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É notizia di alcuni giorni fa, la rottura con la Fiom da parte di tre delegati della Sata di Melfi. Delegati iscritti da anni, confermati nelle elezioni Rsu in più mandati. Questa notizia, che tanto spazio ha trovato sui giornali padronali, fa il paio con un altrettanto eclatante episodio avvenuto all'Ilva di Taranto.

Uno dei delegati storici dell'acciaieria, con tanto di lettera ufficiale a fine gennaio, comunicava alla Camusso e al segretario generale della Fiom Landini, non solo di lasciare l'organizzazione, ma anche di passare con ben 150 lavoratori alla Fim Cisl.

Ovviamente sindacati compiacenti e padroni festeggiano e, ancora più determinati, continuano a lavorare per mettere all'angolo la principale organizzazione operaia del paese.

Crediamo che questi episodi non siano derubricabile nè a deprecabili incidenti di percorso e nè, tantomeno, ad episodi da ridimensionare. Sono, al contrario, la spia del disagio che, da tempo, tanti delegati e moltissimi lavoratori percepiscono.

Davanti alla crisi martellante, davanti a un padronato agguerrito e molto determinato, forte di un patto di ferro con una Cisl prona, il gruppo dirigente dei metalmeccanici Cgil non ha mai messo in campo una reale strategia offensiva. Illudendosi che una riappacificazione all'interno della Cgil alla lunga potesse riportare la Fiom al confronto e non allo scontro con Cisl e Uil e con Federmeccanica.

Su queste basi, per la prima volta da tempo, si è consumato uno scontro nel Comitato Centrale della Fiom, lo scorso 10 gennaio.
Scontro che si è palesato in un voto su documenti contrapposti e che ha poi avuto una ulteriore evoluzione al direttivo nazionale della Cgil, due giorni dopo, con l’approvazione di un ordine del giorno sulla Fiat (con soli tre voti contrari) che vede la Fiom accettare definitivamente l'accordo interconfederale del 28 giugno.

Landini prova così a lasciarsi alle spalle il conflitto con la segreteria Camusso e punta ad ottenerne il suo pieno e definitivo appoggio alla richiesta di referendum sul contratto nazionale dell'auto e alla piattaforma unitaria con Fim e Uilm per il rinnovo del prossimo contratto nazionale.

Alla luce di questo obiettivo arretramento, era inevitabile la presentazione di un documento alternativo  a quello di Landini, nel Comitato Centrale della Fiom. Come altrettanto corretto è stato, e continua ad esserlo, chiedere che, nel caso la Fiat conceda il referendum alla Fiom (in poche settimane sono state raccolte il 21% delle firme dei lavoratori del gruppo), l’organizzazione dei metalmeccanici mantenga, in ogni caso, la posizione di rifiuto di apporre la propria firma all’accordo imposto da Marchionne.

La crisi economica ha un ruolo importante nell'evoluzione del conflitto tra Fiom e padroni di questi ultimi due anni, giocando un ruolo non indifferente nel creare le basi per questo arretramento del gruppo dirigente del sindacato: su quasi un miliardo di ore di cassa integrazione, subite dai lavoratori nel 2011, il 35% è tra i metalmeccanici, così come in questo settore si concentra una parte rilevante delle crisi aziendali.

Ma questo non assolve il gruppo dirigente della Fiom dalle proprie responsabilità. Esistevano le condizioni per superare queste difficoltà se la direzione avesse sfruttato l’onda lunga creata dal referendum di Pomigliano, del 16 ottobre 2010 e del voto di Mirafiori per compattare la categoria (a partire dal gruppo Fiat) attorno a una chiara strategia di risposta.

Al contrario, sono stati persi 18 mesi senza dedicarsi alla costruzione di un fronte sindacale e politico adeguato e senza sviluppare un rapporto solido coi lavoratori. Non è mai stata messa in campo una strategia di controffensiva adeguata lasciando sempre l'iniziativa al fronte padronale, ai sindacati complici e ai settori più moderati nella categoria. Questa critica, sia chiaro, investe tutta la segreteria nazionale, incluso chi nel Comitato Centrale ha, positivamente, deciso di promuovere una posizione alternativa.

