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Dopo dieci anni torniamo a Genova. Il capitalismo sembrava essere trionfante dopo il crollo del muro di Berlino: i discorsi sulla "fine della storia" si sprecavano e per fine della storia si intendeva la fine del conflitto e della lotta di classe. Attorno a Genova tutto iniziò a cambiare. Centinaia di migliaia di persone contestarono il sistema di economia di mercato e le sue istituzioni, dal G8 alla Banca mondiale fino al Fmi.

Fu un movimento di massa che mise in discussione i dogmi del pensiero capitalista.

Ma le giornate di Genova le ricordiamo anche e soprattutto per la repressione scatenata dalle forze dell'ordine, che culminarono nell'assassinio di Carlo Giuliani e l'irruzione alla Diaz. Un uso della violenza generalizzato che aveva avuto la sua prova generale alcuni mesi prima, con le cariche a Napoli targate centrosinistra. In quel luglio genovese noi tutti abbiamo subito sulla nostra pelle il vero volto, feroce e spietato, dello stato capitalista.

I fatti della Valsusa hanno riportato drammaticamente indietro la memoria.

Dieci anni di distanza, allo stesso tempo, possono consentire di discutere a mente fredda delle ragioni per cui quel movimento si divise ed entrò in una paralisi per un lungo periodo di tempo.

Una delle convinzioni più comuni era quella riassunta nello slogan "Voi G8, noi 6 miliardi", vale a dire che bastasse far vedere che eravamo in tanti, e i potenti ci avrebbero ascoltato. La conseguenza erano le ipotesi di "riformabilità" di istituzioni come il G8, l'Fmi e l'Onu, insieme all'idea che si potesse far pesare la forza del movimento all'interno dei governi.

Il principale difensore di tale strategia fu il gruppo dirigente del nostro partito.

I danni che ha recato questa scelta sono noti a tutti. Non solo la sinistra non è riuscita a portare alcuna istanza del movimento antiglobalizzazione all'interno del governo, ma ha pagato il proprio distacco dalla base con l'espulsione dal parlamento nel 2008. Qualsiasi governo di destra, centro o sinistra che voglia restare all'interno dei limiti del capitalismo deve portare avanti attacchi allo stato sociale e alle condizioni di vita dei lavoratori. In Grecia o in Spagna infatti, sono i governi socialdemocratici i promotori di politiche di lacrime e sangue.

Ciò dovrebbe far riflettere seriamente chi oggi viene a Genova riproponendo nuove alleanze politiche e spazi unitari della sinistra, da spendere in una nuova avventura di governo (pardon, di appoggio esterno) con le forze che rappresentano il grande capitale, come il Pd e il Terzo polo.

Nel 2001 inoltre l'idea prevalente era che la classe operaia non avesse più un ruolo centrale nel conflitto, perchè "integrata" e/o "frammentata". Meglio puntare sulla "moltitudine" indifferenziata dei "cittadini" e sul lavoro "immateriale".

Oggi la situazione è ben diversa: i referendum di Mirafiori e Pomigliano, insieme alle mobilitazioni organizzate dalla Fiom, sono stati il detonatore per la riscossa del movimento di massa, che ha avuto il suo riflessa nelle urne, con la storica vittoria nei referendum del 12-13 giugno e nella sconfitta delle destre alle amministrative.

Il ruolo della classe lavoratrice è stato essenziale anche nelle rivoluzioni tunisina ed egiziana, avvenimenti di grande portata che ci dimostrano come "la rivoluzione è possibile".

Sulla sponda opposta del Mediterraneo, ad Atene gli "indignati" di Piazza Syntagma hanno come principale rivendicazione lo "sciopero generale politico" volto a cacciare il governo Papandreu.

Crisi capitalista, rivoluzione, ruolo della classe lavoratrice, sono i temi che crediamo debbano essere messi sul piatto nei dibattiti di Genova 2011, anche a costo di mettere in discussione quel "consenso" tanto caro ai Social forum del 2001. La logica del consenso, che rifiuta il voto ed ogni forma di delega, rende infatti la discussione politica inaccessibile ai comuni militanti, mentre le vere decisioni vengono prese ben lontano dalle sedi assembleari.

Genova 2011 potrà rappresentare un passo in avanti se saprà delineare un'azione che unifichi tutte quelle forze che, davanti alla crisi e alla pressante richiesta di sacrifici fatta da padroni e governo, vogliano rispondere con un no chiaro e forte ad ogni ipotesi di unità nazionale e di gestione della crisi.

L'accordo del 28 giugno tra Confindustria e Cgil-Cisl-Uil su contratti e rappresentanza mira proprio a silenziare ogni proposito di opposizione ai dettami delle banche e del grande capitale.

Si potrà costruire così un'unità forse meno "di vertice" ma che risponda alle aspirazioni dei 27 milioni di persone che hanno detto no alle privatizzazioni e alla logica del profitto e a quelle centinaia di migliaia che hanno partecipato al 16 ottobre e alle altre mobilitazioni indette dalla Fiom.

Non basta dire "Noi la crisi non la paghiamo", ma bisogna aggiungere "che la crisi la paghino i padroni".

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