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Giudichiamo un errore la decisione dei compagni della Rsu Bertone di dare indicazione per il Sì al referendum imposto da Marchionne, sottoscrivendo successivamente l’accordo. Una decisione che è stata presa in consulta con la segreteria nazionale, che si è assunta la responsabilità di non rispettare nella sostanza il mandato che gli era stato affidato dal Comitato centrale.


L’indisponibilità alla firma da parte dell’organizzazione nazionale perde ogni valore nella misura in cui si è concordata, la firma dei nostri compagni delegati.
Non vediamo in questa operazione alcun elemento di “genialità operaia” ma piuttosto un cedimento che avrà forti conseguenze sulla prosecuzione della battaglia intrapresa in questi mesi contro l’attacco forsennato di Marchionne ai diritti fondamentali dei lavoratori del gruppo Fiat.

Comprendiamo le enormi difficoltà della scelta, ma questa decisione di votare Sì, presa per altro all’ultimo momento, non rappresenta alcuna “mossa del cavallo” ma piuttosto un arretramento del fronte che la Fiom ha messo in campo grazie in primo luogo alla generosità mostrata dai compagni di Pomigliano e di Mirafiori.

Occorreva, contrastare Fiat sul terreno di una vertenza articolata e dal carattere generale, coinvolgendo, i lavoratori e le lavoratrici metalmeccanici/che tutti/e. Niente di tutto questo è stato fatto per cambiare i rapporti di forza e determinare un esito diverso della vertenza.

I lavoratori e le lavoratrici della Bertone hanno espresso con il loro Sì la volontà di difendere il posto di lavoro e a loro va la nostra totale e incondizionata comprensione e vicinanza. Il fatto che i delegati della Fiom abbiano immediatamente rassegnato le dimissioni per non aver rispettato il mandato di coniugare diritti e lavoro non può che vederci solidali nei loro confronti, e rispettosi della loro onestà, ma riteniamo che tutta la vicenda poteva prendere una piega diversa se invece di restare immobili ci fosse stata un’audace ed energica azione di lotta intrapresa dal gruppo dirigente della Fiom, piuttosto che attendere passivamente il susseguirsi degli eventi, lasciando l’iniziativa in mano alla Fiat.

Riconoscere la sconfitta e i limiti mostrati nella nostra azione sindacale è condizione imprescindibile per evitare che questi errori si ripropongano in futuro nel prossimo inevitabile attacco allo stabilimento che segue nella lista nera di Marchionne.

L’argomento che è stato avanzato per giustificare la diversità di posizioni tra la Bertone e ciò che la Fiom ha difeso a Pomigliano e Mirafiori è la minaccia della Fiat di portare i libri in tribunale. Non disconosciamo questo elemento ma consideriamo altresì che quando si è forti come sindacato (alla Bertone avevamo questa forza) e i lavoratori agiscono come un sol uomo ciò che è tecnicamente possibile per la controparte non sempre si ha il coraggio di attuarlo. Soprattutto se si è determinati ad andare fino in fondo non disdegnando forme di lotta più radicali.

La peggior cosa che possa avvenire è subire una sconfitta senza combattere, forse ancora peggio di questo è che i gruppi dirigenti non abbiano la forza di riconoscere la sconfitta dicendo le cose come stanno, e difendano argomenti molto simili a quelli che pochi mesi fa sono stati utilizzati da Bonanni e Angeletti contro di noi.

Anche nell'ipotesi di una sconfitta, l'aver preso una posizione di limpida opposizione avrebbe permesso di mantenere aperta una prospettiva di rilancio. Tutti i lavoratori, indipendentemente dalla loro scelta nell'urna, l'avrebbero compresa. Questa è precisamente la lezione di Pomigliano e Mirafiori, che ha visto apparentemente prevalere l'accordo ma che in realtà ha permesso di mantenere aperta la mobilitazione.

 

Le dichiarazioni della Marcegaglia, dimostrano fino a che punto il padronato è intenzionato ad incunearsi nella crepa con l’obiettivo di sfondare la diga.

Non possiamo permetterlo! Dobbiamo apprendere da questa esperienza negativa, serrare le fila al nostro interno e rilanciare un’offensiva nei luoghi di lavoro senza attendere passivamente che sia sempre la Fiat a decidere quando attaccare, come attaccare e dove attaccare, sfruttando i nostri punti di debolezza.

L’unica risposta possibile è cominciare a colpire noi, con una lotta senza quartiere, lì dove fa più male non affidando la nostra risposta esclusivamente al terreno giudiziario, che deve accompagnare il conflitto ma non può proporsi di sostituirlo.

In mancanza di questo il cedimento alla Bertone sarà solo il primo di una lunga serie che possono condurre la Fiom in un vicolo cieco fatto di sconfitte e arretramenti vanificando tutte le scelte giuste e coraggiose che l’organizzazione e il gruppo dirigente ha fatto negli ultimi anni.

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