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La mobilitazione contro l’ennesimo attacco padronale è partita. Lo sciopero del 6 settembre ha mostrato una risposta risoluta contro governo, padroni e banchieri.
I tanti cortei che hanno attraversato il paese hanno mostrato che i lavoratori non sono più disposti a pagare la crisi economica.

Guarda gli interventi di paolo Grassi e Mimmo Loffredo all'assemblea del Primo ottobre


Un No secco è arrivato dalle piazze, milioni di lavoratori e studenti, nonostante le scuole siano ancora chiuse, hanno manifestato chiamati in piazza dalla Cgil e dalla maggioranza dei sindacati di base. Sciopero che è giusto ricordare, è stato condannato dal segretario della Cisl Bonanni, ma non da tantissimi suoi iscritti che infatti sono scesi in piazza.
Ma il 6 settembre non può che essere la prima di una lunga mobilitazione. La posta in gioco è alta, a un attacco così pesante fatto di tagli allo stato sociale, aumento delle tasse, abolizione del contratto nazionale e dello Statuto dei lavoratori, deve corrispondere una lotta adeguata. Per sconfiggere questo ennesimo vergognoso attacco uno sciopero non basta. I padroni non molleranno tanto facilmente perché la posta in gioco è ridisegnare i rapporti di forza all’interno dei luoghi di lavoro, espellendo il settore più combattivo e determinato della classe operaia. Da Pomigliano in poi, passando per Mirafiori e Fincantieri e le mobilitazioni contro la Tav, in questo ultimo anno la classe operaia ha mostrato quella determinazione e risolutezza necessaria per respingere questi piani.
Ora che lo sciopero ha dimostrato che tra settori importanti di lavoratori la disponibilità a lottare c’è, si tratta di capire come proseguire la lotta.
Nei comizi conclusivi delle manifestazioni del 6 settembre i dirigenti della Cgil risposte utili non ne hanno date, contrappongono alla finanziaria dei padroni una piattaforma che comunque chiede ai lavoratori sacrifici. Anche sulle proposte di mobilitazione non sono emerse risposte adeguate, tranne la minaccia di ricorrere alla Corte costituzionale contro l’abolizione del contratto nazionale e dello Statuto dei lavoratori.
Troppo poco, e infatti pesa ancora come un macigno sulle spalle di tutti i lavoratori l’accordo del 28 giugno, firmato anche dalla Cgil, che altro non è che lo strumento con cui padroni e sindacati compiacenti hanno rilanciato l’attacco nella finanziaria.
Se è positivo che la Cgil ha convocato lo sciopero tempestivamente è altrettanto vero che il suo gruppo dirigente non è adeguato a condurre la lotta per vincere questa battaglia.
Lo sciopero del 6 settembre deve essere solo l’inizio di una mobilitazione incisiva ed estesa in grado di durare un minuto in più della resistenza dei padroni e vincere il conflitto. É col protagonismo operaio, l’organizzazione dal basso dei delegati, dei lavoratori, degli studenti e dei movimenti di lotta che si battono padroni e governo.
Per questo motivo sosteniamo e promuoviamo l’assemblea nazionale dell’appello Dobbiamo fermarli! 5 proposte per un fronte comune contro il governo unico delle banche che si terrà a Roma il primo ottobre, promossa da centinaia di delegati sindacali della Cgil e dei sindacati di base, che deve lanciare anche nel nostro paese un’opposizione conflittuale (Mentre scriviamo sono oltre 1.300 le adesioni).

Di seguito i 5 punti dell’appello di politica economica sociale e democratica alternativi sia alle scelte sinora attuate dai governi di centrodestra, ma anche a quelle dei governi di centrosinistra e, più in generale, alle decisioni dei padroni e dei banchieri europei.

