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L’intervento della magistratura nei confronti dell’Ilva ha scoperchiato un vero e proprio vaso di Pandora. Il dibattito è bloccato sulla scelta di tutelare il lavoro o difendere la salute e l’ambiente. Sulla base delle compatibilità dell’attuale sistema economico, non sembra esserci altra soluzione.

 

Eppure, il gruppo Riva ha acquistato l’Italsider nel 1995 a prezzo di saldo: 2500 miliardi di lire invece dei 4000 che rappresentavano l’effettivo valore dell’epoca; l’importo totale, rateizzato, non è mai stato corrisposto del tutto. Eppure questa stessa multinazionale ha totalizzato, nel solo 2011, 1,6 miliardi di euro di utili.

È ora che tutti questi profitti vengano utilizzati a beneficio della collettività, dei lavoratori e delle loro famiglie, che in questa lotta possono contare solo sulle proprie forze. Che ci sia lo spazio per una posizione del genere a Taranto lo dimostra la corrispondenza di Mauro Vanetti che, nei giorni scorsi, ha assistito alle mobilitazioni in atto nella città pugliese
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Chiunque abbia visitato Taranto ne conosce l'aria malsana e la perenne “nuvola rossa” che incombe sopra la città. Vedere quest'estate un cielo quasi azzurro sopra Taranto è stata una novità a cui non si era più abituati. L'interessamento della magistratura non ha spinto i Riva a interrompere le emissioni inquinanti dell'ILVA (specialmente di notte), nonostante questo una loro riduzione, seppur timida, ha prodotto effetti benefici immediatamente visibili.


Il Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti (delle cui assemblee, di massa, in piazza sono stato testimone) nasce dall'irruzione del tre ruote nella piazza del comizio finale di FIOM, FIM e UILM lo scorso 2 agosto, quando uno spezzone di operai, giovani e attivisti dell'estrema sinistra tarantina sono riusciti a imporre un loro comizio interrompendo quello dei sindacati confederali. Su questa vicenda si sono scritte molte sciocchezze, parlando a sproposito di violenza e di prevaricazione ai danni degli operai ILVA. La realtà è che non è possibile per un piccolo gruppo isolato entrare in una piazza stracolma di operai in sciopero e prendere la parola con la forza: i lavoratori dell'ILVA provavano in larga parte simpatia verso quelli del tre ruote o erano perlomeno incuriositi e volevano ascoltarli. Questo dovrebbe far riflettere i dirigenti della FIOM e della CGIL.


Il Comitato insiste nel dichiararsi apartitico e usa con insistenza un linguaggio che esprime sfiducia verso la politica e i sindacati, rifiutando un collocamento preciso. Questo rappresenta uno dei suoi limiti principali  e facilita la partecipazione alle sue iniziative di persone dalla collocazione politica ambigua.


Nonostante ciò,  a tenere le redini del Comitato, sono elementi del sindacalismo di base, i ragazzi del centro sociale e dei movimenti antifascisti, i tifosi di sinistra della curva del Taranto, gli esponenti delle associazioni ambientaliste e alcuni lavoratori dell'ILVA che si sono sentiti traditi dal pessimo sindacalismo che predomina nel complesso siderurgico. Si pensi a Cataldo Ranieri, operaio ILVA ed ex delegato FIOM, che è una delle figure emblematiche di questo movimento.


In queste proteste si è espressa la volontà da parte dei lavoratori e dei cittadini di Taranto di riprendere in mano il destino economico della propria città. Prima l'industria di Stato burocratica e democristiana, poi i profittatori privati del Gruppo Riva (oggi in combutta col governo tecnico di Monti e Clini) hanno determinato uno sviluppo economico incentrato su condizioni di lavoro pericolose, tecnologie obsolete e distruzione dell'ambiente circostante, che significa concretamente distruzione di vite umane nel quartiere popolare dei Tamburi.


Il numero di lutti e malattie causati dalle emissioni dell'ILVA è impressionante: 174 morti solo nei sette anni considerati, ma alcuni dei danni genetici possono essere addirittura trasmessi alle generazioni future. Per decenni, l'azienda ha cercato di negare o sminuire il nesso causale che oggi è stato invece dimostrato e confermato dall'indagine giudiziaria; in questa opera di disinformazione era aiutata dall'ipocrita legge regionale “salva-ILVA” e dal tenace rifiuto delle amministrazioni pubbliche a stabilire un Registro Tumori a Taranto che permettesse di passare dall'aneddoto alla statistica. Oggi le intercettazioni mettono in luce il segreto di Pulcinella: politici, tecnici, sindacalisti, uomini della Chiesa erano semplicemente sul libro paga di Riva, complici di questo delitto di massa. Il presidente della regione Puglia, Nichi Vendola, e il sindaco Stefàno hanno la colpa di essere stati ampiamente reticenti rispetto alle denunce dei lavoratori e della cittadinanza.


