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La parabola di Telecom Italia riassume impietosamente gli ultimi decenni di politica economica italiana. Le scuse per privatizzarla sono note. Innanzitutto bisognava ridurre il debito pubblico che però in vent’anni è enormemente aumentato. Bisognava rendere più efficienti i servizi, sicuramente ora più profittevoli per chi li gestisce, di certo non a buon mercato.

Bisognava ammodernare la rete telefonica, dove ora l’Italia è indietro anche rispetto alla Romania e alla Bulgaria. Infine, bisognava creare il capitalismo popolare con l’azionariato diffuso e i diritti dei piccoli azionisti, solo che la quota di azioni nei portafogli degli italiani è al minimo storico, la concentrazione della ricchezza ai suoi massimi e le vicende Telecom mostrano i piccoli azionisti raggirati nei modi più indecenti.

 

I passaggi di mano sino a Telefonica

Ogni passaggio riguardante la proprietà di Telecom Italia conferma la natura parassitaria del capitalismo italiano (vedi anche Tronchetti Provera, l’ultimo dei furbetti su www.marxismo.net). Il governo Prodi privatizza Telecom nel 1997 con la modalità del “nocciolo duro” per dare stabilità alle strategie dell’azienda, spiega. Si tratta però di un ben misero nocciolo, il 7% del capitale, di cui solo lo 0,6 in mano alla finanziaria Ifil, con la quale di fatto gli Agnelli controllano l’azienda. Il perché è ovvio: le grandi famiglie della borghesia italiana non hanno fondi sufficienti per conquistare Telecom, dunque si servono di catene di società che permettono il controllo con pochi capitali e molti debiti.
Nel 1999 Colaninno prende il controllo dell’azienda. Primo ministro è Massimo D’Alema, impegnato a promuovere l’ascesa dei “capitani coraggiosi” (Colaninno, Gnutti, ecc.) nel tentativo di creare quella borghesia amica e modernizzatrice da sempre oggetto dei sogni dei dirigenti della sinistra riformista.
La legge sulla golden share avrebbe permesso al Tesoro di bloccare l’operazione, palesemente una follia per l’azienda, acquistata a debito. Invece ai “capitani coraggiosi” fu permesso di fare assegni a vuoto per quasi 40 miliardi. Di fatto si comprano l’azienda caricando poi sui suoi bilanci i debiti contratti. Operando in un settore a bassa crescita e forte concorrenza, oberata di debiti, all’azienda non restava che sopravvivere. Bassi investimenti, dismissioni di aziende strategiche, scarsa innovazione. Contemporaneamente, lauti compensi agli azionisti (dalla privatizzazione fino alla cessione a Tronchetti, Telecom distribuisce 21 miliardi di dividendi). La ricetta del disastro.
All’inizio del 2001, Colannino e soci sono in difficoltà e cedono le loro quote a Tronchetti Provera il quale li liquida strapagandoli ed evita così di dover lanciare un’Opa su tutta l’azienda che sarebbe costata molto di più: ai grandi azionisti miliardi esentasse, ai piccoli azionisti nulla, come sempre. Il cambio di gestione peggiora le cose aumentando ulteriormente i debiti, dato che, di nuovo, Telecom viene comprata a debito. Dopo pochi anni, anche Tronchetti Provera è costretto a mollare. Interviene il secondo governo Prodi che, con la scusa di salvare l’italianità del gruppo, vuole in realtà salvare i grandi azionisti. Vengono coinvolte tra l’altro le banche creditrici e Telefonica come partner industriale. L’azienda continua a essere schiacciata dai debiti e la crisi fa il resto. Gli azionisti cercano una via di uscita. Pochi giorni fa, l’annuncio che Telefonica rileverebbe dagli altri azionisti le quote della controllante Telco.
Nel 1997 il Tesoro incassò, vendendo il 42% di Telecom, molto più di quanto valga ora tutta l’azienda in borsa, mentre un’azione superava le 10mila lire, oggi vale 60 centesimi di euro. Tutto questo dopo aver tagliato decine di migliaia di posti di lavoro. La famosa efficienza dei privati…

 

E ora?