Per quanto la Fiom continui ad arretrare davanti ai padroni, questi non si accontentano di una resa, vogliono la distruzione di qualsiasi forma organizzata di dissenso. Anche la concertazione è di troppo in questa fase economica. E questa problematica investe in pieno anche la Cgil.

Per quanto la segretaria Camusso possa salutare con entusiasmo la riapertura di un qualche tavolo di trattativa, dopo il periodo “buio” del Governo Berlusconi, sbandierando la ritrovata unità con Cisl e Uil, governo e padroni non concederanno nulla di significativo.

Nonostante i vertici si rendono disponibili a firmare contratti sempre peggiori, vedi gli ultimi in ordine di importanza, quelli della distribuzione cooperativa e dei bancari, gli spazi per il ruolo di mediazione sociale dei vertici sindacali si ridurranno sempre di più.

In questo contesto, le battaglie di posizionamento negli organismi dirigenti e le prese di posizione sulla linea sindacale in generale, per quanto necessarie, non sono sufficienti a creare una autentica mobilitazione nelle fabbriche e a riaggregare gli attivisti migliori.

Diventa quindi per noi sempre più urgente sviluppare una reale e credibile strategia di rilancio della risposta da dare ai lavoratori, articolando in modo efficace la critica al gruppo dirigente. Per quanto corretto, non è sufficiente rivendicare lo sciopero generale o criticare Landini per non avere difeso il principio dei “diritti indisponibili”, nel momento in cui i lavoratori si sentono in balia dei padroni e non vedono percorsi di lotta credibili.

Tuttavia questo processo ha dei limiti, anche se non possiamo determinarne con esattezza i tempi.

Per quanto doloroso, è un passaggio indispensabile a preparare una nuova fase di esplosioni e lotte (in particolare non appena la crisi allenti anche di poco la sua morsa) e una vera e propria rigenerazione del quadro militante, sia attraverso il farsi avanti di nuovi elementi più decisi, sia attraverso una ripresa di coraggio e organizzazione dei migliori elementi oggi presenti.

Inoltre, la ritirata del vertice e il suo crescente distacco dalle fabbriche significano che, laddove ci saranno comunque punti di resistenza, i lavoratori dovranno utilizzare metodi di lotta e di organizzazione adeguati al contesto, ossia forme di lotta a oltranza, con un controllo diretto e immediato delle decisioni, con una copertura debole o nulla del gruppo dirigente. Questo aprirà, come già avviene ora, discussioni molto importanti sulla strategia e la costruzione dell’appoggio alle lotte.

Tra un settore di delegati emerge una certa impazienza, che spesso si unisce a un elemento di velleitarismo proveniente da gruppi dirigenti che, nonostante propongano una posizione critica, non riescono a relazionarsi coi settori più combattivi della Fiom, privilegiando relazioni di vertice coi sindacati di base, che spesso confinano con la subalternità.

Pure sostenendo la posizione critica (che si è manifestata nel documento alternativo nel Comitato centrale della Fiom) non ci nascondiamo questi pericoli. La risposta risiede nella elaborazione di una proposta che non sia generica: appoggeremo le cose che riterremo giuste ma avanzeremo posizioni alternative laddove giudicheremo avventuriste, astratte o settarie le posizioni di questa area critica che si è manifestata nel gruppo dirigente.

Su queste basi, un primo contributo è stato dato da 25 delegati del gruppo Fiat al Coordinamento nazionale riunitosi il 21 gennaio.

Il nostro principale compito deve essere quello di contribuire alla ricerca di risposte scrupolose, senza limitarsi ai comizi e non accontentandoci di fare la lista delle cose sbagliate, in una logica di guerra di posizionamento fatta di dichiarazioni.

Svilupperemo, in tal senso, una proposta di intervento nelle fabbriche che abbia l'obbiettivo di organizzare i lavoratori con metodi mai contemplati dai vertici.

Al di là dell’arretramento, la questione Fiat manterrà una centralità anche nella prossima fase.

Pur mantenendo la nostra differenza strategica dal gruppo dirigente, siamo quindi pienamente impegnati nella difesa del diritto a tenere il referendum, nella campagna “voglio la Fiom in Fiat” e, nel caso il referendum si celebrasse, a sostenere con tutti i mezzi la campagna per il NO come abbiamo fatto a Pomigliano e a Mirafiori.

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