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Dal successo dell'assemblea del primo ottobre ai compiti per l'autunno


Si è svolta a Roma il primo ottobre al teatro Ambra Jovinelli l'assemblea lanciata dai promotori dell'appello Noi il debito non lo paghiamo, dobbiamo fermarli!.
Sala gremita, oltre 800 persone, tanti interventi, molta attenzione da parte dei partecipanti.

Un successo di presenza che dà la misura dell'aspettativa che si è creata intorno all'appello lanciato, a fine luglio, da Giorgio Cremaschi (presidente del Comitato centrale della Fiom) più una prima lista di promotori.

L'appello, composto di 5 punti, ha catalizzato l'attenzione di tanti militanti politici, sindacali e studentesschi che, nel precipitare degli eventi di queste settimane, sono alla ricerca di risposte contro l'attacco violento del capitalismo.

È indiscutibile infatti che, se da un lato l'attacco dei padroni, delle banche e degli speculatori si fa sempre più aggressivo, dall'altro è altrettanto evidente che mancano risposte adeguate per contrapporre la necessaria controffensiva.

Partendo dai 5 punti dell'appello, l'obiettivo dell'assemblea era in primo luogo quello di offrire un occasione per incominciare a discutere e promuovere il lancio di un movimento che possa crescere e offrire un alternativa a sinistra.

L'assemblea. introdotta dal compagno Cremaschi, ha visto un dibattito serrato che è riuscito, nonostante i tempi molto stretti, a garantire che tutte le forze politiche presenti potessero esprimere le proprie opinioni sulla crisi e cosa sarebbe necessario fare.

Usb, Rete 28 aprile, gli autorganizzati con un compagno della Marcegaglia di Milano, Mimmo Loffredo della Fiat di Pomigliano, la compagna Dosio dei No Tav, Gallori di Ancora in Marcia, il compagno dell'Isola dei Cassintegrati, il segretario del Prc, il Pcl, Sinistra Critica, la Rete dei comunisti, la Rete femminista, Roma bene comune, il Forum ambientalista e quello dei diritti,  Atenei in rivolta, tanti interventi, cartina di tornasole di un'adesione estremamente eterogenea, che hanno trovato in questa assemblea un primo momento di confronto.

Dal palco del teatro si sono succeduti interventi di denuncia a appelli alla mobilitazione e interventi sulle vertenze in atto. Significativo l'intervento del compagno Gallori, leader delle lotte dei macchinisti ferrovieri che, tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90, misero letteralmente in crisi governo e vertici sindacali con scioperi che raccoglievano sostegni di massa tra i macchinisti. Gallori ha saputo, in un intervento di cinque minuti, spiegare una cosa molto importante: oggi non ci sono più mezze misure, lo sciopero o lo fai duro, che colpisce nel segno, o l'avversario ti schiaccia.  

Tutti nella sala erano d'accordo sulle questioni fondamentali: il debito non è nostra responsabilità e non lo dobbiamo pagare. Per contrastare i padroni ci vuole il conflitto. Che uno dei principali problemi ad esprimere questo conflitto siano i vertici burocratici della Cgil (che firmano coi padroni accordi come quello del 28 giugno), e che per essere realmente incisivi bisogna fare un salto di qualità. Consapevoli che siamo in alternativa anche a soggetti come Uniti contro la crisi (ora Uniti per l'alternativa), Vendola e il Partito democratico, che altro non sanno fare che riproporre le solite ricette come primarie, nuove elezioni e governi di centro sinistra.

Ma come si fa tutto ciò? Come si contrasta l'attacco padronale? Come si rompe il muro di gomma che  i vertici sindacali sistematicamente erigono contro le mobilitazioni dei lavoratori? Cosa si deve offrire in alternativa all'ennesima proposta del centrosinistra che, senza se e senza ma, una volta al governo, riproporrà le ricette della Banca europea, del Fondo monetario internazionale e di Marchionne?

Come compagni di Falcemartello a queste domande abbiamo cercato di rispondere. Il limite di questa assemblea è stato che non è emerso in modo sufficientemente chiaro quale sia il soggetto principale a cui rivolgersi per estendere il fronte della lotta.

Quel soggetto per noi è la classe operaia organizzata che, come ha spiegato Mimmo Loffredo descrivendo la battaglia che stanno facendo i lavoratori e le lavoratrici della Irisbus di Avellino (che da tre mesi lottano contro la chiusura dello stabilimento, l'unico che in Italia produce autobus), sono solo uno dei tanti esempi, uno dei tanti focolai di ribellione nel paese a cui ci dobbiamo rivolgere per non finire, come già tante altre volte è successo, che alla fine parliamo solo a noi stessi.

Pomigliano, Fincantieri e Irisbus sono solo alcuni degli esempi di quella radicalità operaia che può mettere in discussione il sistema, perché sono gli operai in primo luogo gli unici che, con la lotta e lo sciopero, vanno a colpire nella carne viva gli interessi dei padroni, il profitto.

Questo è il punto fondamentale: difendere la centralità operaia, il tessuto industriale, strappandolo alla classe padronale; questo è il punto decisivo. Per farlo dobbiamo tornare a parlare di autoconvocazione, di autorganizzazione del movimento operaio, quell'autorganizzazione che hanno saputo mettere in campo compagni come Gallori, unico vero strumento per far saltare il tappo burocratico che impedisce ai lavoratori di esprimere tutta la propria radicalità e determinazione.

Unico strumento che spariglia le carte di chi già pensa a un centrosinistra pronto a farsi promotore di una nuova politica dei sacrifici, che verranno chiesti ai lavoratori.

Solo così quella del primo ottobre non sarà una bella iniziativa fine a se stessa, dove, come ha detto qualcuno, ‘comunque ci conosciamo quasi tutti’, ma l'inizio di un percorso che può realmente mettere all'ordine del giorno una nuova stagione di riscossa.

Per questo motivo abbiamo proposto all'assemblea che quella di ritorno (che si dovrà tenere a dicembre) sia una grande assemblea operaia che sappia far confluire tutte le vertenze più avanzate.

Un lavoro difficile, complicato ma non impossibile. Questo è l'impegno che ci siamo presi e che porteremo avanti. Avremmo voluto che questo impegno se lo prendesse anche il nostro partito, Rifondazione comunista, partito che era presente con tantissimi compagni all'assemblea, perché questa è l'unica strada che può condurre il partito fuori dalle secche. Ferrero però, nel suo intervento, si è limitato a dire che parteciperà al percorso comune, ma aleggiava in modo evidente la contraddizione tra l'appoggio a questa assemblea e il suo obiettivo principale, che è tornare nelle grazie del Partito democratico e Sel per una futura alleanza elettorale. Purtroppo certi dirigenti non imparano nulla dall'esperienza. Ma se questo è quello che esprime il gruppo dirigente, non è quello che pensa la base. La nostra battaglia nelle prossime settimane sarà proprio quella di proseguire nel coinvolgere anche i compagni del nostro partito nella campagna per la centralità della classe operaia e del conflitto di classe. A partire dalla manifestazione del 15 ottobre a Roma dove saremo tutti insieme a manifestare contro questo sistema marcio.

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