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Assemblee, eventi e mostre sono state organizzate per il decennale delle manifestazioni contro il G8 a Genova. Il tutto è culminato nel corteo dello scorso sabato, 23 luglio, che ha visto decine di migliaia di persone manifestare per le strade del capoluogo ligure.


Ancora una volta tanti giovani e lavoratori hanno espresso in maniera lampante il desiderio di cambiamento radicale dell’esistente, già dimostrato nelle lotte degli ultimi mesi e, nelle urne, nelle elezioni amministrative di maggio e soprattutto nei referendum del 12-13 giugno. A ciò si univa la richiesta di verità e giustizia, , tuttora rimasta inascoltata, per l’omicidio di Carlo Giuliani e la mattanza della Diaz
Questo desiderio di cambiamento ha tuttavia trovato una risposta del tutto insufficiente negli interventi della stragrande maggioranza dei leaders intervenuti negli eventi di Genova 2011.
Sulla crisi capitalista,  spesso non si andava oltre alle frasi consolatorie tipo”avevamo ragione noi dieci anni fa”. Premessa necessaria, ma non sufficiente per rispondere agli attacchi compiuti in tutta Europa dai governi di ogni colore politico. Abbiamo sentito con le nostre orecchie segretari nazionali di categoria come Pantaleo (Flc-Cgil) affermare che “il problema non sono i tagli, ma il fatto che questo governo umilia i lavoratori. Se invece si spiegasse bene la necessità di fare sacrifici, lavoratori capirebbero.” Tali dichiarazioni rappresentano il lato estremo di un atteggiamento che ammantava molte dei dibattiti, quello tipico dell’antiberlusconismo, secondo cui basta liberarsi del Cavaliere e tutto in Italia sarà risolto.
Era paradossale vedere come il  dibattito sulla stretta operata dalla borghesia europea sull’Italia, che ha visto la manovra finanziaria appena approvata dalle camere lievitare in pochi giorni sino a 70 miliardi di euro, rimanesse totalmente sottotraccia. Così come la risposta di massa fornita alla politica di lacrime e sangue fornita dal movimento degli “indignati” in Grecia e Spagna. Nella Dichiarazione finale di Genova 2011 c’è un elenco di numerose iniziative, tutte sacrosante, ma nemmeno un accenno a queste mobilitazioni che dovrebbero essere prese ad esempio per la loro radicalità e connotato di massa. Non basta solidarizzare con tali movimenti, bisognerebbe cercare di imparare le lezioni più importanti da essi
Certo, non sono mancate le voci critiche, ma erano “fuori dal coro”.
La radicalità operaia che ha caratterizzato la stagione politica appena concluse, i referendum di Pomigliano e Mirafiori e il 16 ottobre erano relegati all’aneddotica del movimento. Solo nell’assemblea dei giovani delegati e delegati, insieme a studenti e precari, organizzata dalla Fiom, con l’intervento di compagni come Mimmo Loffredo, dalla Fiat di Pomigliano, che ha posto la questione della nazionalizzazione  delle aziende in crisi come soluzione all’impasse capitalista, tale protagonismo si è imposto, anche se parzialmente.
L’interesse per la lotta dello stabilimento campano si è riflessa soprattutto nel successo dell’assemblea di presentazione del libro “Pomigliano non si piega”, nella centralissima sala della Regione liguria in Piazza de Ferrari, alla presenza di oltre 50 persone.
Anche nell’assemblea di “Uniti contro la crisi, uniti per l’alternativa” la prospettiva delineata per i prossimi mesi era quantomeno confusa. Con chi costruire l’alternativa? Che atteggiamento tenere verso l’opposizione parlamentare? Dalle parole di Andrea Alzetta di Action (“sfidare Sel, ma anche il Pd”), sembrerebbe che una collaborazione sia possibile. L’esponente romano ha poi esplicitato ulteriormente la sua posizione chiarendo di non essere disponibile a recitare il ruolo di “utili idioti”come nel 2006.
Concetto confermato da Luca Casarini, che ha affermato come bisogna “impadronirsi di tutti gli spazi possibili e immaginabili”.
Su questa occupazione di spazi, e sul rapporto che il”cantiere” proposto dagli ex disobbedienti dovrebbe avere con Bersani e soci Casarini non si è espresso, ma la presenza di Vendola all’assemblea di Uniti contro la crisi (unica iniziativa a cui ci risulta abbia partecipato), ci pare illuminante. D’altra parte a livello locale esponenti molto vicini al mondo dell’ex disobbedienza hanno occupato posizioni anche di rilievo in diverse giunte locali di centrosinistra del nord est del paese.
Rinaldini è stato fra i pochi ad esprimersi chiaramente sui pericoli di un governo senza Berlusconi.
Il problema non sono infatti le persone,ma le politiche che vengono portate avanti. Il partito di Bersani sostiene i tagli allo stato sociale, e si propone come il candidato ideale a gestire la prossima fase politica, seguendo fedelmente i dettami dei banchieri e dei capitalisti. Ma come si possono conciliare interessi così diversi come quelli di padroni e lavoratori e raggiungere “il reddito e il welfare universale” e “la riconversione ecologica e un nuovo modello di sviluppo” senza mettere in discussione il sistema capitalista?
Chiaramente si condisce il tutto con una retorica molto radicaleggiante, secondo il famoso motto per cui “il movimento è tutto il fine è nulla”.
Crediamo che chi voglia oggi opporsi alla politica dei sacrifici e dell’unità nazionale,che ha prodotto l’accordo del 28 giugno e l’ultima manovra finanziaria non possa eludere il problema delle alleanze. Non si può pensare che,dopo i disastri del secondo governo Prodi, si evitino gli errori semplicemente facendo “irrompere i movimenti nelle istituzioni”.
Solo partendo una politica di indipendenza di classe che si basi sui conflitti che inevitabilmente si svilupperanno nei luoghi di  lavoro e di studio nei prossimi mesi, si può progettare una vera alternativa all’oppressione capitalista. Solo così quella rabbia e voglia di cambiamento visto negli occhi di tanti giovani e lavoratori nelle giornate di Genova 2011 non saranno frustrati.

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