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Il 28 giugno la Fiom ha proclamato lo sciopero del settore automotive con manifestazione nazionale a Roma. La mobilitazione riguarda circa un milione di lavoratori del settore auto, trasporto su ruote, fabbriche di mezzi di movimentazione e relativo indotto. In una parola la spina dorsale del sistema industriale italiano che è stato duramente colpito dalla crisi.

 


(Scarica il volantino per distribuirlo sul tuo posto di lavoro).

Si tratta di una scadenza fondamentale perché era da tanto, troppo tempo, che la Fiom non prendeva l’iniziativa a livello nazionale, se non per via giudiziaria, per contrastare l’arroganza di Marchionne.

Uno sciopero che arriva dopo i picchetti alla Fiat di Pomigliano contro i sabati straordinari e per reincorporare al lavoro migliaia di lavoratori da anni in cassa integrazione.

La crisi colpisce duramente da oltre sei anni, ormai.

Dopo le centinaia di migliaia di posti di lavoro persi dal 2007 ad oggi, in queste settimane assistiamo a una vera e propria grandinata di nuovi licenziamenti. In particolare tra i metalmeccanici ma non solo. Indesit 1.425 esuberi, Finmeccanica 3mila, Tnt (corriere espresso) 850, Menarini (farmaceutica) 700 esuberi, Natuzzi 1.900. La lista potrebbe continuare a lungo.

A tutto ciò va aggiunto che nei prossimi mesi scadranno la cassa integrazione, ordinaria, straordinaria e in deroga per centinaia di migliaia di lavoratori ai quali non è stata offerta alcuna prospettiva. Come nessuna prospettiva c’è per chi è fuori dalle aziende. Si marcia spediti verso una disoccupazione al 13%, che tra i giovani sfiora il 40% (femminile al 50%). Nove milioni di persone vivono sotto la soglia minima di povertà, i consumi sono in caduta libera.

Ma nonostante questo i padroni continuano a fare profitti e approfittando delle difficoltà dei lavoratori, stanno ridisegnando i rapporti di forza nei luoghi di lavoro, espellendo delegati, attivisti e sindacati combattivi.

Se Marchionne, a Pomigliano e Mirafiori, e poi in tutto il gruppo Fiat ha dato inizio all’offensiva, questa è stata proseguita da Confindustria e dal governi Monti.

Il governo Letta-Alfano segue nello stesso solco.

Mentre venivano espulsi dalle aziende centinaia di migliaia di lavoratori è stato abolito l’articolo 18, sono stati siglati numerosi accordi che minano la democrazia nei luoghi di lavoro, imposte le domeniche lavorative nel commercio, bloccato il contratto dell’impiego pubblico, tagliate le pensioni, i servizi e i trasporti.

Lo sciopero dell’automotive rappresenta un passo importante per riprendere il filo della mobilitazione e tornare allo spirito della fiom del 16 ottobre del 2010.

Per il rilancio di una strategia offensiva che dalla semplice denuncia della crisi, ci riporti al conflitto su una piattaforma che sia all’altezza della situazione.

I picchetti ai cancelli della Fiat di Pomigliano il 15 e 22 giugno hanno dimostrato che un potenziale di lotta esiste. Se anche gli operai sono entrati in fabbrica non sfugge a nessuno che l’unico mezzo che resta in mano alla Fiat, e al padronato più in generale (si pessi all’episodio della Thyssen di Terni), è quello della repressione aperta, con la mobilitazione massiccia delle forze di polizia.

Gli operai che lavorano sono ridotti allo stremo delle forze per gli insostenibili ritmi a cui vengono sottoposti dal padrone con la collaborazione dei sindacati complici.

Davanti ai cancelli di Pomigliano in questi giorni si è palesata una grande verità, Marchionne può continuare a produrre solo con il ricatto, la paura, l’intimidazione. L’uso massiccio della forza è in realtà una dimostrazione di debolezza e di difficoltà da parte del padronato a imporre la propria egemonia in fabbrica, nonostante il sostegno di Fim, Uilm, Fismic, Ugl e l’espulsione della Fiom dagli stabilimenti Fiat.

A questo servono le sanzioni imposte a tutti coloro che si oppongono agli accordi (la cosiddetta esigibilità).

La stessa filosofia è alla base dell’accordo sulla rappresentanza del 31 maggio, che disgraziatamente ha sostenuto anche la Cgil e la stessa Fiom.

Non abbiamo bisogno di ingessare il conflitto sociale e di ingabbiarlo in regole che difatto ne impediscono il libero sviluppo.

Quello di cui c’è bisogno è che si rimetta in moto il conflitto di classe uscendo dalla logica dell’unità nazionale, dell’idea che “siamo tutti sulla stessa barca”.

La distribuzione del reddito non è mai stata così ingiusta come in questo momento, con i lavoratori ridotti al lastrico e una minoranza di padroni e di manager che si arricchiscono oltre misura.

La Cgil non ha voluto mettere in campo la mobilitazione che sarebbe necessaria, ripone le proprie speranze nel governo “amico” e sull’unità con Cisl-Uil e Confindustria. Una vera follia, dal punto di vista dei lavoratori!

La Fiom, per parte sua dopo aver provato a contrastare Marchionne da Pomigliano a Mirafiori si è fermata ed è rientrata su posizioni più concilianti.

Con un rilancio del protagonismo operaio, questo sciopero è un’occasione che i lavoratori hanno per prendere il destino nelle proprie mani.

Le cose stanno cambiando in tutto il paese, ce lo dicono le mobilitazioni della Berco di Ferrara, della Indesit di Fabriano e Caserta, della Thyssenkrupp di Terni, che solo con le manganellate, come i lavoratori di Fincantieri e Alcoa alcuni mesi fa, sono riusciti a fermare, almeno per ora.

Per questo lo sciopero del 28 giugno è solo un nuovo inizio. Un punto di partenza verso una mobilitazione sempre più estesa, più dura e più incisiva. È la crisi che ce lo impone.

Ed è per questo che Radio Fabbrica da diversi mesi ha lanciato una campagna in difesa dei sindacati di classe e per lo sciopero generale del gruppo Fiat e del settore auto.

Siamo consapevoli delle difficoltà: la crisi, il ricatto, la repressione, rendono tutto più difficile ma anche molto più necessario che in passato.

Oggi sciopera il settore dell’automotive, ma quanti lavoratori vorrebbero che si mettesse in campo una lotta seria e incisiva anche nelle altre categorie? Tanti, tantissimi. I padroni non possono schierare gli eserciti davanti a tutte le fabbriche del paese.

Per questo serve una piattaforma che sappia andare oltre la richiesta di ammortizzatori sociali e contratti di solidarietà.

Rivendichiamo:

• La difesa di tutti gli stabilimenti del gruppo Fiat e dell’indotto.
• Se il lavoro è poco, questo va redistribuito tra tutti i lavoratori in parti eguali.
• No agli straordinari, ai sabati lavorativi, ai turni massacranti.
• La Fiom-Cgil (e gli altri sindacati esclusi i non firmatari) devono tornare nelle aziende  del gruppo Fiat.
• Tutti i metalmeccanici in un solo contratto nazionale, basta con i contratti cuciti su misura dalle multinazionali.
• Se la Fiat non intende fare nuovi investimenti e rilanciare la produzione deve essere nazionalizzata sotto il controllo dei lavoratori.

Per tutti questi motivi Radio Fabbrica sostiene e promuove lo sciopero della Fiom, invitando tutti i lavoratori e le lavoratrici a partecipare in massa.

Verso lo sciopero generale nazionale di tutte le categorie!

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