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Il bilancio partecipativo è uno fra i temi più discussi all’interno del movimento antiglobalizzazione. Oltre ad essere preso come esempio, ispira una lunga serie di iniziative ed attività di social forum, circoli di Rifondazione Comunista, collettivi.

Cos’è il bilancio partecipativo

Il bilancio partecipativo è un sistema che dà la possibilità ai cittadini, tramite delle assemblee di quartiere, di intervenire nella gestione e nella destinazione dei fondi del comune. Questo sistema, in vigore da una dozzina di anni a Porto Alegre (città brasiliana governata dal PT – Partido do Trabalhadores), viene adottato da sempre più municipi brasiliani, non tutti governati dalla sinistra. Questa partecipazione avrebbe portato prima di tutto alla scomparsa della corruzione e del clientelismo. Secondo Ignacio Ramonet, addirittura, Porto Alegre avrebbe conosciuto "uno sviluppo spettacolare in vari settori (trasporti, ospedali, ambiente, alloggi, scuola, sicurezza, ecc.)". Alcuni dati però, mostrano una realtà un po’ diversa. Negli ultimi 6 anni, la disoccupazione in città è aumentata fino ad arrivare al 16,9%. Solo nel ’99 ci sono stati 75.000 licenziamenti. I fatti sono forse impietosi, ma molto chiari: del bilancio del municipio, l’80% serve a pagare gli stipendi e almeno il 12% è per il debito pubblico (Zero Hora, 30/11/’99). Così, la quota "partecipata" del bilancio risulta inferiore all’8%. La mancanza di fondi ha quindi comportato un taglio dei sussidi ai disoccupati, moderazione salariale "per salvare le finanze pubbliche", la privatizzazione del sistema pensionistico.

I difensori intrasigenti del bilancio partecipativo ci risponderanno che la disoccupazione non dipende dall’amministrazione comunale; che il bilancio può essere migliorato, anche sul fatto, non secondario, che il parere della popolazione è solo consultivo; che è il governo centrale, di destra, a tagliare i fondi. Ma per un comunista queste non sono delle risposte.

Bilancio partecipativo e compatibilità

Nell’epoca attuale di crisi del capitalismo non ci sono più i margini per il riformismo. Questo significa che, rispettando le compatibilità di questo sistema, qulasiasi bilancio (partecipato o no) non può rispondere ai nostri bisogni: molto semplicemente, a livello nazionale o locale, i soldi per le riforme non ci sono. Dovrebbe farci pensare, a proposito, che il bilancio partecipativo sia stato premiato dall’Onu e riconosciuto dalla Banca Mondiale come "strumento efficace di gestione pubblica". Questo non significa che i comunisti non debbano puntare a conquistare i municipi e ad avere dei sindaci, anzi. I comunisti, anche a livello locale, devono portare avanti un programma di classe: trasporti pubblici e gratuiti, case per tutti a prezzi popolari, riduzione dell’orario di lavoro e creazione di nuovi posti di lavoro alle dipendenze del comune. Deve essere chiaro, però, e quindi dobbiamo spiegarlo, che questo è incompatibile con il sistema capitalista: va contro il debito pubblico (che è in mano agli speculatori) e va contro i profitti dei padroni. E deve essere altrettanto chiaro che per ottenere tutto ciò bisogna lottare. Allora i sindaci comunisti dovrebbero fare appello alla mobilitazione dei lavoratori, come è successo a Liverpool negli anni ’80 o come facevano i municipi rossi in Italia, quando i sindaci convocano gli scioperi generali insieme alle Camere del Lavoro. Questo metodo ci deve guidare anche in altre situazione, nelle università come nelle scuole. E’ inutile, ad esempio, chiedere più potere decisionale per gli studenti se lo Stato continua a tagliare i fondi. Cosa ci troveremmo a gestire? Un "bilancio partecipato" in rosso e quindi dovremmo decidere quali servizi tagliare. La partecipazione è importante e la forma più alta di partecipazione è la lotta per i diritti che lo Stato e i padroni ci negano.

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