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Il 5 luglio 2012 si è chiuso in Cassazione il processo sull'irruzione della polizia, avvenuta  sabato 21 luglio 2001, il giorno dopo l'uccisione di Carlo Giuliani, alla scuola Diaz di Genova.
Dall'anno scorso, decennale delle manifestazioni contro il G8 a Genova, si è riaperto in Italia un dibattito pubblico su quei giorni, che si è concentrato specialmente sugli scontri di piazza e sulle violenze.

Sebbene noi rifiutiamo di ridurre l'importanza di quella mobilitazione di massa ad una questione di scontri e repressione, indubbiamente la ferocia della polizia e l'ampiezza del confronto fisico tra lo Stato e i manifestanti hanno attirato un'attenzione di massa sui meccanismi della violenza organizzata nella società in cui viviamo. Il film "Diaz", pur non affrontando le ragioni politiche né delle proteste né della repressione, ha avuto senz'altro il merito di mostrare ad un vasto pubblico gli abusi e le torture che si erano verificati nelle stanze della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto.

Neanche a farlo apposta, l'11 maggio l'uomo che guidava la polizia nei giorni del G8 è entrato a far parte del governo Monti con la carica di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Si tratta di Gianni De Gennaro, già condannato in secondo grado e poi misteriosamente assolto in Cassazione per i tentativi di depistaggio proprio nel processo sulle violenze alla Diaz. Non ci potrebbe essere prova più evidente del fatto che a Genova non hanno agito "schegge impazzite" o "mele marce" dell'apparato poliziesco, ma proprio coloro che rappresentano tuttora il braccio armato del potere in Italia.

I depistaggi di cui è stato accusato De Gennaro sono solo una piccola parte delle rocambolesche vicissitudini dei processi ai poliziotti del G8. Si potrebbe dire che il processo Diaz è un caso esemplare di come sia impossibile chiedere ad uno Stato come quello italiano, corrotto e piegato ad interessi inconfessabili, di processare sé stesso in modo equo. Ad ogni passo l'apparato statale si è mosso efficacemente per fiaccare l'iter processuale, stralciare il maggior numero possibile di accuse ai danni di importanti funzionari di polizia, confondere le acque in ogni modo pensabile e impensabile.

Tanto per cominciare, dei 275 poliziotti che hanno partecipato alla violentissima irruzione, solo 28 sono stati rinviati a giudizio per una serie di capi di imputazione tra cui non compare la tortura perché, come è noto, in Italia non esiste questo reato. E così, già il 90% dei partecipanti alla "macelleria messicana" l'hanno sicuramente fatta franca.

La DIGOS aveva acquisito nei giorni successivi diversi video amatoriali sulle violenze ai danni dei 93 manifestanti che si erano rifugiati alla Diaz (dei quali, ricordiamo, neanche uno è stato trovato imputabile di nulla - ma questo non li ha salvati dalle botte e dalle torture). Essendo la DIGOS stessa imputata nel processo, non stupirà nessuno scoprire che molto di quel materiale è stranamente scomparso o si è selettivamente danneggiato durante il riversamento su DVD. Si è scoperto nel processo che le "prove" usate per giustificare l'assalto alla Diaz, le due famose molotov mostrate ai giornalisti, erano state portate lì appositamente dalla polizia; nel corso del processo, queste bottiglie, diventate ormai una prova di colpevolezza non dei manifestanti ma dei loro carnefici, vengono distrutte nell'ennesimo misterioso "incidente".

Clamoroso il caso dell'agente Massimo Nucera, che si era detto ai quattro venti fosse stato accoltellato da un manifestante al suo ingresso nella scuola. Nucera è stato anche generosamente intervistato da giornali di destra e canali televisivi. Si è scoperto che l'accoltellamento non c'era mai stato e Nucera è ora condannato in via definitiva per falso.

Quando si è trattato di riconoscere propri colleghi o di rispondere alle domande più spinose, tutti gli uomini di De Gennaro hanno opposto ai giudici un silenzio ostinato in puro stile mafioso. Nessuno sa dire chi abbia mandato in coma il giornalista inglese Mark Covell. La catena di comando, dietro la quale si nascondono sempre le forze dell'ordine quando gli si chiede conto di ciò che stanno facendo ("Stiamo solo eseguendo degli ordini"), nel processo viene descritta dagli imputati come vaghissima e praticamente inesistente, in modo che ogni responsabilità superiore sia debitamente offuscata. Addirittura una delle firme nel documento di arresto dei 93 manifestanti risulta impossibile da attribuire; peccato che sulla base di quel documento firmato da un innominato decine di ragazzi e ragazze siano stati tenuti ore o giorni nell'inferno di Bolzaneto.

