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Goteborg, 15 giugno: ancora una volta un vertice dei padroni del mondo ha incontrato una forte resistenza popolare, una manifestazione di decine di migliaia di persone ha contestato la visita di Bush, e durante gli scontri nel centro della città la polizia ha fatto uso di armi da fuoco.

Gli scontri di Goteborg riaccendono una volta di più il dibattito sulla violenza nel movimento antiglobalizzazione, scatenando l’intervento interessato di tutti i poteri costituiti, dei partiti borghesi, della stampa, e riaccendendo le polemiche all’interno dello stesso movimento.

A Napoli, nella manifestazione dello scorso aprile, la polizia ha caricato duramente un corteo sostanzialmente indifeso facendo un vero e proprio macello, dopo che qualche decina di manifestanti avevano lanciato sassi e bottiglie contro di essa. Risultato dell’impresa: decine di feriti, arresti e fermi, con un seguito di violenze e intimidazioni contro coloro che erano stati fermati (come dimostrano le decine di corrispondenze pubblicate da Liberazione nei giorni successivi).

Tuttavia non esiste solo la linea repressiva all’interno della classe dominante. Riguardo la manifestazione di Genova è da notare come comincino a farsi sentire nel campo della borghesia le voci di chi propone di non affrontare questo movimento con la pura e semplice repressione. Sembra prevalere, anzi, una "ragionevolezza" di toni davvero commovente. Il Corriere della Sera, per esempio, il giorno dopo gli scontri di Goteborg si affanna a dimostrare nel suo editoriale come il movimento in realtà avrebbe già vinto. Non stanno forse discutendo di ambiente, debito, povertà, di una globalizzazione sostenibile e governata, i grandi del mondo? E non è questa una vittoria del "popolo di Seattle"? Viene da ridere a leggere queste sviolinate, tanto più quando provengono da fonti e personaggi che fino a ieri ci spiegavano che la globalizzazione capitalista è inevitabile, invincibile e soprattutto positiva per tutti, e che opporvisi è un’utopia infantile.

Lo scopo di questo repentino voltafaccia è evidente: il movimento è impossibile da reprimere: bisogna dividerlo. Bisogna trovare dei "buoni" con i quali interloquire, e distinguerli dai "cattivi" che vanno repressi.

La manovra è trasparente. Più problematica è la risposta che viene dal movimento. Il dibattito su Genova, in realtà, rischia realmente di ridursi a una discussione su quale atteggiamento mantenere nei confronti della famigerata "linea rossa".

È ampiamente diffusa l’idea che lo scopo della manifestazione sia quello di varcare quella linea, che il successo o l’insuccesso si misuri in termini di metri (o… centimetri) di zona proibita che riusciamo a calpestare. Questa posizione vede poi due diverse varianti: quella di chi propone di raggiungere l’obiettivo pacificamente, attraverso la "disobbedienza civile", e quella di chi propone di attrezzarsi per reggere uno scontro fisico a un livello sufficiente da far retrocedere i cordoni di polizia.

La linea della "disobbedienza civile" è semplice: violiamo la linea rossa, e poi ci facciamo caricare a sangue. Molti di quelli che propongono questa posizione, senza dubbio lo fanno con le migliori intenzioni: denunciare nel modo più chiaro e plateale possibile la vergogna delle "zone proibite" e l’arbitrio dello Stato nei confronti di un diritto democratico come quello di manifestare.

È doveroso però dire tutta la verità. Se è stabilita ormai l’usanza di taciti accordi tra la polizia e i vertici di organismi quali Ya basta! o i Centri sociali del nordest, accordi che prevedono in sostanza degli scontri "mimati": tu fai finta di voler passare, io faccio finta di caricarti. Esempio: Bologna ("Noocse" dell’anno scorso), Praga, ecc. Controprova: secondo l’opinione di molti presenti, quando a Ventimiglia venne bloccato il treno dei manifestanti che andavano a Nizza, la polizia rispettò i patti, limitandosi a uno showdown più che altro accennato, i carabinieri no e caricarono duramente i manifestanti che si trovarono di fatto mandati allo sbaraglio.

Ha senso una simile messinscena, che nel migliore dei casi si traduce in una mascherata, e nel peggiore manda allo sbaraglio coloro che vi si trovano coinvolti, volenti o nolenti?