Anche nelle assemblee in piazza c'è chi ha messo in connessione la mancanza di controllo popolare sull'economia con la dittatura del capitalismo finanziario: se vogliamo riprendere il controllo della situazione, non dobbiamo implorare Riva di intervenire, né pensare di poterlo “obbligare” a farlo (come sembra credere Landini). Dobbiamo espropriare senza indennizzo l'ILVA (e l'intero Gruppo Riva) e metterlo sotto il controllo dei lavoratori e dei cittadini!


Non è facile stabilire oggi se sia possibile “ambientalizzare” l'ILVA, cioè continuare la stessa produzione in un modo rispettoso della salute umana. Certamente, se si spegnessero oggi gli impianti e l’Ilva rimanesse in mano di Riva, questo significherebbe molto probabilmente la fine dell’acciaieria.
Del resto, non si fa un buon servizio neppure alla mera difesa dei posti di lavoro se si invoca un impossibile risanamento a caldo, senza neppure fermare gli impianti, e gestito dal commissario nominato dai Riva, Bruno Ferrante.


Una bonifica a regola d’arte potrebbe creare migliaia di posti di lavoro, ma solo se fatta sulla base del reale interesse e delle reali esigenze dei cittadini. La questione centrale è chi decide e gestisce il futuro dell’ILVA. Ogni valutazione dunque potrà essere fatta solo quando la continuità occupazionale e il controllo democratico sullo sviluppo industriale siano stati stabiliti tramite un passaggio dell'ILVA nelle mani del popolo. Diversamente, si scatenerà una guerra tra poveri perché Riva potrà sempre mobilitare centinaia di operai in sua difesa, attraverso il ricatto della chiusura della fabbrica e degli altri stabilimenti che dipendono da essa, come quello di Cornigliano.


Molti lavoratori ILVA fanno parte del Comitato del tre ruote ma se questo vuole svilupparsi e vincere deve aumentare il suo consenso all’interno del polo siderurgico. Popolare è, al suo interno, chi invita a rompere coi sindacati collaborazionisti e stracciare le tessere: un atteggiamento comprensibile ma che non è affatto efficace, perché, se è giusto attaccare frontalmente FIM e UILM, all'interno della FIOM ci sono invece segnali che dimostrano la possibilità di dare forza a una posizione alternativa lottando dal suo interno. Chi dice “sono tutti uguali”, in ultima analisi, favorisce il mantenimento del dominio dei “più uguali” degli altri, cioè i padroni.


Ricordiamoci infatti che se, in una prima fase, la FIOM si accodava a FIM e UILM, nella partecipazione a scioperi e blocchi stradali (sostanzialmente telecomandati dal padrone), successivamente al 2 agosto ha preso le distanze dagli altri sindacati confederali, mantenendo una posizione di “sostegno alla magistratura”. Siamo convinti che l'esigenza di un cambio di passo nella FIOM sia molto sentita anche da tanti lavoratori che, in questi anni, si sono scontrati col muro di gomma burocratico della CGIL.


C'è chi sostiene che Taranto dovrebbe abbandonare l'industria pesante e avviare uno sviluppo basato sul turismo (il regno della precarietà) e sulla miticoltura (l'allevamento delle cozze). Esiste una variante “di sinistra” di questa posizione, secondo la quale, anche se ci fossero migliaia di licenziamenti, si risolverebbe il problema dando un “reddito di cittadinanza” ai disoccupati. Dal nostro punto di vista è evidente che turismo, frutti di mare e sussidi statali non possono costituire le basi per uno sviluppo alternativo per Taranto; d'altronde è un modello ben poco alternativo, visto che è messo in pratica in diverse sacche di sottosviluppo del Mezzogiorno. Noi vogliamo mantenere e anzi accrescere la forza numerica e il peso sociale del proletariato industriale di Taranto, ma questo non può avvenire uccidendo di tumore gli operai e i loro bambini. La difesa dell’ambiente e dei posti di lavoro è possibile solo se si opera una rottura con le compatibilità del capitalismo.


La classe operaia tarantina è stata sfruttata, ingannata e strumentalizzata in un modo ignobile. È compito della parte più cosciente della sinistra politica e sindacale favorire un vero protagonismo dei proletari di Taranto che prepari il riscatto di questa città!

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