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I centri sociali e la candidatura Pacorini

A Trieste, come spesso accade, lo scenario politico è un laboratorio per esperimenti ed alleanze che risultano spesso di difficile comprensione. Negli anni successivi al Trattato di Osimo (1975), in città nacque la "Lista per Trieste", uno dei primi esempi di lista civica, caratterizzata da un programma dichiaratamente revanscista nei confronti dei territori ex italiani assegnati alla Federazione socialista Jugoslava. Questo raggruppamento nazionalista ha governato il capoluogo giuliano, prima in solitudine e poi in coalizione con Dc e Psi, fino all’affermazione, nel 1993, di Riccardo Illy, giovane e rampante imprenditore del caffè recentemente approdato in Parlamento. La giunta ulivista che lo ha sostenuto per 8 anni, ha proceduto sistematicamente alla privatizzazione delle aziende municipalizzate possedute dal Comune, come nel caso della Acegas (ditta che gestisce l’erogazione dell’energia, acqua e riscaldamento) e di altre aziende del servizio pubblico.

Con Illy è nata la figura del "sindaco amministratore delegato", grazie soprattutto alla compiacenza dei vertici dei Ds e della Cgil locali, che si sono resi completamente subalterni alle scelte di questo personaggio; egli più volte si è espresso pubblicamente a favore del famigerato referendum radicale sulla libertà di licenziamento e sulla restrizione del diritto di sciopero: quest’ultimo argomento tocca da vicino un settore molto combattivo di lavoratori triestini, quello del trasporto pubblico cittadino, che si è battuto contro la privatizzazione, ed è oggetto attualmente di una repressione molto dura, con oltre 60 lavoratori denunciati in seguito ad un importante sciopero, compatto e ben riuscito.

Non era possibile prescindere da questa breve introduzione prima di descrivere le ulteriori novità emerse in occasione delle elezioni amministrative del 10 giugno.

L’Ulivo ha deciso di presentare come candidato sindaco a Trieste il presidente provinciale uscente della Confindustria triestina, Federico Pacorini, primo importatore di caffè della città (in perfetta continuità col suo predecessore), gestore dei terminal del porto giuliano e proprietario di una delle principali aziende di importazione del nord-est.

A sostenere il capo dei padroni di Trieste, oltre all’Ulivo e alla "Lista Illy", ci sono anche i "Verdi per la città aperta", i quali presentano nella propria lista il candidato dei Centri sociali Sandro Metz.

La cosa può sembrare apparentemente incredibile, ma questa scelta non è casuale. Proprio in occasione del G8 sull’ambiente tenutosi a marzo, i "ribelli" del nord-est, organizzati attorno a Ya Basta!, coordinata a sua volta, all’interno di "CantieRiaperti" con realtà della variegata società civile come l’Arci, gli ambientalisti e il Prc, accettarono l’invito del sindaco a trattare la gestione dell’evento: furono ripresi dalle Tv locali mentre si spendevano in effusioni estremamente cordiali, funzionali all’organizzazione dei consueti festeggiamenti notturni, in cui sono tanto ferrati.

La collaborazione nata allora ha dato i suoi frutti: essa si è concretizzata nell’avvicinamento degli "antagonisti" ad un settore dell’Ulivo, i Verdi, allo sbando a livello nazionale e locale e quindi più facilmente penetrabile; il vecchio gruppo dirigente ambientalista è confluito nell’Ulivo, mentre il coordinatore provinciale del "Sole che ride" è Gianni Pizzati, ex autonomo vicino all’area padovana: una operazione non nuova ma ricalcata sugli esempi veneti di qualche tempo fa, ispirati al tanto decantato municipalismo democratico.

Inoltre, in occasione della festa del Primo Maggio a Trieste, hanno provveduto a tappezzare la città con manifesti che presentavano la festa dei lavoratori come "La giornata della cittadinanza".

Violando anche simbolicamente quella che rimane la tradizionale ricorrenza del movimento operaio, hanno evidenziato ulteriormente l’abbandono totale di una logica di classe, sposando tematiche utilizzate anche dalla sinistra più moderata: la "co-progettazione partecipata all’insegna dello sviluppo sostenibile", "l’Ufficio per l’inclusione che servirà a favorire l’integrazione dei soggetti deboli", oltre alla costituzione del "Parco del Carso, non come una protezione imposta dall’alto, ma un’area da valorizzare assieme alle categorie produttive radicate sul territorio" (Il Piccolo, 7 giugno 2001).

