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La battaglia della Fiom nei confronti della Fiat prosegue anche sul piano legale. L’ultimo atto di questa vertenza vede protagonisti ancora una volta i lavoratori di Pomigliano. I giudici hanno dato per l’ennesima volta torto all’azienda intimandole il rientro in Fip dei primi 19 operai iscritti alla Fiom, ingiustamente discriminati solo perché appartengono ad un sindacato che non si è piegato ai diktat di Marchionne.

Come al solito, la Fiat ha tentato una risposta immediata alla riammissione dei 19 lavoratori e dirigenti di fabbrica della Fiom che, sulla base della sentenza, deve avvenire entro 40 giorni, mentre quella dei 127 lavoratori iscritti deve avvenire entro 180 giorni. Marchionne ha scelto la strada della rappresaglia, un metodo non nuovo alla Fiat, legato ai trascorsi storici della casa torinese che, nell’immediato dopoguerra, epurò la lista dei dipendenti, cacciando via molti di quegli operai che difendevano i diritti dei lavori e il sindacato di classe. In questo caso l’azienda, non potendo cacciare via i protagonisti di questa vertenza, tenta la più squallida operazione che il padronato può mettere in campo, e cioè scatenare lavoratori contro lavoratori, al fine di ottenere un nuovo clima di terrore tra i propri dipendenti. Pochi giorni dopo la sentenza, coadiuvata dai sindacati complici, decide di avviare una raccolta firme in cui sono presenti elementi di forte ambiguità, a partire dalla falsa spontaneità della raccolta firme dei lavoratori. Come risulta dalle coraggiose testimonianze di alcuni lavoratori Fip, raccolte da giornali come “Il Mattino” e “Il Fatto quotidiano”, il primo tentativo è avvenuto mediante i sindacalisti firmatari e filopadronali che però non ha ottenuto risultati, tanto è il discredito che è ricaduto su questi soggetti.

 

Successivamente, la discesa in campo dell’azienda ha invece sortito effetti molto più positivi: secondo i dati forniti dai promotori di questa iniziativa (non certamente i lavoratori), sono state raccolte 1400 firme a favore. Ma cosa chiedeva questa petizione? Il testo si rivolgeva ai sindacati firmatari e chiedeva loro di mettere in campo tutte le iniziative possibili per non provocare uno scambio tra chi era già stato assunto e chi aveva acquisito questo diritto dopo il pronunciamento dei giudici. Più dei contenuti reali della petizione, hanno influito le minacce di messa in mobilità per chi non avesse firmato. Detto fatto: poche ore dopo questa ennesima farsa, la Fiat annunciava la messa in mobilita di 19 lavoratori in capo a Fip per far posto ai 19 della Fiom.

Questa operazione viene dettata, a detta di vari comunicati Fiat, dall’impossibilità di riassorbire altri lavoratori, alla luce delle difficoltà scaturite dalla crisi delle vendite. Anche in questo caso Fiat mente, sconfessando i sindacati firmatari che invece continuano, ancora oggi a ripetere come un disco rotto che il loro accordo prevede di riassorbire tutti i lavoratori oggi impiegati ancora nella vecchia società Fiat Group Automobilies.

Che la Fiat abbia difficoltà ad assorbire altri lavoratori era già emerso in varie dichiarazioni del Lingotto che, anche nella sua difesa davanti al giudice, dichiarava falso il suo impegno a riassorbire l’intera forza lavoro. Oggi più che mai c’è da chiedersi: se Marchionne dice di non potersi permettere di pagare i 19 reintegrati della Fiom come può riassorbire gli oltre 2000 lavoratori ancora fuori da Fip?.

La Fiat dunque, nella sua battaglia politica non certamente legata ad esigenze produttive o di altra natura, utilizza come scudi umani i propri dipendenti. Questa operazione non ha nessun’altra valenza se non quella di evitare che la Fiom e i suoi dirigenti di fabbrica possano, non solo rientrare nel processo produttivo, ma farlo da vincitori, con la possibilità di fare proselitismo tra tutti gli altri addetti, costruire il conflitto in fabbrica e rompere la condizione disumana che vivono oggi i dipendenti assunti in Fiat a Pomigliano. Quest’ultimo aspetto è sottolineato dall’affetto che i lavoratori hanno dimostrato nei nostri confronti in occasione del volantinaggio fatto il giorno dopo la sentenza del tribunale di Roma. Un clima di attesa, dove i “vi aspettiamo in fabbrica” sono stati tanti. Ancora una volta, l’amministratore delegato non ha fatto i conti con un gruppo unito e determinato di compagni che non hanno alcuna intenzione, ora che tutti vedono lo scempio di quel progetto, di tirarsi indietro.

