Vota 4 sì ai referendum - Falcemartello

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Il 12 e 13 giugno si voterà per i referendum sull’acqua, sul nucleare e sulla questione del legittimo impedimento (l’escamotage che permetterebbe a Berlusconi di evitare i processi a suo carico). Se il Sì vincesse e il quorum venisse superato, ciò costituirebbe un grande passo in avanti per i movimenti e un'importante battuta d'arresto per governo e padronato.

 

A queste date si arriva con un percorso di mobilitazione particolarmente intenso, in primo luogo in difesa dell’acqua pubblica e, dopo l’esplosione della centrale di Fukushima in Giappone, con una crescente indignazione popolare rispetto ai piani del governo di rilancio del nucleare. Una rabbia montante nella popolazione che ha convinto la lobby nuclearista a provare una finta retromarcia, con una moratoria dei progetti di ritorno al nucleare, che rappresenta solo il tentativo di preservare gli affari connessi al programma di sviluppo dell’energia atomica.

 

Il governo cerca così di affossare tutti i referendum, compresi quelli sull’acqua e il legittimo impedimento.

Questo finto rinvio risulta ancora più sconcio se si pensa a cosa si dovrebbe fare durante questo periodo di “riflessione”:

controlli sull’effettivo rischio che si corre, affidati all’Agenzia per la sicurezza di Umberto Veronesi che, in televisione, proprio non ce la fa a trattenere il suo appoggio al nucleare (che siamo sicuri essere del tutto disinteressato e basato su solidi ragionamenti scientifici...) e ci viene a spiegare che la tragedia giapponese nasce da

condizioni non riproducibili in altre situazioni.

Il governo vuole arrivare a produrre il 25% dell’elettricità col nucleare, un piano per cui servirebbe la costruzione di 10 reattori nucleari. Un programma da squilibrati, in un momento in cui tutte le nazioni stanno chiudendo centrali e riducendo la produzione nucleare, una tecnologia chiaramente in declino che potrebbe essere sostituita da energie rinnovabili come ad esempio l’eolico, di cui abbiamo moltissimi impianti nel sud Italia, particolarmente in Basilicata. Negli Usa, dai due nuovi reattori costruiti negli ultimi dieci anni non si è ricavato neanche un Megawatt di energia, mentre sono stati prodotti 37mila Mw da eolico, quanto avrebbero prodotto dieci centrali nucleari!.

In queste settimane, inoltre, in diverse regioni italiane ci sono state varie mobilitazioni per fermare i treni che trasportavano le scorie dall’Italia alla Francia per essere processate (con la sottrazione di plutonio) e poi tornare indietro. Un processo costoso al termine del quale comunque rimangono delle scorie pericolose. Sì, perchè in Italia stiamo ancora smaltendo scorie di 50 anni fa e, se verranno costruite nuove centrali, avremo a che fare con le scorie prodotte per un altro secolo almeno!

Contro la privatizzazione dell’acqua sono nati comitati spontanei praticamente in tutte le città e comuni del paese e sono state queste strutture che hanno garantito il successo della raccolta delle firme sui quesiti referendari: quasi 1milione e mezzo.

Il 26 marzo 300mila persone venute da tutta Italia, segnando un esordio esplosivo delle iniziative a sostegno della campagna referendaria, hanno manifestato a Roma contro la privatizzazione dell’acqua che consentirebbe ai privati di allungare le loro mani su un bottino miliardario: il mercato delle bollette e la gestione dei finanziamenti per rimettere in sesto la rete idrica.

L’acqua privata per decreto a livello nazionale è un business formidabile, che vede già alcuni concorrenti ben posizionati: Caltagirone innanzitutto, uno dei più noti palazzinari romani che da tempo ha accresciuto il suo pacchetto azionario in Acea (la municipalizzata romana a partecipazione privata), e la Iren, una azienda nata dalla fusione delle municipalizzate di Genova, Torino, Parma, Piacenza e Reggio Emilia (partecipata da Intesa San Paolo).

Nel nostro paese, laddove la gestione è stata data in affidamento al settore privato, si sono registrati forti aumenti delle tariffe ed una generalizzata diminuzione degli investimenti. Dal 2000 ad oggi, 80 capoluoghi su 115 hanno ritoccato la bolletta, portando ad un aumento totale del 64,4%. A livello nazionale, nel 2002 ogni italiano pagava in media 182 euro per il servizio idrico. Oggi siamo a 301, il 65% in più!

In Toscana, Emilia e Liguria, le regioni dove il processo di privatizzazione è più avanti, gli aumenti delle tariffe sono risultati essere i più alti. Prendendo in considerazione le 25 zone con le tariffe più alte, 21 sono in mano ai privati o a gestione mista pubblico-privato.

Negli ultimi anni la rete idrica è stata volutamente lasciata in uno stato di completo abbandono, rinunciando persino alle più elementari operazioni di manutenzione. Ora, per rimettere in sesto i 300mila km di tubi che trasportano l’acqua fino ai rubinetti di casa, servono 64 miliardi di euro, che sono proprio la torta su cui vogliono mettere le mani i privati.

Da dove arriveranno questi soldi? Il Censis stima che per il 14% si tratterà di fondi pubblici a fondo perduto, per il resto saranno finanziati con le bollette (per le quali è stata stimata la necessità di un aumento del 18% da qui al 2020). In pratica i privati useranno soldi dello stato e dei cittadini senza tirare fuori un centesimo di tasca loro!

Questi sono gli effetti della privatizzazione dell’acqua laddove è stata sperimentata e il governo Berlusconi vorrebbe estenderli a tutto il paese!

La lotta contro il nucleare e in difesa dell’acqua pubblica si può vincere e si deve estendere.

Nel denunciare lo scandalo delle scorie nucleari che fanno avanti e indietro per il paese, si deve ricordare il caso dei rifiuti tossici trattati come normali, in una gestione dei rifiuti che a livello nazionale ha inanellato uno scandalo dietro all’altro e della quale si deve rivendicare la nazionalizzazione dell’intero ciclo.

Allo stesso modo occorre allargare il raggio della battaglia contro la privatizzazione dell’acqua. Tutte le privatizzazioni portate avanti negli ultimi vent’anni sono state un disastro: centinaia di migliaia di posti di lavoro persi, crollo dei livelli di sicurezza sul lavoro e degli standard dei servizi offerti, drammatico impoverimento delle risorse collettive. Questo è il bilancio delle privatizzazioni, ad esempio, di Telecom e Ferrovie dello Stato e ora vogliono fare lo stesso scempio con la privatizzazione delle Poste.

Per questi motivi è fondamentale che la difesa dell’acqua pubblica si colleghi alle vertenze più generali in campo contro le privatizzazioni e in difesa dei posti di lavoro in tutto il paese.

Il 12 e 13 giugno si può portare a casa, dopo tanti anni, una prima vittoria contro le politiche liberiste, che segni un’inversione di tendenza ed un rilancio dell’idea della proprietà pubblica dei servizi e delle risorse fondamentali dell’economia.