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A inizio anno il governo tecnico ha presentato una nuova ondata di liberalizzazioni (leggi: privatizzazioni), alla luce della quale è una evocazione sinistra il ricordo del “patto per la crescita”, firmato il 6 agosto del 2011 dalla Cgil insieme a Confindustria, con cui la Camusso si pronunciava insieme alla Marcegaglia a favore delle liberalizzazioni.

Tolte quelle norme di contorno di cui si nutre la propaganda sulla tanto agognata “semplificazione contro l’eccesso di burocrazia”, la vera sostanza (tra il decreto in votazione a marzo e ciò che verrà discusso più avanti) è la seguente:

- la privatizzazione dei servizi pubblici locali;

- ulteriori passi nella direzione di un completo smembramento delle ferrovie, con lo scorporo tra la rete ferroviaria e la holding Fs;

- separazione tra il soggetto che fornisce il gas (l’Eni) e la rete distributiva, per permettere ai privati di mettere la mani sulla Snam;

- ingresso dei privati nella gestione dei taxi;

- misure per dare “più efficienza, migliore valutazione e fluidità al sistema universitario”, tra le quali si inserisce magicamente la proposta di abolire il valore legale del titolo di studio.

Gli affari sono affari

È stata già attuata la liberalizzazione completa degli orari degli esercizi commerciali che costringerà i lavoratori del commercio (già alle prese con una forte riduzione delle domeniche libere) a turni ancora più massacranti, contro la quale i lavoratori delle gallerie commerciali di Modena hanno già iniziato una raccolta di firme per un referendum che ne chieda l’abolizione.

Le liberalizzazioni e le privatizzazioni degli ultimi vent’anni sono state un disastro per la collettività e un grande affare per quei quattro o cinque gruppi industriali che si sono accaparrati, nel settore del credito, nei trasporti, nelle telecomunicazioni, nell’informatica e nei servizi, i beni dello Stato che venivano svenduti.

Le assicurazioni, il settore dove più feroce era stata la campagna a favore delle liberalizzazioni, in cui il giro d’affari si aggira attorno ai 120 miliardi di euro all’anno (con i cinque maggiori gruppi assicurativi che raccolgono oltre il 55% dei premi) ha visto un aumento dei costi, in vent’anni, del 184,1%. Nelle banche, dove abbiamo assistito ad uno smantellamento totale di quelle pubbliche, tra il 1994 e il 2011 i costi sono aumentati del 109,2%.

Una grande azienda pubblica delle telecomunicazioni, la Telecom, è stata dissanguata e questo scempio ha distrutto anche l’informatica pubblica. Il contributo dato alla crescita del paese dalla madre di tutte le liberalizzazioni in questo caso è stato: la perdita di 40mila posti di lavoro, investimenti sulla rete fermi agli anni ’90 e, il dato più sconcertante, l’azzeramento del patrimonio immobiliare che, nel bilancio del 1999, era una voce che portava un valore pari a 5 miliardi di euro che nel 2006 si riducono a zero (dal dossier della Cub Lazio sulla storia della privatizzazione della Telecom).

I prezzi dei trasporti ferroviari sono aumentati del 53% e rappresentano, assieme al caso Telecom, il caso più significativo del disastro delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni.

Nelle ferrovie i processi di privatizzazione hanno praticamente distrutto una florida azienda statale, a partire dalla svendita ai privati di un immenso patrimonio immobiliare pubblico.

Lo smembramento in quattro divisioni ha permesso ai capitali privati di gestire società con un basso costo del lavoro e di concentrarsi sui settori più profittevoli (vedi Trenitalia con il settore dell’Alta velocità), senza dover fare investimenti sulla rete (che rimane a carico dello Stato).

L’esempio delle ferrovie

Prima della privatizzazione, i dipendenti delle Ferrovie dello Stato erano 220mila. Ora sono 77mila, con una riduzione del costo del lavoro unitario di circa 45milioni di euro. In compenso, in virtù del processo di divisionalizzazione, sono aumentati a dismisura quadri (che già nei primi anni 2000 erano semplicemente raddoppiati) e dirigenti, alla faccia dell’efficienza e del contenimento dei costi!

Da quando le ferrovie sono state privatizzate, i problemi di sicurezza dovuti al taglio delle spese, assenza del ripetitore di segnale o del secondo macchinista, sono aumentati; proprio per questo chi protesta per le condizioni di insicurezza dei treni viene immediatamente licenziato.