Nel 2011, Telecom ha fatto meno ricavi dei debiti che ha (30 miliardi) e nel 2012 ha chiuso con perdite per 1,3 miliardi. Con la crisi, è impossibile che la svolta venga da un rilancio dei profitti. Ci si potrebbe chiedere allora, quale interesse abbia Telefonica a comprarla. La cosa diventa più chiara se si considera che un terzo circa dei ricavi di Telecom deriva dalle attività in Argentina e Brasile; in quest’ultimo paese Tim è il secondo operatore precisamente dietro a Telefonica, che dunque proseguirà a svendere pezzi del gruppo e licenziare per ridurre il suo debito (persino maggiore di quello di Telecom) e si concentrerà sui mercati in crescita. Anche prima dell’operazione, l’azienda aveva annunciato quasi 3mila “eccedenze” nel biennio 2013-3014. Diventeranno molte di più.
Per ammodernare le infrastrutture del settore occorrerebbero grandi investimenti soprattutto nella banda larga. Nessun azionista li farà. Alla fine, la rete verrà probabilmente ricomprata dallo Stato a caro prezzo, già si parla della Cassa depositi e prestiti in tal senso. Gli investimenti, se mai ci saranno, saranno a carico nostro, secondo la buona vecchia regola: al pubblico le spese, al privato la crema.
Adesso tutti criticano la calata degli spagnoli. Alcuni hanno osservato che sulla rete Telecom passano anche notizie riservate. Ora, premesso che lo scandalo Snowden-Nsa ha dimostrato che la riservatezza è una farsa (e anche in Telecom negli anni scorsi non sono mancati gli scandali in materia di intercettazioni), si tratta di lacrime di coccodrillo. Centro-sinistra e centrodestra hanno fatto a gara a privatizzare. Dato lo stato comatoso del capitalismo italiano, era ovvio che prima o poi le grandi aziende finissero in mani estere. Nel caso della telefonia la cosa è particolarmente evidente: tutti i principali operatori sono di proprietà estera e comunque la scusa dell’italianità è servita solo a garantire i profitti agli amici.

 

Nazionalizzare il settore telefonico sotto il controllo operaio

Anni fa, anche a sinistra, c’era molto scetticismo sulla parola d’ordine della rinazionalizzazione delle società svendute ai privati. Dopo anni in cui persino governi conservatori hanno nazionalizzato di tutto, è ovvio che le privatizzazioni sono state un fallimento. Hanno regalato ai padroni infrastrutture costruite con i soldi di tutti. Anche l’argomento della concorrenza in questo campo non ha senso. Le città sono state riempite di antenne dei vari gestori quando una rete è più che sufficiente. Altro che efficienza! Sostiene Meo, docente del Politecnico di Torino: “la nazionalizzazione delle rete telefoniche… sarebbe la soluzione ideale” (La Stampa, 1 ottobre). Non si potrebbe dire meglio. Bisogna rinazionalizzare Telecom e tutti gli altri gestori telefonici, fonderli in una sola azienda in grado di avere la dimensione e la capacità di innovare la rete.
Non si tratterebbe, ovviamente, delle nazionalizzazioni che vanno di moda in questi anni, ossia aiuti di Stato ai profitti dei privati. La banda di predoni che guida Telecom va espropriata senza indennizzo, da riservare ai piccoli azionisti in caso di effettiva necessità. Gli organi di vertice e le strutture di controllo sulla gestione aziendale devono essere rappresentanza diretta dei lavoratori e degli utenti, che dovrebbero indirizzare le scelte di investimento della società. Niente regali ai capitalisti e niente sprechi di Stato.
Mentre i dirigenti sindacali ritirano fuori la solita favola del piano industriale, la sinistra deve mettere in campo la battaglia per la nazionalizzazione e per il controllo operaio. Già un quarto dell’industria italiana è stato spazzato via dalla crisi. Solo un’economia nelle mani dei lavoratori può offrire una via d’uscita.

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