Gli effetti politici della sentenza

La sentenza quindi ha incoraggiato un processo di ripresa della mobilitazione che era già in atto dalla fine dell’estate. Il fronte aziendale, costituito da sindacati compiacenti, governo, grande stampa, Pd e Pdl, sembra essersi finalmente incrinato e la difficoltà di Cisl, Uil e Ugl tra i lavoratori, è crescente. Lo scenario politico intorno alla vicenda Fiat sta cambiando, anche per l’imminenza delle elezioni politiche e le dichiarazioni opportunistiche di alcuni dirigenti del Pd, ieri sostenitori dell’accordo di Pomigliano oggi in cerca di consensi elettorali. Certo è che la paura di una reazione operaia generalizzata contro l’arroganza padronale, ha fatto proliferare le dichiarazioni contro l’atteggiamento di Marchionne, addirittura dai banchi del Governo Monti che, in quanto a politiche antioperaie, non ha lezioni da prendere da nessuno. Tuttavia sarebbe pericoloso illudersi: anche se ora si ha l’impressione che Marchionne sia diventato improvvisamente impopolare, il governo Monti sta lavorando ad un accordo sulla vicenda, che prevede si il riassorbimento dei lavoratori Fiom, ma anche, in contropartita, la famosa firma tecnica che la Cgil ha più volte invocato nelle prime
fasi dopo referendum. In altre parole il governo prende sì le distanze da Fiat, ma con lo scopo di far ingoiare l’ennesima polpetta avvelenata al sindacato.

Ma rimane il fatto che per la prima volta la Fiat sembra essere parzialmente isolata ed è costretta a fare un passo indietro.  è significativo in questo senso che sia uscita la notizia secondo la quale la rappresaglia Fiat sarebbe stata solo un equivoco dovuto ad un comunicato inviato “per errore”.

è ora di rilanciare il conflitto

Bisogna proseguire le mobilitazioni e alzare il tiro, non è più tempo di invocare interventi di questo o quel politico ma di costruire delle rivendicazioni che siano chiare e che non ci facciano invece impelagare in risoluzioni finte, dettate dai noti liberisti.

La battaglia di Pomigliano non si risolve a forza di cause legali che, di certo, danno un aiuto a spostare gli equilibri e a far emergere il volto vero della Fiat, ma non risolvono i problemi. C’è bisogno di un conflitto generalizzato che metta al centro il vero nodo della questione: come salvaguardare i posti di lavoro e il futuro dell’azienda.

Ancora una volta diciamo che con questi padroni non c’è futuro! Il punto sta nell’espropriare la Fiat dalle mani di capitalisti, ed avviare un processo di nazionalizzazione che veda protagonisti e controllori i lavoratori, restituendo il maltolto dei finanziamenti pubblici che la Fiat ha ricevuto in questi anni.

Solo così si potrebbe tra l’altro sfruttare le enormi potenzialità della trasformazione ecosostenibile, magari includendo nello stesso processo anche l’Ilva di Taranto che produce laminati per la Fiat, rivoluzionando i prodotti e facendo un passo avanti verso una società socialista che metta al centro non il bieco profitto ma il miglioramento delle condizioni di vita. Questo lo si potrà fare solo se la Fiom dimostrerà la volontà di portare avanti una battaglia reale e solo se consentiremo ai lavoratori di diventare protagonisti della vita politica con un loro progetto ed una loro partecipazione attiva.

Il primo atto nel quale far vivere le nostre idee è stato lo sciopero Cgil per il 14 novembre che unifica Portogallo, Grecia, Spagna e Italia, accomunate dalle stesse politiche liberiste e di austerità.

Il corteo convocato in quell’occasione a Pomigliano è stato solo un primo passo. Vogliamo una lotta vera, e che si torni a fare i picchetti fuori i cancelli come nella nostra migliore tradizione, con una mobilitazione di massa aperta a tutte le aziende, agli studenti ed al territorio.
Noi siamo pronti.

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