I dati pubblicati dal sito macchinistisicuri.info sulla base del lavoro di Ezio Gallori, figura storica del movimento dei macchinisti e della rivista ancora In Marcia! di Firenze fanno impressione: i ferrovieri morti dal 1985 ad oggi sono 155 e gli incidenti ferroviari sono passati dai 90 del decennio 1990-1999 ai 193 dal 2000 al 2009.

Sono stati cancellati i treni notturni che collegavano il Sud con il Nord Italia (provvedimento contro il quale da più di due mesi è in piedi la lotta dei lavoratori della Servirail Italia, ex Wagon Lits, di Milano e Roma), sacrificati sull’altare dell’Alta velocità.

All’ombra della privatizzazione delle ferrovie, sono dieci anni che i soldi originariamente destinati al servizio universale vengono destinati all’Alta velocità: un complesso di investimenti degli ultimi 20 anni su 685 km di una rete nazionale che ne ha più di 16mila, interamente a carico dello Stato e completamente funzionale alla privatizzazione delle Ferrovie dello Stato.

L’Alta velocità, secondo uno studio del Politecnico di Milano, è stato un vero flop da un punto di vista dei benefici che ha generato, soprattutto in rapporto a quelli che ha sottratto alla collettività; si sono costruite reti che non sfiorano nemmeno la domanda necessaria a giustificare l’investimento realizzato: la linea Milano-Bologna nel 2010 ha una domanda di passeggeri di circa 5,9 milioni a fronte di una cifra di 8,9 milioni necessaria per rendere congruo l’investimento realizzato.

Ancora peggiore l’esempio della Milano-Torino, dove per pareggiare i conti servirebbero 14,2 milioni di passeggeri a fronte del milione e mezzo del 2010.

Visto che si parla tanto di concorrenza, è bene sottolineare che molte delle tratte orarie cancellate vengono ora sostituite da Trenitalia con i Frecciarossa, per contrastare la Ntv che stanno costituendo Montezemolo e Della Valle: lo smantellamento del sistema universale delle ferrovie, ecco il prezzo da pagare per la concorrenza!

Con la liberalizzazione del trasporto ferroviario, i privati mettono le mani sui servizi risucchiando le risorse con cui prima lo Stato garantiva i servizi per i proletari: falsificando i dati per far emergere un inesistente calo della domanda (come denunciato dall’Orsa), si tagliano i treni notturni che prendono i lavoratori che sono emigrati dal Sud per andare a lavorare in Emilia Romagna o in Lombardia, allo stesso modo si tagliano 400 milioni di euro nel 2011 e 200 milioni nel 2012 dal trasporto regionale (dati Legambiente) anche se, solo negli ultimi due anni, in questo settore gli utenti sono aumentati del 7,8%.

Quando in Italia iniziò l’epoca delle privatizzazioni e delle manovre lacrime e sangue il rapporto tra debito pubblico e Pil era del 120%. Oggi nell’era del governo dei professori il debito pubblico è sempre al 120% del Pil!

La spesa sociale netta in Italia nell’epoca delle liberalizzazioni, al contrario del rapporto tra il debito pubblico e il Pil, è progressivamente diminuita. Ora è al 22,4% (del Pil) contro una media europea del 25,3%. Coi provvedimenti del governo tecnico scenderà al 19%.

I numeri chiariscono quale è il vero effetto delle liberalizzazioni: non la riduzione del debito pubblico ma la distruzione dello stato sociale.

Il movimento in difesa dell’acqua pubblica, con le manifestazioni di marzo degli ultimi tre anni e la vittoria nel referendum, ha segnato un punto decisivo nella lotta contro le privatizzazioni in questo paese. Ora il governo Monti vuole cancellare il voto di 27 milioni di persone abolendo le forme giuridiche attraverso le quali i comuni mantengono la proprietà pubblica dell’acqua (nemmeno a dirlo, il primo bersaglio è il comune di Napoli).

Per respingere questo nuovo attacco occorre costruire un fronte ampio delle lotte contro tutte le privatizzazioni dei servizi pubblici, nazionali e locali, basato sul protagonismo dei lavoratori delle ferrovie, delle telecomunicazioni e di tutto il settore pubblico che, a partire dallo sciopero insieme alla Fiom del 13 febbraio del 2009, hanno mostrato in diverse occasioni disponibilità alla mobilitazione.

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