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Dopo più di quindici anni di consultazioni andate pressochè deserte, i quattro referendum - contro il nucleare, la privatizzazione dell’acqua e il legittimo impedimento - hanno raggiunto il quorum e la vittoria dei SÌ è stata schiacciante. Si tratta di un altro schiaffo al governo Berlusconi e di una vittoria di enorme portata contro le politiche liberiste, se si pensa che la Presidente di Confindustria Marcegaglia, con una dichiarazione disperata (‘se vincono i SÌ torniamo indietro di vent’anni’), aveva cercato di porre in extremis un argine alla spinta che, particolarmente dopo il cambiamento segnato dal voto alle amministrative, stava portando alla vittoria ai referendum.

Si è fatta molta letteratura sui motivi che hanno portato a questa vittoria e da più parti si è messo in luce soprattutto l’importanza della campagna di propaganda su Internet.

Ma il vero motivo per cui si è riusciti, in primo luogo, a fermare la privatizzazione dell’acqua è perchè su questo terreno abbiamo visto splendide lotte popolari. I cittadini di Aprilia hanno sconfitto una società per azioni, che dietro aveva la forza di una delle più grandi multinazionali dell’acqua, non perchè si siano tutti iscritti a Facebook ma perchè hanno lottato con le unghie e con i denti, con la feroce determinazione di chi non ha mollato neanche per un secondo, anche quando aveva i vigilantes privati che venivano a chiudere i rubinetti dell’acqua. Una lotta che ha avuto metodi radicali e buone idee, come quella di non pagare le bollette alla società privata, a cui era stata affidata la gestione dell’acuqa, ma di continuare a versare i soldi al Comune.

E lotte come questa ci sono state in tantissimi altri posti, a partire dalla Puglia e dalla Toscana.

Molti fattori, negli ultimi tempi, facevano ben sperare che si sarebbe arrivati a questo successo, che è apparso chiaro domenica mattina con le code ai seggi per votare, le locandine per il SÌ esposte dai bar e dai negozi e le discussioni ovunque ci si trovasse sulla necessità di andare a votare per mantenere pubblica la proprietà dell’acqua e contro il nucleare.

Tre cortei nazionali in tre anni contro la privatizzazione dell’acqua con centinaia di migliaia di persone in piazza e comitati da tutti i comuni italiani (a dimostrazione del consenso popolare che ha ottenuto questa battaglia); firme raccolte per i referendum in quantità equivalente a più del doppio di quanto era necessario; l’incidente di Fukushyma che, nella sua drammaticità, ha messo davanti agli occhi di tutti i rischi del nucleare e, ultimo episodio in ordine di tempo, l’avviso di sfratto spedito al governo Berlusconi alle elezioni amministrative.

E proprio nel governo abbiamo visto aprirsi delle crepe profonde che hanno scalfito l’arroganza con cui, fino ai risultati delle amministrative, era stato trattato l’argomento Referendum. La Lega si è subito smarcata con Zaia che invitava a votare SÌ, il PDL è stato costretto a lasciare libertà di voto e (prima che si aprissero le urne coi risultati) Berlusconi, colloquiando amabilmente con il criminale di guerra Benjamin Netanyahu, spiegava che l’Italia avrebbe dovuto investire di più sulle energie rinnovabili, alla luce della vittoria del SÌ contro il nucleare che si andava profilando.

Il PD e l’IDV di Di Pietro, storicamente a favore di una privatizzazione soft dell’acqua e dei servizi pubblici, per non essere scavalcati dalla spinta a sinistra, a maggior ragione dopo le elezioni del 15-16 maggio, sono saliti all’ultimo sul carro dei vincitori.

Eppure l’idea di Bersani (Pierluigi) sulla privatizzazione dell’acqua continua a rimanere la stessa: ‘il PD è contrario alla privatizzazione forzata dell’acqua, non alla privatizzazione in sè. Occorre delineare meccanismi certi che garantiscano le prospettive di chi vuole investire sull’acqua’.

Insomma: c’è chi vuole snaturare il significato del voto del 12-13 giugno, perché tutto continui come prima.

