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Una vera alternativa al capitalismo?

E’ innegabile che diverse associazioni che partecipano al movimento di Seattle si propongano di combattere la globalizzazione creando una catena commerciale alternativa, basata su: "consumo critico o responsabile"- commercio equosolidale - produzioni naturali controllate da piccoli produttori o cooperative. Per saperne di più abbiamo intervistato Davide, iscritto a Rifondazione di Merate (Lecco) che ha avuto un’esperienza di alcuni anni nel commercio equosolidale.

Come e quando sei entrato in contatto con il commercio equosolidale?

Era il ‘98. Provenivo dalla Sinistra Giovanile. Nel ‘98 con la crisi del Governo Prodi, insieme a qualche altro compagno, ho deciso di aderire a Rifondazione. Proprio il Prc aveva organizzato una riunione con diverse associazioni (Amnesty International ecc.) tra cui c’era anche “Il Granello” bottega di commercio equosolidale. Lì ho iniziato ad avvicinarmi a questa realtà.

Qual’era stato l’atteggiamento di Rifondazione in questa assemblea rispetto all’equosolidale?

Ricordo che quando io ed un altro giovane siamo andati dal segretario a dirgli che avremmo partecipato al commercio equosolidale, non ha avuto problemi. Fondamentalmente non c’era coscienza di cos’era il commercio equosolidale. Rifondazione si limitava a chiedersi perchè i giovani andavano lì.

Com’era nata questa bottega equosolidale?

Prima che arrivassi io si chiamava “Associazione missionaria Il Granello”. Era un’associazione di sostegno ai missionari: loro mandavano i prodotti, l’associazione li vendeva e i soldi finanziavano i missionari. Era molto legata alla Chiesa, si riuniva in un palazzo di proprietà della Chiesa. Il Comune gli dava uno spazio pagando un affitto simbolico. Qui c’è stato il salto da associazione missionaria a equosolidale. In questo periodo sono entrato io.

Com’era la composizione politica o di provenienza del gruppo che formava la bottega?

C’era un gruppo che faceva riferimento alla sinistra. Tesserati credo nessuno. Sicuramente c’era un Verde convinto, così come uno vicino ai Ds. Sono queste le persone che hanno spinto di più perchè ci fosse la conversione alla bottega equosolidale. Il resto delle persone faceva più o meno riferimento al centro cattolico.

Quali erano le tue aspettative quando sei entrato nella bottega? Era un modo per combattere il sistema?

Il ragionamento era utilizzare il volontariato legato all’equosolidale come forza emergente per aggirare il sistema capitalista. Poi ce n’era un altro più a livello inconscio: Rifondazione, a parte la festa, non mi dava niente. Mancava l’agire politico. Con la bottega facevamo attività, producevamo libri, facevamo banchetti esterni in contatto con la gente. Comunque in generale non avevo un’idea precisa di dove arrivare con l’equosolidale: mi mancavano basi per interpretare la realtà. La Sinistra Giovanile non mi aveva dato nulla, nessuna discussione politica, niente. Solo tanti riferimenti astratti alla “solidarietà”.

Almeno nell’equosolidale facevi attività?

Sì, se no magari mi sarei perso per strada.

Tu sei passato dalla tappa dell’equosolidale senza bruciarti politicamente. Non credi però che altri giovani che hanno illusioni in questo settore si potrebbero bruciare?

Sì, comunque i primi dubbi sono sorti proprio durante una Festa di Liberazione. Un ragazzo attivo nell’equosolidale era venuto a darci una mano. Faceva le pizze. Lavorando era venuto a contatto con alcuni operai ed avevano iniziato una discussione sul boicottaggio dei prodotti. Lui sosteneva la solita tesi: se attraverso il boicottaggio riesci a far perdere una quota del fatturato dell’azienda almeno del 3% allora la costringi a cambiare scelte. Gli operai erano contrari: la perdita dell’azienda si sarebbe solo riflessa, come tutto in questa società, sulle tasche dei lavoratori. Mi hanno messo la pulce nell’orecchio. Ma come: gli operai erano contro il boicottaggio? Allora mi sono iniziato a chiedere effettivamente chi andavi a colpire con quella pratica. Chi danneggi boicottando? Sicuramente il circolo queste risposte non riusciva a darmele. Il salto d’interpretazione l’ho avuto quando in università sono venuto a contatto e a confrontarmi con altre idee, fondamentalmente marxiste. Allora ho scoperto che quella del boicottaggio non era una teoria così fondata.

