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Gli scorsi mesi sono stati caratterizzati da mobilitazioni importanti in risposta all’offensiva della classe dominante: dalla difesa dell’acqua come bene comune alle lotte ambientali, dalle lotte del mondo della conoscenza contro la Gelmini al nuovo protagonismo operaio, culminato con lo sciopero generale dei metalmeccanici del 28 gennaio.

 

“Beni comuni”, è questo il termine più gettonato per descrivere il possibile minimo comune denominatore di queste lotte. Ci pare esista una differenza tra come questo termine è largamente percepito – fa parte ormai del linguaggio del movimento – e la valenza paradigmatica che un settore del movimento gli attribuisce, utilizzandolo in funzione del superamento delle categorie di “pubblico” e “privato”. Non si tratta di contestarne l’utilizzo in sé, ma di fare chiarezza sulla reale sostanza e sulle implicazioni di questa, cosiddetta, “terza via”.

 

Da un lato abbiamo infatti il “pubblico”, bersaglio della propaganda della classe dominante almeno da tre decenni, dipinto come fonte di ogni male, causa del collasso del Paese, sinonimo di spreco e inefficienza; dall’altro lato, la crisi ha fatto cadere l’idea che “il privato è bello”. L’idea di un mercato che si autoregola si è sciolta come neve al sole e il peggioramento delle condizioni di vita della maggioranza della popolazione, in primis lavoratori e giovani, ne è l’argomentazione più convincente.

Di fronte alla percezione di fallimento di tutte e due le ipotesi, per come le abbiamo viste applicate, la “terza via”, in questa fase, può raccogliere alcune simpatie perché prospetta una possibile alternativa. Ma la retorica o alcune evocazioni non bastano.

La mistica del “comune”.

La sistematizzazione teorica più organica la troviamo nell’ultima “fatica” di Negri e Hardt intitolata, non a caso, “Comune. Oltre il privato e il pubblico”. Questo testo si pone in piena continuità con le teorie del capitalismo cognitivo, delle moltitudini e della – presunta – nuova natura biopolitica del lavoro, di cui abbiamo effettuato una critica puntuale (vedi a riguardo la rivista “la sinistra, la crisi e il marxismo”).

“Comune” viene utilizzato come sinonimo di “beni comuni” e contiene un duplice significato: “in primo luogo, la ricchezza comune del mondo materiale – l’aria, l’acqua, i frutti della terra” per poi spiegare che “per comune si deve intendere, per maggior precisione, tutto ciò che si ricava dalla produzione sociale1.

Come ha sottolineato giustamente Luigi Cavallaro2, con l’invenzione di questa categoria si mettono assieme beni che non sono producibili attraverso il lavoro (l’aria, l’acqua, il linguaggio,…) con i beni prodotti da un processo lavorativo, che sono merci, e che possono essere comuni solo nella misura in cui la forma sociale li rende “non esclusivi”, dunque godibili da tutti.

Ignorare questa differenziazione, senza spiegarci il perché non sia più vera, come fanno Negri e Hardt, porta a spostare l’attenzione dalla necessità della messa in discussione degli assetti produttivi ad una semplice rivendicazione di giustizia distributiva: questo è il nodo di fondo.

Ed infatti Negri e Hardt, ci spiegano chiaramente (per una volta!) che “le esigenze della produzione capitalistica rendono possibile la creazione delle basi di un ordine economico e sociale fondato sul comune3 in quanto “nella produzione biopolitica il lavoro guadagna sempre più spazi e tempi di autonomia dal potere capitalistico4. In altre parole, se i frutti della produzione sociale del lavoro biopolitico sono già “beni comuni”, senza bisogno di modificare la forma sociale, l’unica battaglia che ha senso è quella di contribuire a questa sottrazione del lavoro dal controllo del capitale e lavorare per una sempre maggiore “conquista di autonomia5.

Ma, è lecito chiedersi, che relazione c’è tra produzione industriale e questo lavoro biopolitico? Risposta: “La nostra tesi è che la produzione biopolitica stia diventando egemone, assumendo lo stesso ruolo assunto dall’industria per oltre un secolo. (…) Ora l’industria sta diventando biopolitica, sta cioè integrando in modo massiccio le reti della comunicazione, i circuiti intellettuali e culturali, la produzione di immagini e affetti.”6

è la trasformazione biopolitica che risolve la contraddizione tra capitale e lavoro? O serve solo ad occultare l’irriducibile contrapposizione degli interessi di classe, forza motrice del conflitto?

La tesi della – presunta – centralità biopolitica fa a pugni con l’esperienza di quest’autunno, dove i molti No di Pomigliano al ricatto padronale e la manifestazione lanciata dalla Fiom il 16 ottobre hanno giocato un ruolo fondamentale nel riaprire una dinamica di lotte, che abbiamo visto concretizzarsi nelle splendide mobilitazioni studentesche di novembre e dicembre e nella riuscita dello sciopero generale dei metalmeccanici il 28 gennaio.

