Difendi l’acqua pubblica! - Falcemartello

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Firma i referendum

Il 24 aprile è partita la raccolta di firme contro la privatizzazione dell’acqua. I referendum sono promossi dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua e costituiscono il culmine di una battaglia che migliaia di comitati stanno ingaggiando da diversi anni in tutto il paese.


Mentre scriviamo le firme raccolte sono ben oltre il mezzo milione, il che fa capire l’enorme interesse che esiste per questa tematica. Ma analizziamo innanzitutto i tre quesiti:

Il primo quesito si pone l’obiettivo di abrogare l’architrave del decreto legge Ronchi (133/2008), l’ultima normativa approvata dal governo Berlusconi, che stabilisce come modalità ordinarie di gestione del servizio idrico l’affidamento a soggetti privati attraverso gara o l’affidamento a società a capitale misto pubblico-privato, all’interno delle quali il privato detenga almeno il 40% della società stessa. Abrogando questa parte della legge si vuole fermare l’accelerazione sulle privatizzazione delle risorse idriche. Infatti il governo Berlusconi con questo provvedimento ha intenzione di mettere alle strette quei 64 Ato su 92 che hanno affidato la gestione dell’acqua a società al 100% pubbliche o non hanno ancora proceduto all’affidamento. Quest’“anomalia” deve cessare entro dicembre 2011, per poi consegnare al mercato tutte le risorse idriche del paese.

Il secondo quesito propone l’abrogazione di quattro commi dell’art. 150 del decreto legge 152/2006, che definiscono come uniche modalità di affidamento del servizio idrico la gara o la gestione attraverso Società per Azioni a capitale misto pubblico-privato o a capitale interamente pubblico. Cancellando questo articolo il ricorso alla gara e l’affidamento della gestione a società di capitali non sarebbe più consentito. La ripubblicizzazione dell’acqua sarebbe favorita.

Infine il terzo quesito abroga l’art.154 della stessa legge del 2006, che consente al gestore di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza alcun collegamento a qualsiasi logica di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio. Si eliminerebbe così il “cavallo di Troia” che ha aperto la strada ai privati nella gestione dei servizi idrici.

Crediamo che basti l’illustrazione dei quesiti per comprendere perché il Partito democratico non si sia espresso a favore. Una delle ragioni addotte da Pier Luigi Bersani sembra puramente pratica: “da vent’anni non si raggiunge il quorum e quindi il referendum sarebbe un boomerang”. Ma questa frase apparentemente di “buon senso” in realtà nasconde un dissenso politico. Il partito di Bersani, infatti, non è contro la privatizzazione delle risorse idriche e per tale ragione si è posto di traverso rispetto alla raccolta di firme sui tre quesiti, promuovendo al suo posto una petizione popolare.

“Un milione di firme per l’acqua pubblica” spiegano i dirigenti Pd. La realtà è che per i democratici il servizio idrico non va vincolato ad una gestione obbligatoriamente pubblica. Ci vuole il pubblico, ma va bene anche il privato, e ancora meglio sono le società miste. Leggiamo dal sito del Pd, che è necessaria “una forte regolazione pubblica, attuata da una autorità di regolazione nazionale di cui siano compartecipi Stato e regioni”. La logica è quella dello stato che regola ma non gestisce direttamente. Tale logica ha trovato un’applicazione pratica: il Pd, ancora quando era Ds, in Toscana ha inaugurato l’entrata dei privati nella gestione delle risorse idriche.

Un altro dei problemi per il Pd è quello delle tariffe, che “in Italia sono troppo basse”. Il Pd propone infatti “una tariffa come corrispettivo del servizio idrico integrato, che preveda una tariffa sociale per dare agevolazioni a determinate fasce di reddito e ai nuclei familiari numerosi e una tariffa che incentivi il risparmio idrico e scoraggi quindi i consumi elevati”. Quindi una tariffa bassa per i morti di fame e tutti gli altri si affidino alle logiche del mercato.

Ricordiamo alcuni fatti: da quando si è avviato il processo di privatizzazione dell’acqua, le tariffe sono aumentate del 61% e gli investimenti sono crollati da 2 miliardi di euro dei primi anni ’90 a circa 1-800 milioni annui dal 2000 in poi. (Il Manifesto, 25 aprile 2010).

Queste proposte e queste pratiche sono lontanissime dalle rivendicazioni dei movimenti per l’acqua, ed infatti una parte di militanti del Pd si sono apertamente ribellati alle indicazioni dei vertici, aderendo ai tre referendum.

L’Italia dei Valori ha scelto un’altra strada, quella di presentare un proprio referendum, rompendo con il Forum dei movimenti per l’acqua a pochi giorni dalla presentazione dei tre quesiti illustrati in precedenza. Oltre a dividere il movimento, il quesito dei dipietristi è decisamente più arretrato: lascia la possibilità ai comuni di scegliere tra diverse soluzioni, non esclusa quella di ricorrere alla gestione affidata alle Spa, e alle società miste pubblico-privato. L’Idv con questa manovra svela la sua vera faccia moderata agli occhi di milioni di persone.

I tre referendum forniscono attualmente la sponda più avanzata alle lotte in difesa dell’acqua pubblica sviluppatesi in questi anni e sono da sostenere senza incertezze. Crediamo infatti nel ruolo dei referendum come quello di un aiuto ai movimenti. Davanti ad un parlamento fortemente spostato a destra come quello attuale, sarebbe illusorio pensare che basti una vittoria referendaria (che sarebbe comunque un risultato di eccezionale importanza) per garantire che l’acqua resti pubblica.

Per arrivare ad una vittoria definitiva è necessario invertire i rapporti di forza e questo può avvenire solo con una mobilitazione di massa. Esemplare è stato il movimento ad Aprilia che ha sconfitto Acqualatina Spa (controllata da una delle multinazionali più potenti del mondo nel settore, la Veolia) e restituito l’acqua alla gestione pubblica. Per cinque anni settemila famiglie della cittadina laziale si sono rifiutate di pagare le tariffe esorbitanti richieste da Acqualatina, e la lotta ha pagato.

Questa è la strada da seguire. Raccogliamo le firme per i tre referendum e lottiamo contro le privatizzazioni, per il ritorno dell’acqua pubblica.