A proposito di investimenti, il no alla privatizzazione non chiude la questione su chi finanzierà i lavori di manutenzione di cui necessita la rete idrica nazionale. Sono 64 miliardi di euro per i prossimi 30 anni. La Confindustria ha già lanciato le penne più prestigiose dei suoi giornali di riferimento nella gara a chi trova la proposta più redditizia per loro: obbligazioni o titoli emessi dallo Stato che poi dovrà rifinanziare con lauti interessi i capitali privati che verranno messi a disposizione di questi investimenti, il modo migliore di apparecchiare un bel banchetto per i privati che li compensi dei guadagni che verranno meno con l’eliminazione dell’obbligo di privatizzare tutti i servizi pubblici.

Gli investimenti per la rete idrica debbono essere pubblici, come pubblica debbono rimanere la proprietà e la gestione dell’acqua. I soldi si trovano uscendo dalla guerra in Libia, che da sola all’Italia costa 50 milioni di euro al mese, e ritirando le nostre truppe dall’Afghanistan, dall’Iraq e dal Libano.

Il PD che, negli ultimi anni, ha sposato totalmente la politica delle privatizzazioni dei servizi pubblici (basta guardare a quello che Veltroni e Rutelli hanno fatto a Roma) e Di Pietro, che sull’acqua aveva promosso un referendum alternativo a quello dei comitati, con questa vittoria non hanno niente a che vedere e, per evitare lo scippo dell’eredità di questo risultato, occorre rilanciare: è stato tolto l’obbligo di privatizzare l’acqua ma rimane la possibilità di farlo, che invece deve essere eliminata. Occorre estendere la lotta contro la privatizzazione dell’acqua ad una vertenza generale contro tutte le privatizzazioni a partire dal ritorno in mani pubbliche della Telecom e di FFSS per poi continuare per bloccare la privatizzazione delle Poste.

In molte feste e iniziative estive ci sono stati, o sono in programma, dibattiti con Sandro Giuliani, capotreno licenziato da Trenitalia solo perchè voleva fare applicare una norma minima sulla sicurezza. In questi dibattiti, dove cresce una mobilitazione che deve essere pari a quella che ha portato per due volte alla riassunzione di Dante De Angelis, vi è una spiegazione magistrale di quale scempio è stato la privatizzazione delle Ferrovie: decine di migliaia di lavoro persi, un consiglio d’amministrazione che è passato da dieci componenti a più di 100 e una proliferazione di dirigenti lautamente pagati per non fare assolutamente niente (oppure assunti perchè figli di magistrati che Trenitalia deve compiacere per avere un occhio di riguardo nelle migliaia di cause che ha contro i lavoratori).

Sarebbe un bel modo di festeggiare la vittoria dell'altro ieri unendosi tutti alla battaglia contro il licenziamento di Sandro Giuliani e contro la privatizzazione delle Ferrovie!

Rispetto alla questione dell’energia, le lobby di affaristi non avranno grandi difficoltà a trasferirsi dal nucleare all’eolico o all’energia solare. Già nella giornata di ieri c’è stato un rialzo in borsa delle azioni di multinazionali che si occupano di energie rinnovabili, come la Ergy Capital e la Kerself, a dimostrazione di come la speculazione non abbia alcun problema a sposare politiche più rispettose dell’ambiente, come d’altronde si è già visto con la costruzione di pale eoliche dove non tira un alito di vento o di pannelli fotovoltaici a distruggere interi terreni agricoli solo per prendere più incentivi dallo Stato.

Per questi motivi occorre rivendicare la proprietà pubblica sotto il controllo dei lavoratori di tutto il ciclo di produzione e distribuzione dell’energia. E anche dei rifiuti, dal momento che farla finita con il nucleare non significa l’addio alle scorie che ancora viaggiano su e giù per l’Italia.

Dopo il voto del 12 e 13 giugno è aumentata di intensità la guerra di posizione in vista delle prossime elezioni. Che il governo cada domattina, tra sei mesi o tra un anno il suo declino è chiaro e inarrestabile.

Il messaggio che lanciano i 26 milioni di Sì è molto chiaro: non siamo andati alle urne e siamo scesi in piazza in questi mesi per un semplice cambio di casacca a palazzo Chigi, ma perché ci sia un vero cambiamento e la si finisca con gli attacchi del padronato e lo smantellamento dello stato sociale operato in questi ultimi vent’anni

Sarà quindi l’unione delle lotte a garantire la vera alternativa a Berlusconi. Sconfiggere tutte le privatizzazioni, riconquistare il contratto nazionale di lavoro, battere Berlusconi Marchionne e la Marcegaglia i compiti che abbiamo davanti per proseguire sulla scia della grande vittoria contro i progetti del capitale che abbiamo portato a casa in questo fine settimana.

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