Da D'Alema a Fini, nel corso di un decennio tutti i politici della borghesia esprimono solidarietà alle forze dell'ordine e in particolare ai loro vertici; quando nel 2010 De Gennaro ha minacciato di dimettersi dopo una (mite) condanna, il Consiglio dei Ministri lo ha implorato di non farlo e il PD in una nota di Antonello Soro gli ha rinnovato la sua stima con parole lusinghiere - qualche mese dopo, la sentenza è stata annullata dalla Cassazione. La proposta di creare una commissione parlamentare d'inchiesta sul G8 era stata affossata dal governo Prodi nel 2006-2007, e in particolare da Di Pietro e Mastella. Tutto deve restare nei canali tradizionali, per i quali le tecniche di depistaggio e insabbiamento sono già ben oliate...

I tempi del processo si allungano e pian pianino la situazione dei poliziotti si alleggerisce, mentre le loro carriere continuano. Dei 109 anni di carcere chiesti dal PM, in primo grado (nel 2009) ne sono stati erogati solamente 35 e la maggioranza degli imputati è stata assolta. L'avvocatura dello Stato (che, si noti bene, rappresenta gli interessi anche politici del governo in carica) è ricorsa in appello, ma lo ha fatto anche l'accusa.

Nel 2010 la Corte d'Appello di Genova appesantisce le condanne, che arrivano a 98 anni di carcere per quasi tutti gli imputati. Intanto, i reati meno gravi sono già andati in prescrizione (tra questi, proprio le calunnie e cioè quelli serviti a depistare). La sentenza d'appello nota che gli imputati, non potendo più negare i fatti, si sono messi a giocare allo scaricabarile attribuendo la colpa ad altri (uno di quelli su cui si sono scaricati più barili è il prefetto La Barbera, visto che nel frattempo era morto).

Alla fine di questo processo ad ostacoli, si arriva alla sentenza del 5 luglio, che vede confermati 85 anni di condanna. I "condannati eccellenti" sono Vincenzo Canterini, Francesco Gratteri, Giovanni Luperi, Spartaco Mortola e Gilberto Caldarozzi, tutti alti dirigenti della polizia o dei servizi investigativi. Otto capisquadra del VII Nucleo Speciale della Squadra Mobile di Roma ne escono puliti perché anche il reato di lesioni gravi nel frattempo è prescritto, ma neanche nessuno degli altri, anche grazie ai 3 anni di condono, rischia di andare veramente in galera. Il tentativo di far ricadere quel che è avvenuto nella scuola Diaz (e dopo) nella fattispecie, internazionalmente riconosciuta, di "tortura", è stato respinto dai giudici. Il risarcimento sarà per giunta pagato con i soldi dei contribuenti, come prevede una scandalosa misura del "pacchetto sicurezza" del 2010. Quindi tutto sarebbe finito sostanzialmente a tarallucci e vino, se non fosse per l'interdizione quinquennale dai pubblici uffici che ha colpito diversi imputati. Anche se non dubitiamo che la classe dominante saprà garantire a questi suoi eroi un rifugio dorato per i prossimi cinque anni, sicuramente è fonte di grande imbarazzo per questo Stato presuntamente democratico vedere che un giorno prima di essere sospesi dal servizio molti di questi individui erano considerati meritevoli di promozioni a raffica.

Certamente dietro questo risultato, che al di là di tutto è positivo rispetto a come si sono chiuse tante altre vicende simili, c'è anche la forza di una mobilitazione di massa che tra alti e bassi è durata un decennio e che ha saputo smuovere una fetta importante dell'opinine pubblica in questo Paese. La polizia in questi anni non è migliorata, anzi, ma è cambiata almeno in parte la sua percezione di massa; i casi Aldrovandi, Cucchi, Sandri ecc. hanno messo in luce la violenza cieca dello Stato anche al di fuori di circuiti ristretti di attivisti di estrema sinistra. Con l'inizio della crisi, l'uso sempre più frequente delle forze dell'ordine per reprimere non più soltanto manifestazioni prevalentemente giovanili o rivolte di immigrati, ma anche cortei operai, movimenti popolari di massa come quello in Val Susa, mobilitazioni contro gli sfratti ecc. ha rotto in molti casi quel guscio di fiducia fasulla che la divisa ancora ispirava agli strati politicamente più arretrati della popolazione.