Quale “terza via”?

Ma se non si tratta di lottare contro il capitalismo per costruire una società migliore, in cosa si sostanzia quella che ci viene proposta come “terza via”? Si tratta semplicemente di lavorare per una giustizia distributiva attraverso alcune riforme: istituire “un reddito minimo garantito”, assicurare le “infrastrutture della comunicazione” necessarie alla produzione biopolitca, per ottenere “tutto ciò che è necessario per sviluppare l’imprenditorialità del comune e delle reti cooperative locali7. In altre parole, si teorizza semplicemente la riformabilità del capitalismo, in direzione di un’etica redistributiva, dove, come scritto in un’altra pubblicazione, “I beni comuni naturali e sociali, locali e globali, configurano un paradigma di sviluppo socioeconomico e di società organizzata sul locale [e] si avvalgono dei cicli corti e dei mercati locali anziché del mercato globale8 Dunque si accetta in ogni caso la logica del mercato.

Queste teorizzazioni, lungi dall’essere solide fondamenta su cui costruire le battaglie contro la furia privatizzatrice del capitale, costituiscono un piano inclinato, su cui si scivola progressivamente fino a sostenere che “I beni comuni vanno visti come spazi che intersecano il privato e il pubblico9.

Tale ragionamento ci porta a dare una giustificazione ideologica alla logica della sussidiarietà, funzionale allo smantellamento dello stato sociale, pubblico e universale. Il concetto di fondo della sussidiarietà, sposato in toto anche dal Pd, è che il welfare non è più garantito dallo stato ma dai cosiddetti corpi intermedi, privati, (associazioni, confessioni religiose,…) che assolvono a questa funzione. I servizi pubblici vengono tagliati a favore dei privati che, naturalmente, vogliono trarne profitto, con innalzamento dei costi, peggioramento della qualità e nessun vantaggio economico per lo stato in quanto questi “corpi intermedi” godono di lauti finanziamenti pubblici.

Altro che “terza via”, traghettare queste logiche nei movimenti, ammantandole di presunto progressismo, è il più grande regalo che possiamo fare a nostri avversari!

Alla prova della Rivoluzione

Ma questi grandi teorici, come si pongono di fronte a una Rivoluzione che mette all’ordine del giorno la trasformazione della società? Negri, entrando nel merito dei compiti della rivoluzione tunisina in corso, smentendo nei fatti le sue stesse teorizzazioni, in abbandona rapidamente ogni ipotesi cooperativista: “non è possibile oggi immaginare una rivoluzione democratica che non attui, prima di ogni altra operazione, una nazionalizzazione delle banche, una riappropriazione della rendita10

E chi può nazionalizzare le banche se non lo stato? Quale stato può difendere coerentemente gli interessi degli oppressi? Solo uno stato espressione del potere dei lavoratori. è Lenin che lo spiega con estrema chiarezza: “è evidente che la liberazione della classe oppressa è impossibile non soltanto senza una rivoluzione violenta, ma anche senza la distruzione dell’apparato del potere statale che è stato creato dalla classe dominante11. è solo in questo contesto che i ragionamenti sulla democrazia consiliare e sul superamento della contraddizione tra carattere “sociale” della produzione capitalistica e appropriazione “privata” del profitto hanno fondamento.

Contestare le mistificazioni negriane significa innanzitutto difendere oggi il pubblico, non per mantenere lo status quo ma come base per la trasformazione della società. Per questo non possiamo accodarci a quei critici, come Cavallaro, che, nel contestare queste idee, difendono lo statalismo burocratico.

Fare chiarezza sulla diversità delle ipotesi in campo non è un esercizio accademico, ma si lega alla necessità concreta dei movimenti sociali, di imbastire un programma che proponga un’alternativa credibile all’attuale sistema, dando così una prospettiva a mobilitazioni che si scontrino sempre più frontalmente con le compatibilità capitaliste.

Note

1 Michael Hardt e Antonio Negri, Comune. Oltre il privato e il pubblico, Milano, Rizzoli, 2010, p 7-8

2 Luigi Cavallaro, I “beni comini” tra realtà e utopia, riperibile su www.economiaepolitica.it

3 Ivi, p.10

4 Ivi, p.271

5 Ivi, p.286

6 Ivi, p.287

7 Ivi, p.306

8 Giovanna Ricover, I beni comuni: un’alternativa al mercato, in La società dei beni comuni, Roma, Ediesse, 2010, p.83

9 Officina delle idee di Rete@sinistra, in La società dei beni comuni, Roma, Ediesse, 2010, p.27

10 Toni Negri, Lettera a un amico Tunisino, reperibile su controlacrisi.org, 29 gennaio 2011

11 V. I. Lenin, Stato e Rivoluzione, Milano, Feltrinelli Editore, 1968, p.54

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