Queste proposte sono sostenute da Grazia Francescato, da Don Vitaliano Della Sala, "parroco delle tute bianche", e dal prosindaco di Mestre Bettin, che hanno garantito con Pizzati la loro fedeltà allo schieramento di centrosinistra (appoggiato anche alle elezioni provinciali), e al padrone Pacorini, col quale Metz ritiene di avere in comune "il progetto di realizzare percorsi innovativi per la partecipazione dei cittadini al governo della città" ("Il Piccolo" 7 giugno 2001).

Incatenati al centrosinistra

Ma a fugare ogni dubbio aveva già provveduto lo stesso candidato sindaco il 20 maggio, dichiarando, in una conferenza stampa comune riportata da Il Piccolo: "Quando loro si definiscono Verdi per la città aperta, sposano il mio programma. Perché queste elezioni sono proprio un referendum per una città aperta oppure chiusa. E quando dico aperta la intendo nei confronti delle innovazioni tecnologiche e degli imprenditori che vengono da fuori, ma anche verso le minoranze, le altre culture e nazionalità, i più diversi strati sociali".

L’evoluzione intrapresa a Trieste dai rappresentanti dei Centri sociali è il risultato di una confusione che mescola gli atteggiamenti radicaleggianti nelle piazze a un presunto realismo politico "senza le vecchie rigidità ideologiche": non comprendere che gli interessi dei padroni non sono gli stessi di quelli dei lavoratori e degli emarginati, significa dimostrare la più completa perdita di una coscienza di classe a favore di una vaga equiparazione sociale che rende in sostanza uguale il giovane precario del McDonald e il ricco borghese Pacorini. Il conseguente sostegno elettorale ai candidati del padronato, servirà solamente a smascherare l’opportunismo dei principali esponenti dei Centri sociali, i quali passano da una contestazione frontale nella piazza ai "poteri forti" internazionali al loro sostegno politico e organizzativo una volta immersi nella propria realtà territoriale. Oggi come ieri, Casarini con Livia Turco e Pizzati/Metz con Pacorini, non fanno altro che esplicitare la pochezza del loro progetto riformista, che oltre ad essere vago e illusorio (per via dei vincoli della competizione internazionale che nessun Illy si sogna nemmeno di mettere in discussione), porterà anche alla frustrazione e alla dispersione di tutti quegli onesti militanti che si mettono in gioco direttamente per trasformare questa società.

Oggi più che mai è attuale una trasformazione rivoluzionaria della società (checché ne dicano i profeti del nuovismo) e un chiaro programma che rompa con le compatibilità del capitalismo è l’unica soluzione che si può prospettare ai lavoratori e agli emarginati. Ogni tentativo di creare spazi, autonomi o autogestiti, paralleli all’attuale società capitalistica, è destinato al fallimento, come testimonia l’evoluzione della maggior parte delle cooperative e dei centri sociali, diventati o delle aziende vere e proprie o dei concertifici che non esprimono neppure quel potenziale politico antagonista che li rese famosi negli anni ’70.

Una chiarificazione su questi temi è indispensabile: le mobilitazioni di Genova e gli sviluppi della lotta per la trasformazione della società sono troppo importanti per esser lasciati nelle mani di chi, cercando a parole di sabotare il sistema, è riuscito esclusivamente a farsi integrare al suo interno.

Una lezione anche per il Prc

In questa vicenda c’è anche una lezione da trarre per Rifondazione comunista. La parabola di questi settori dei centri sociali conferma una volta di più come il radicalismo delle parole o delle azioni simboliche non sia affatto sinonimo di una posizione rivoluzionaria verso la società capitalista. La mancanza di qualsiasi serio legame con il movimento operaio mette questi settori in balia delle correnti politiche "alla moda" in questa fase, e gli approdi possono essere molto lontani dal punto di partenza.

Non è una novità: negli anni ‘70 i radicali venivano da molti considerati "più a sinistra" del Pci, sono oggi i più conseguenti rappresentanti ideologici del liberismo; negli anni ‘80 i Verdi sono stati spesso considerati a loro volta come un’alternativa alla "sinistra storica", e oggi sono in prima linea nel sostegno alla guerra imperialista e sono invischiati fino al collo nelle politiche della borghesia (Italia, Francia, Germania). Oggi i centri sociali del nordest, il Leoncavallo e altri ripercorrono a tappe forzate lo stesso percorso.

Meditino quei compagni che pensano che da una "contaminazione" con queste forze possa venire una rivitalizzazione del Prc, o un serio contributo alla rifondazione di una politica rivoluzionaria.

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