Di questo clima che sta cambiando, e che è destinato a cambiare più radicalmente con l'approfondirsi della crisi, sono consapevoli anche i potenti e gli stessi vertici della polizia. Lo si vede nelle caute dichiarazioni di Antonio Manganelli, che è arrivato a chiedere ipocritamente scusa dopo la sentenza Diaz, salvo poi riproporre la solita manfrina delle "mele marce" ("qualche comportamento errato"). Si vuole insomma "tirare una riga" senza aver affrontato alla radice le cause di questi fenomeni, al punto che l'Associazione Nazionale Funzionari di Polizia ha avuto l'impudenza di dichiarare che "Sono anni che la Polizia non commette più errori collettivi, sono anni che non ha reazioni che travalichino i limiti imposti dalla legge".

Dobbiamo dire chiaramente che non è affatto vero e che finché la polizia sarà lo strumento per garantire i profitti di pochi e lo sfruttamento, la sottomissione e l'umiliazione di molti, in ogni questura e in ogni caserma di carabinieri coveranno i germi di nuove Diaz e nuove Bolzaneto.

Una controprova è il linguaggio minaccioso e obliquo usato da Gianni De Gennaro nel commentare quest'ultima sentenza, dove, al di là delle frasi di rito sul rispetto per la magistratura, si è per esempio espresso "un sentimento di affetto e di umana solidarietà per quei funzionari di cui personalmente conosco il valore professionale e che tanto hanno contribuito ai successi dello stato democratico nella lotta al terrorismo ed alla criminalità organizzata". Non sbaglia chi ha denunciato in questa frase un atteggiamento da "capobanda" che dice ai suoi: "Questa volta abbiamo avuto sfortuna, ma ve la faremo vedere noi". E c'è chi vi ha letto anche un sottile riferimento a qualche informazione politicamente scottante che potrebbe facilmente possedere chi ha avuto a che fare con operazioni che riguardano mafia e terrorismo. Insomma, cari politicanti, vedete di non dimenticarvi dei vostri vecchi amici.

Nel denunciare le violenze poliziesche e come siano connaturate al sistema capitalistico, non ci tiriamo indietro dall'avanzare in ogni caso proposte concrete per ridurre la "libertà di abuso" degli emuli di Canterini e Mortola: poliziotti e carabinieri vanno disarmati, proibendo per esempio i lacrimogeni e altre armi chimiche, vanno resi identificabili con codici personali sui caschi, vanno perseguiti con la massima durezza quando commettano violenze o addirittura le rivendichino (bisogna per esempio sospendere dal servizio gli assassini di Federico Aldrovandi e punire quell'agente che si è permesso pure, dopo la condanna, di insultare la sua vittima). Bisogna inoltre favorire il dissenso delle "mele sane" nel meleto marcio, garantendo diritti democratici e protezione a quei membri delle forze dell'ordine che rompano il clima di omertà (camuffatto generalmente da "spirito di corpo") o si rifiutino di svolgere incarichi ingiusti e di "coprire" i propri superiori.

Infine, segnaliamo un rischio molto concreto: che si cerchi di dare "un colpo al cerchio e uno alla botte" con la sentenza di Cassazione per i 10 manifestanti accusati di "devastazione e saccheggio" durante le manifestazioni anti-G8. Queste 10 persone, che non hanno ucciso o torturato nessuno, che sono accusati di aver fatto danni a cose inanimate o addirittura solamente di aver fornito "compartecipazione psichica" a chi stava compiendo danneggiamenti, rischiano 100 anni di galera - e diversamente dai poliziotti, sono anni che farebbero e che alcuni di loro hanno già iniziato a fare, ai domiciliari. Mentre il reato di tortura dovrebbe esistere e non c'è, il reato di devastazione e saccheggio è un'assurdità del codice penale fascista che serve solo a processi politici come questo. Il risultato è nella sproporzione evidente tra questi due processi, che fa sì che questi 10 possano facilmente diventare dei capri espiatori. In loro difesa è partita la campagna "10x100" che va caldamente sostenuta: è un altro passo della nostra battaglia per conquistare verità e giustizia sui fatti di Genova 2001, è un altro passo per continuare a parlare di anticapitalismo e per tornare a pronunciare quelle parole d’ordine che undici anni fa hanno cercato di ricacciarci in gola con la forza.

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