quelle macchine non sarebbe stato possibile rimontarle.

In altre situazioni, come lo sciopero della fame dell’operaio della Cnh di Imola, o i lavoratori con le taniche di benzina, nascono da un punto di partenza sconvolgente che sono i licenziamenti. Quando si parla di licenziamenti e chiusure non c’è un manuale delle forme di lotta, di volta in volta gestisci nel rapporto diretto con i lavoratori.

Deve essere chiaro anche che l’Innse è venuta dopo 15 mesi di presidio. I criteri sono tre. L’unità dei lavoratori, senza la quale si rischia la lotta senza sbocco, disperata; secondo, il rapporto tra la forma di lotta e l’obiettivo che ci si dà. All’Innse l’obiettivo era impedire lo smontaggio, poi si è manifestata la possibilità di chiudere con un acquirente e si è quindi andati oltre. In altre situazioni l’obiettivo era l’apertura del tavolo ministeriale. Il terzo elemento è la gestione democratica, nel rapporto con i lavoratori che compiono queste scelte, ma anche con gli altri lavoratori che magari presidiano lo stabilimento e attuano altre forme di lotta.

Emerge anche una richiesta di visibilità, su cui c’è un problema con i mezzi d’informazione di questo paese; inoltre sono necessari momento di unificazione delle iniziative. Per questo nella nostra piattaforma abbiamo indicato l’obiettivo del blocco dei licenziamenti precisamente per proporre un terreno di unificazione di queste lotte, che non sono solo quelle che finiscono sui giornali, ma sono decine e decine in tutta Italia; ormai non c’è un territorio dove non vi siano degli stabilimenti presidiati da mesi.

Alla Innse alla fine è uscito un acquirente, ma è chiaro non sempre vi sarà un compratore, si rischia una desertificazione industriale. Quali possono essere le forme di un intervento pubblico? Pensi che abbia senso proporre un intervento dello Stato per salvaguardare pezzi di patrimonio industriale, oltre che i posti di lavoro?

Il problema dell’intervento pubblico si ripropone, la logica delle privatizzazioni è una delle cause della situazione attuale. Questa crisi non è riconducibile solo alla finanza, si apre una fase nella quale la questione di cosa produrre, dove e come, si ripropone con forza. Penso alle tematiche legate al rapporto con l’ambiente, la ridefinizione dei prodotti, dei cicli lavorativi, e così via. Il punto è se le affronti come abbiamo proposto noi, partendo dal blocco dei licenziamenti e dall’estensione degli ammortizzatori sociali, oppure se i problemi del riassetto industriale risolvono con una macelleria sociale, con licenziamenti e chiusure. Dentro un ragionamento sulla riconversione industriale c’è un ruolo del pubblico, che può avere caratteristiche diverse e non escludo neanche interventi diretti, mirati, che rilancino una vecchia idea che era quella della programmazione democratica.

La Fiat incassa la promessa del rinnovo degli incentivi, si muove in piena libertà con un governo compiacente; il sindacato appare completamente tagliato fuori e il conflitto che sarebbe necessario nel gruppo Fiat stenta a dispiegarsi. Qual è la vostra opinione? La Fiom ha qualche autocritica da farsi?

La Fiat è sempre stata complicata, anche per i rapporti di forza ed è in un settore dove in tutti i paesi c’è uno sconvolgimento totale. Nel bene e nel male il settore auto è un paradigma per gli assetti industriali complessivi. Fare di più è sempre possibile, il problema vero però, quando hai di fronte una multinazionale, è riuscire a mantenere l’unità dei lavoratori. Ci può essere uno stabilimento che si sente garantito e uno che si vede il baratro davanti. Questo investe non solo i lavoratori, ma anche il versante politico, istituzionale, l’opinione pubblica.

Gli ecoincentivi a nostro parere devono essere legati alla presentazione da parte della Fiat di un piano industriale che dica cosa succede in tutti gli stabilimenti del nostro paese, a partire da Pomigliano e Termini Imerese

In Italia si producono meno automobili rispetto ad altri paesi europei, su questa base ci opponiamo a ridimensionamenti degli stabilimenti. Sappiamo comunque che il settore è fortemente esposto e lo sarà ancora di più quando finiscano gli incentivi, come già si è visto negli Usa.

Tra contratto e congresso della Cgil, la Fiom è a un incrocio…

Del congresso non parlo fin dopo lo sciopero generale…

Una domanda te la faccio lo stesso. Si può dire che il congresso ruota attorno a una discussione fra chi pensa che l’accordo di gennaio sia un episodio che si può mettere tra parentesi e chi invece ritiene che da quella rottura si debba mettere in campo una diversa pratica del conflitto?

La discussione è solo all’inizio. Io penso che non si possa eludere un nodo: la dimensione di questa crisi, che ha caratteristiche inedite perché non è solo l’esplosione della bolla finanziaria, ha fatto venire al pettine nodi finanziari, economici, energetici, alimentari, ambientali. Avremo probabilmente un’intera fase segnata dall’instabilità, con periodi di crescita e di crisi sempre più ravvicinati. In questa crisi c’è un accordo separato che non ha precedenti nella storia della repubblica. Non c’è dubbio che questo ponga alla Cgil una discussione su un futuro che non può semplicemente essere in continuità con quanto si faceva prima. Se questo porterà a un solo documento, o più posizioni, è presto per dirlo. Posso dire che non escludo nulla.

In tanti si esercitano a interpretare quanto avviene nella Cgil a partire dal congresso del Partito democratico. Si risponde a questo solo invocando l’autonomia sindacale, o esiste in qualche modo un problema politico della Cgil?

Per quanto mi riguarda si risponde difendendo in modo assoluto il rapporto tra la Cgil e la democrazia. Se la lettura della nostra discussione fosse riconducibile pari pari a quanto avviene nella politica, non credo che la Cgil potrebbe sopravvivere per molto come organizzazione di massa. Potrà rimanere tale, un’organizzazione che aggrega milioni di persone, solo se avrà la forza di essere un’organizzazione esplicitamente democratica al suo interno, dove possono e devono convivere anche posizioni diverse.

Il problema di oggi per il sindacato è come ricostruire una propria autonomia negoziale, che è la condizione per ricostruire il potere contrattuale. Oggi invece si discute solo dei vincoli alla contrattazione. La capacità di incidere concretamente sulla prestazione lavorativa ha subito un arretramento consistente, sono cambiati i cicli produttivi, più spezzettati, esternalizzati, devi ricostruire una tua idea complessiva sulla contrattazione, se no rischi che magari conquisti qualcosa in un’azienda madre che poi viene scaricato sui lavoratori degli altri segmenti lavorativi. Devi ripensare alla contrattazione di filiera, ecc. Ma la precondizione è ricostruire l’autonomia negoziale, se no si assumono compatibilità decise da altri soggetti e viene a mancare la condizione basilare. Questo è il punto della discussione aperta in Cgil, ad oggi non risolto.

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