Che evoluzione ha avuto poi la bottega equosolidale?

Diversi hanno lasciato quando hanno iniziato a lavorare. Sono rimasti gli elementi più preoccupati delle questioni amministrative: il presidente in particolare, insieme al vecchio ex-democristiano, ha solo la preoccupazione di occuparsi del lato amministrativo.

Ti racconto un aneddoto. Il sindaco di Merate ha indetto nel ‘99 la “festa del cioccolato”. I piccoli imprenditori e i commercianti avrebbero lasciato aperti i negozi di domenica. Il Comune ha mandato una lettera di invito alla bottega equosolidale. Quando sono arrivato alla riunione si dava già per scontato di aderire all’iniziativa: si stava parlando solo di particolari organizzativi. Mi è venuta spontanea una domanda: sappiamo da dove il Comune prende il cioccolato da distribuire? Come possiamo non farci questa domanda? Siamo andati dal Comune a chiedere la provenienza del cioccolato. Ci hanno mandato a quel paese. Per quell’anno abbiamo deciso di non aderire. Avevo visto però facce truci rispetto a questa scelta di non aderire.

L’anno dopo si è ripresentata la stessa questione. Il vecchio ex-democristiano non s’è fatto scrupoli: è andato a pagare direttamente il bollettino d’adesione alla “festa del cioccolato”. Quando ho chiesto al “presidente” come potessimo fare una cosa del genere, la risposta è stata abbastanza chiara: alla festa del cioccolato avevamo guadagnato 285.000 lire. Lì in realtà eravamo una bottega tra le botteghe, senza nessuna differenza.

Parliamo dei prezzi del commercio equosolidale.

Questo è un punto centrale. Sono prezzi più alti. Non si scappa. Si basano sul fatto che la persona sa che spende di più perchè tu le dai fiducia rispetto alla provenienza del prodotto. In particolare questo vale per le produzioni biologiche.

Il prezzo alto fa selezione. Ci sono consumatori che non possono permettersi certi prodotti.

Sì, i lavoratori.

Parliamo dei distributori e dei rifornitori delle botteghe.

Non so esattamente quanti siano. So che sicuramente sono più d’uno. Innanzitutto alcuni di loro hanno fatto breccia e si sono legati alle catene commerciali classiche: EsseLunga, Coop sono tutte aziende che hanno iniziato a vendere i prodotti col marchio “bio” e ad avere una sezione equosolidale. Questo è stato uno dei primi motivi di difficoltà: come gestire la concorrenza del mercato? La questione dei distributori si lega a questo fatto qui. Ma anche al fatto che lo stesso distributore deve garantirsi un’entrata. I distributori coprono zone diverse, in concorrenza, ed ovviamente offrono prezzi diversi, soprattutto nel campo dell’artigianato.

Quindi la bottega è spinta ad andare dal fornitore che offre prezzi più bassi o concorrenziali?

Potenzialmente c’è anche questo. Mi ricordo infatti che si discuteva spesso se rifornirsi di artigianato a Genova o Verona visto che i prezzi erano differenti.

In ultima analisi si tratta sempre di un risparmio sulla pelle dei lavoratori?

I giochi del distributore possono essere di questo tipo: finisco per rifornirmi nel paese dove ci sono condizioni e prezzi migliori. In ultima analisi c’è un discorso di concorrenza tra lavoratori di diversi paesi. Si torna sempre alla guerra tra poveri. Fondamentalmente perchè non vai ad intaccare il sistema. Sì, è una cosa molto simile alle cooperative. Anche quando le cooperative sono aperte nei paesi del terzo mondo dicono che lì non c’è il padrone. Ma il padrone alla fine c’è comunque. C’è nella distribuzione, nelle scelte che fanno i Governi e che ti influenzano. Queste scelte finiscono per incidere sulla politica dei prezzi della bottega. O fallisci o cedi a questa logica. Al massimo, puoi ottenere di alleviare le differenze. E’ puro spirito caritatevole. Ma non intacchi il sistema Questo è poco ma sicuro.

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