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La centralità operaia irrompe nel dibattito

Si è conclusa con l'invito a partecipare allo sciopero dei metalmeccanici indetto dalla Fiom per il 28 gennaio l'assemblea nazionale di Uniti contro la crisi a Marghera al centro sociale Rivolta il 22 e 23 gennaio. Il seminario, che ha visto secondo gli organizzatori una partecipazione di 1500 persone, soprattutto giovani studenti, si poneva l'obbiettivo di dare continuità alla mobilitazione dopo la grande manifestazione dei metalmeccanici Cgil del 16 ottobre e la manifestazione nazionale contro il governo Berlusconi del 14 dicembre.

L'incontro tra i disobbedienti di Casarini e i metalmeccanici di Landini non è una novità, già dopo la manifestazione del 16 ottobre si era tenuto all'università della Sapienza di Roma, il 17 ottobre, un'assemblea nazionale

La novità rispetto a tre mesi fa consiste fondamentalmente nel nuovo scenario in cui ci troviamo. Se infatti i metalmeccanici della Fiom da mesi si trovano nel bel mezzo di uno scontro col padronato che ha come suo epicentro il referendum alla Fiat di Pomigliano lo scorso giugno, e che ha visto nello scontro col referendum di Mirafiori confermare l'indisponibilità della classe operaia a subire  l'ennesimo attacco, nel mezzo c'è stata l'importante conferma che anche gli studenti non sono disposti a subire l'affossamento dell'istruzione pubblica.

Il tutto in un contesto internazionale attraversato da evidenti segnali di forte radicalizzazione. Gli scioperi generali che hanno e stanno attraversando l'Europa, le mobilitazioni studentesche in Inghilterra, il processo rivoluzionario in Tunisia, che sta contagiando tutto il Medio oriente.

A nessuno deve sfuggire l'importanza dell'assemblea di Marghera che rappresenta un primo tentativo importante di aggregare alla lotta degli operai metalmeccanici settori di giovani e studenti che la Fiom ha sempre avuto molte difficoltà a raggiungere.

Importante sottolineare anche l'autocritica che i disobbedienti e Casarini hanno fatto su una serie di teorie portate avanti in questi anni come il lavoro immateriale, il capitalismo cognitivo, la fine della centralità del lavoro operaio che oggettivamente sono state sconfessate dalla realtà.


Una crisi senza sbocchi


Autocritica che solo nei prossimi mesi potremo verificare se sincera o con il solo fine di poter beneficare della visibilità  che la Fiom sta raccogliendo in questi mesi.

Infatti se da un lato si regista la positiva autocritica di Casarini, e dall'altra parte l'autocritica di Landini sul reddito di cittadinanza, l'assemblea di Marghera alla fine non è stata in grado di definire un programma effettivo con cui portare avanti la mobilitazione. Questo perché sul reddito di cittadinanza, beni comuni, la riconversione industriale, il nuovo welfare, continuano a pesare nella concezione dei disobbedienti analisi che confliggono decisamente con il ruolo centrale che il movimento operaio deve avere nello scontro in atto nella società.

La ricetta che i padroni hanno deciso di applicare per uscire dalla crisi di sovraproduzione in cui si trova, la peggiore della sua storia, è quella di precarizzare definitivamente il lavoro, aumentando i disoccupati e sfruttando di più quelli che un lavoro ce l'hanno. Ovviamente anche lo stato sociale, l'istruzione e la sanità devono adeguarsi a questo standard.


Quali rivendicazioni per la lotta

Giusto quindi rivendicare un reddito per tutti. Crediamo sia altrettanto giusto chiamarlo però salario minimo garantito e non reddito di cittadinanza non per un gioco di parole ma perché pensiamo sia uno strumento unificante del mondo del lavoro. Una proposta di transizione verso la conquista di una piena occupazione. La precarietà inserita nel mondo del lavoro nell'ultimo decennio rende più urgente che mai la lotta perché precari, disoccupati e lavoratori a tempo indeterminato abbiano rivendicazioni unificanti con cui lottare insieme. Lottare per un salario minimo garantito significa in primo luogo lottare per sottrarre i disoccupati e i lavoratori precari dal ricatto padronale che li costringe ad accettare salari da fame e condizioni di lavoro sempre peggiori.

Il salario minimo garantito non può e non deve consistere in uno scambio tra lo smantellamento dei servizi pubblici garantiti e qualche centinaio di euro a chi è fuori dal mondo del lavoro.