 

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1) Non pagare il debito. Colpire a fondo la speculazione finanziaria e il potere bancario. Occorre fermare la voragine degli interessi sul debito con una vera e propria moratoria. Vanno nazionalizzate le principali banche, senza costi per i cittadini, vanno imposte tassazioni sui grandi patrimoni e sulle transazioni finanziarie. La società va liberata dalla dittatura del mercato finanziario e delle sue leggi, per questo il patto di stabilità e l’accordo di Maastricht vanno messi in discussione ora. Bisogna lottare a fondo contro l’evasione fiscale, colpendo ogni tabù, a partire dall’eliminazione dei paradisi fiscali, da Montecarlo a San Marino. Rigorosi vincoli pubblici devono essere posti alle scelte e alle strategie delle multinazionali.

2) Drastico taglio alle spese militari e cessazione di ogni missione di guerra. Dalla Libia all’Afghanistan. Tutta la spesa pubblica risparmiata nelle spese militari va rivolta a finanziare l’istruzione pubblica ai vari livelli. Politica di pace e di accoglienza, apertura a tutti i paesi del Mediterraneo, sostegno politico ed economico alle rivoluzioni del Nord Africa e alla lotta del popolo palestinese per l’indipendenza, contro l’occupazione. Una nuova politica estera che favorisca democrazia e sviluppo civile e sociale.

3) Giustizia e diritti per tutto il mondo del lavoro. Basta con la precarietà. Abolizione di tutte le leggi sul precariato, riaffermazione del contratto a tempo indeterminato e della tutela universale garantita da un contratto nazionale inderogabile. Parità di diritti completa per il lavoro migrante, che dovrà ottenere il diritto di voto e alla cittadinanza. Blocco delle delocalizzazioni e dei licenziamenti, intervento pubblico nelle aziende in crisi, anche per favorire esperienze di autogestione dei lavoratori. Eguaglianza retributiva, diamo un drastico taglio ai superstipendi e ai bonus milionari dei manager, alle pensioni d’oro. I compensi dei manager non potranno essere più di dieci volte la retribuzione minima.
Indicizzazione dei salari. Riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, istituzione di un reddito sociale finanziato con una quota della tassa patrimoniale e con la lotta all’evasione fiscale.
Ricostruzione di un sistema pensionistico pubblico che copra tutto il mondo del lavoro con pensioni adeguate.

4) I beni comuni per un nuovo modello di sviluppo. Occorre partire dai beni comuni per costruire un diverso modello di sviluppo, ecologicamente compatibile. Occorre un piano per il lavoro basato su migliaia di piccole opere, in alternativa alle grandi opere, che dovranno essere, dalla Val di Susa al ponte sullo Stretto, cancellate. Le principali infrastrutture e i principali beni dovranno essere sottratti al mercato e tornare in mano pubblica.
Non solo l’acqua, dunque, ma anche l’energia, la rete, i servizi e i beni essenziali. Piano straordinario di finanziamenti per lo stato sociale, per garantire a tutti i cittadini la casa, la sanità, la pensione, l’istruzione.

5) Una rivoluzione per la democrazia. Bisogna partire dalla lotta a fondo alla corruzione e a tutti i privilegi di casta, per riconquistare il diritto a decidere e a partecipare affermando ed estendendo i diritti garantiti dalla Costituzione. Tutti beni provenienti dalla corruzione e dalla malavita dovranno essere incamerati dallo Stato e gestiti socialmente. Dovranno essere abbattuti drasticamente i costi del sistema politico: dal finanziamento ai partiti, al funzionariato diffuso, agli stipendi dei parlamentari e degli alti burocrati. Tutti i soldi risparmiati dovranno essere devoluti al finanziamento della pubblica istruzione e della ricerca. Si dovrà tornare a un sistema democratico proporzionale per l’elezione delle rappresentanze con la riduzione del numero dei parlamentari. È indispensabile una legge sulla democrazia sindacale, in alternativa al modello prefigurato dall’accordo del 28 giugno, che garantisca ai lavoratori il diritto a una libera rappresentanza nei luoghi di lavoro e al voto sui contratti e sugli accordi. Sviluppo dell’autorganizzazione democratica e popolare in ogni ambito della vita pubblica.

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