Insurrezione a parole

Altri fanno balenare altre ipotesi: non si vada per una mascherata, ma per far un "vero" scontro con le forze dell’ordine e per bloccare fisicamente il vertice. Radicalismo estremo nelle parole, ma nei fatti? A Genova ci saranno 18mila fra poliziotti, carabinieri e paracadutisti. Chi dice di voler fermare il vertice deve dire chiaramente come pensa di sfidare un simile schieramento di forze. Come comunisti siamo i primi a riconoscere il valore storico delle insurrezioni, quando queste si basino su un reale movimento rivoluzionario delle masse e in primo luogo dei lavoratori. Ma, domandiamo, è questa la situazione di Genova? Non ci pare proprio. Le cento, forse duecentomila persone che potrebbero scendere in piazza non hanno quell’obiettivo, non si preparano a una insurrezione, ma per una manifestazione di protesta e di massa. Questo dispiace a qualche "avanguardia" autonominata? Rimane un fatto, dal quale partire.

E poi, siamo seri: si è mai vista una insurrezione convocata con mesi di anticipo su tutti i giornali, indicando con precisione giorno, luogo e ora nella quale si vuole dare l’assalto, in modo da permettere allo Stato di prepararsi al meglio? Alla fine il tutto si riduce o in farsa, con qualche vetrina rotta per la gioia dei vetrai e degli arredatori, o in tragedia come poteva finire a Napoli e a Goteborg.

Simboli e realtà

C’è un aspetto comune in queste posizioni, che dobbiamo sottolineare. È la estrema sopravvalutazione dell’elemento simbolico di queste manifestazioni, fino al punto da dimenticare la realtà che sta dietro a quei simboli. Le manifestazioni antiglobalizzazione hanno avuto e hanno un enorme ruolo positivo nel risvegliare la coscienza anticapitalista, nel denunciare i crimini e la barbarie di questo sistema. Ma non possiamo dimenticare che il potere della borghesia nel mondo non è racchiuso nei vertici dei "grandi" o nelle organizzazioni internazionali. Il potere del capitalismo risiede nella proprietà e nell’apparato statale che difende questa proprietà. Come spieghiamo nell’editoriale di questa rivista, il movimento antiglobalizzazione è già a un bivio del suo percorso, e questo bivio diventerà ancora più evidente dopo Genova: o fare un salto di qualità e diventare il volano di un movimento di massa nei posti di lavoro, nelle scuole, nelle università, o trasformarsi in una rete di "turismo politico radicale" che insegue per il globo i vertici dei "grandi". Questa seconda prospettiva significherebbe togliere qualsiasi carattere di massa al movimento e trasformarlo in movimento d’opinione del tutto innocuo al sistema, e anzi compatibile e facilmente integrabile.

Chi oggi spinge per concentrare la discussione su Genova attorno al tema della "linea rossa" da varcare, sta in realtà abbassando il livello della discussione politica, sta spingendo il movimento verso questa seconda strada.

Fanno del simbolo un feticcio che nasconde il vero nemico.

Oggi il compito di una avanguardia (se vuole veramente essere tale) è precisamente l’opposto: sfruttare la portata simbolica di queste manifestazioni per contribuire ad aprire un dibattito di massa, che investa il movimento operaio e le sue organizzazioni, sulla realtà del capitalismo contemporaneo, sulle sue prospettive, su quale alternativa proporre a questa società. Decisivo non è solo il fatto che a Genova manifestino 100 o 200mila persone; decisivo è che queste migliaia di persone escano da questa manifestazione convinte della possibilità di portare la stessa lotta nel loro luogo di lavoro o di studio, nel loro quartiere, nelle loro organizzazioni politiche e sindacali. Questo è il terreno fondamentale oggi. Su questo, i settori che propongono di tenere in piazza un comportamento più "radicale" abdicano completamente alle proprie responsabilità, accettando le posizioni politiche più confuse e anche più moderate (cooperativismo, commercio equosolidale, ecc.) senza neanche porsi il problema di aprire una polemica politica con quelle posizioni.

Il movimento non deve farsi né intimidire dalle minacce di repressione, né incantare dalle sirene di chi propone la "collaborazione" e il dialogo con gli squali della finanza mondiale e con i loro portavoce. Ma per giungere a questo, è necessaria una battaglia seria, coerente e sistematica per far prevalere nel magma della contestazione generica, la prospettiva comunista e rivoluzionaria, e per legarlo in modo indissolubile alla classe lavoratrice.

Tutto quello che punta in questa direzione è positivo e va sostenuto. Tutti quello che negano l’importanza di questo compito in realtà riportano indietro il movimento, quali che siano le loro intenzioni o la "spettacolarità" delle loro azioni.

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