Il fine di questa battaglia deve non deve essere quello di ottenere un sussidio e basta, è decisivo unire questa rivendicazione a un programma più generale che porti avanti la battaglia contro la precarietà, quindi la stabilizzazione dei precari, il permesso di soggiorno per gli immigrati, promuovendo la riduzione dell'orario di lavoro con un salario adeguato, uniche vere risposte alla disoccupazione di massa.

Lo stesso ragionamento vale per lo Stato sociale, o come va di moda dire il Welfare.

A Marghera su questo punto, nei workshop come nelle plenarie troppa ambiguità é stata inserita da parte dei vari relatori in rappresentanza dei centri sociali. Si è parlato di superare il welfare lavorista conquistato negli anni '70, di un nuovo welfare ne statalista ne privato, di un nuovo mutualismo. Lo stato sociale conquistato a prezzo di dure lotte dal movimento operaio non è mai stato corporativo, la sua natura universale è sotto gli occhi di tutti.

Molti intellettuali ed economisti borghesi si spendono continuamente sui mass media spiegando che il collasso del paese è vicino a causa di uno stato sociale troppo costoso, che il pubblico è sinonimo di spreco. Parliamo degli Ichino, dei Boeri, ispiratori delle politiche del centrosinistra. Il problema non è che lo stato sociale, l'istruzione o le pensioni siano pubbliche, anzi, il problema è che nel capitalismo il controllo delle risorse pubbliche non sono al servizio della comunità ma gestite in funzione degli interessi dei padroni.

La questione fondamentale quindi è quella di estendere il welfare pubblico già esistente a tutti e gestirlo sotto il controllo dei lavoratori. È invece dietro parole come nuovo welfare e nuovo mutualismo che si nascondono interessi privati camuffati da cooperative sociali, onlus e associazioni no profit.


Per una sinistra di classe

Il workshop sui beni comuni ha evidenziato in modo puntuale il processo di sfruttamento del territorio sotto il capitalismo, la necessità di rompere con un sistema che produce non per l'interesse della collettività ma per il profitto di pochi, devastando territorio e salute, dall'altro però non ha saputo dare risposte concrete su che cosa vogliamo sostituire al capitalismo.

La denuncia, il coraggio di dire No alle discariche, alle centrali nucleari, alla produzione di merci inutili è giusta, ma se questo non si collega a una proposta di una società alternativa, dove il controllo delle fabbriche, dei territori, della ricchezza del paese viene strappata a padroni senza scrupolo e a uno stato al loro servizio rimane solo una denuncia.

Senza espropriare le grandi multinazionali, i grandi gruppi finanziari, senza togliere il controllo dell’economia alla borghesia e trasferirlo nelle nostre mani, quelle della classe operaia, un mondo diverso è impossibile. Solo attraverso una pianificazione democratica della produzione da parte della stessa classe lavoratrice e con l’abolizione della logica del mercato e del profitto è possibile farla finita con l’oppressione e lo sfruttamento. Questo è quello che chiamiamo lotta per il socialismo. Per arrivare a un simile obiettivo è necessaria una rivoluzione.

Dobbiamo sostenere la Fiom e la lotta che i metalmeccanici stanno portando avanti sapendo far convogliare tutte le forze genuine che stanno emergendo nella società a partire dai giovani, gli studenti e gli immigrati. Studenti che hanno dimostrato una determinazione che non si vedeva da tempo e che continueranno a mobilitarsi nelle prossime settimane contro i decreti attuativi della Gelmini e nelle singole scuole contro l'entrata dei privati.

Dobbiamo facilitare l'incontro tra operai e studenti sostenendo il percorso iniziato con assemblee comuni in fabbrica come nelle scuole e università, rifiutando una separatezza nelle manifestazioni ma marciando uniti sotto un'unica bandiera. A riguardo l'appuntamento legato del decennale di Genova 2001 che l'assemblea di Genova ha rilanciato (si terrà nella città ligure dal 22 al 24 luglio) può essere molto importante, a patto che non abbia un carattere esclusivamente celebrativo.

In questo momento l’opposizione in piazza la fa la Fiom, ma a questo bisogna affiancare una sponda politica, problema che a Marghera si è voluto ignorare. Sostenere la Fiom non può significare solo organizzare assemblee e scendere in piazza insieme, significa anche promuovere una campagna che a partire dalla forza che si sta mettendo in campo nasca il percorso per un partito o un polo della sinistra di classe sia capace di unire tutte le forze disponibili con la prospettiva di uscire dal capitalismo e dalla sua crisi. Campagna che sappia tenere fuori dal gioco quelle logiche governiste ben presenti a Marghera che puntano a rimettersi in pista pensando di capitalizzare le lotte degli studenti e degli operai per spenderle sui tavoli delle future alleanze col Partito democratico.

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