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Per un'alternativa comunista

alla barbarie del capitalismo!

A poche settimane dalla manifestazione di Genova contro il G8, ci sono pochi dubbi sull’entità di tale manifestazione. Per il 21 luglio si prevede l’afflusso di oltre 200mila manifestanti. Niente sarà tralasciato dalle forze dell’ordine per impedire fisicamente il loro arrivo. La zona rossa è già presidiata da 20.000 agenti che controllano 241 percorsi prestabilti in cui anche i residenti necessitano dei pass per girare liberamente. I tombini sono stati saldati, il porto verrà chiuso, le stazioni pure e l’aeroporto funzionerà solo per gli aerei speciali che porteranno i delegati al G8. Di tutte le manifestazioni del "movimento di Seattle" Genova si prepara ad essere quella più grande.

Quali sono gli ingredienti sociali che hanno trasformato questo movimento da un movimento di contestazione limitato a qualche migliaio di persone in un evento di massa di queste dimensioni?

Gli ultimi dieci anni sono stati anni di sbornia liberista: si sono sprecate le promesse sul benessere portato dall’unificazione europea, dalle privatizzazioni, dalle politiche dell’Fmi, della Banca Mondiale, dalle politiche di risanamento del bilancio portate avanti dai singoli Governi, dalla distruzione dello stato sociale e dall’attacco dei diritti dei lavoratori e delle loro condizioni di vita. Passata la sbornia, ora rimane solo il mal di testa.

Paradossalmente proprio il periodo in cui politicamente il capitalismo è stato meno messo in discussione dai vertici del movimento operaio, è stato un periodo di instabilità e di accumulo di forti contraddizioni del sistema capitalista. Mentre la concentrazione della ricchezza e della produzione a livello mondiale hanno raggiunto l’apice, il tenore di vita di miliardi di persone è peggiorato.

Dal 1950 al 2000 la ricchezza complessiva del pianeta è aumentata di 6 volte mentre il reddito medio e la speranza di vita degli abitanti di 100 paesi a livello mondiale sono stati in piena regressione. Il paese che ha visto il peggioramento relativo medio più alto nella speranza di vita sono stati proprio gli Stati Uniti. L’economia a stelle a strisce si prepara ad uscire dalla ripresa più lunga del dopoguerra. Una ripresa che non ha avuto nessuna influenza positiva sul tenore di vita delle masse americane. Mentre l’1% della popolazione Usa controlla il 40% della ricchezza nazionale (cifra senza precedenti) il 35% dei lavoratori americani, pur avendo un’occupazione, vive sotto la soglia di sussistenza. Non è casuale che il movimento sia partito proprio dagli Stati Uniti.

Come riconosce l’economista liberale Deaglio, ex direttore del Sole 24ore, il numero di persone che ritengono che l’economia globalizzata sia il peggiore dei mali possibili è in rapido aumento. Questo dato doveva finire per trovare espressione in un movimento di massa. Così è stato da Seattle in poi.

Alle logiche internazionali che guidano questo movimento si aggiungono dei fattori nazionali. Dal ‘91 in poi i lavoratori italiani si sono visti impantanati nella logica concertativa proposta dalle proprie organizzazioni. Il centrosinistra è stato l’apice di questo periodo. Il governo Prodi nato sull’onda lunga del movimento del ‘94 contro Berlusconi ha distrutto in poco tempo le aspettative e le speranze di milioni di persone. Il biennio 1996-98 è stato un profondo shock. Con la partecipazione di tutte le principali organizzazioni del movimento operaio sono stati distrutti in poco tempo quasi tutti i risultati di vent’anni di lotte. Tra il 1996 e il 1998 il 10% delle privatizzazioni a livello mondiale sono state fatte in Italia, il pacchetto Treu ha introdotto una rapida precarizzazione dei rapporti di lavoro, la Turco-Napolitano ha implicato l’espulsione di 90.000 immigrati, la controriforma dell’istruzione ha smantellato il flebile diritto allo studio aprendo ai finanziamenti agli istituti privati. Il governo D’Alema ha completato l’opera con l’intervento armato nei Balcani.

Il centrodestra ha così potuto vincere sulle macerie lasciate dal centrosinistra. Rispetto al ‘96 il Polo non prende più voti: anzi ne perde circa un milione. Più grossa è stata però la perdita di consensi dei partiti dei lavoratori.

Tuttavia l’ultimo periodo non ha visto solo la vittoria elettorale della destra. Ci sono stati e ci sono segnali di risveglio delle lotte dei lavoratori: la lotta alla Fiat per il rinnovo del contratto integrativo e contro il licenziamento di 147 Cfl, le lotte alla Zanussi, la lotta alla Arneg di Padova, la vertenza degli interinali della Tim di Bologna, lo sciopero del 18 maggio dei metalmeccanici con un corteo solo a Milano con 30.000 partecipanti. La lista è per fortuna lunga. Sul terreno studentesco abbiamo visto la lotta alla Sapienza di Roma. Una lotta che non ha trovato le condizioni e i canali per estendersi ma che rappresenta un cambiamento qualitativo nella situazione dopo un decennio di silenzio del movimento universitario.

Queste lotte dimostrano lo scontento accumulato tra i ceti meno abbienti. Scontento che ha trovato spesso la strada sbarrata all’interno dei partiti di sinistra e dei principali sindacati. Così come l’elettricità passa per il filo che offre minor resistenza, la manifestazione di Genova è diventata in breve tempo il canale per migliaia di lavoratori, studenti e disoccupati per esprimere questo stato d’animo.

Il movimento di Seattle, pur nella sua eterogeneità, parte da una convinzione di fondo: l’attuale sistema non è compatibile con lo sviluppo e i bisogni dell’umanità. Questo è stato ribadito da Seattle in poi in occasione di ogni vertice mondiale, si trattasse del Wto, dell’Unione europea o di qualsiasi altro organismo capitalista internazionale. È un punto di partenza fondamentale, ma non possiamo fermarci qua. Recentemente Naomi Klein, considerata tra le teoriche di questo movimento, ha partecipato ad una trasmissione televisiva dove è stata citata la lotta sudafricana contro i brevetti delle multinazionali del farmaco. Un giornalista le ha domandato provocatoriamente: "Ma se aboliamo i brevetti, le aziende non avranno più interesse a fare ricerca visto che verrà a mancare lo stimolo del profitto. Allora come andrà avanti la ricerca?". La Klein ha glissato sulla risposta. La necessità di un salto qualitativo, come si vede, ci viene posta dagli avvenimenti stessi.

Il problema che si pone è: cosa contestiamo di questo sistema? Che alternativa proponiamo? Come far continuare questo movimento dopo Genova? Le domande sono uniche per tutto il movimento, le risposte che vengono date sono le più disparate.

Esiste un intero settore di reti o associazioni che portano avanti questo concetto: la lotta al dominio delle multinazionali va condotta boicottandone a livello di massa i prodotti o i marchi. Questa posizione viene giustificata dalla presunta deindustrializzazione dei paesi avanzati in cui rimarrebbero solo "consumatori" e non più lavoratori. La realtà è diversa: il proletaraiato è in aumento non solo a livello mondiale, ma anche negli stessi paesi avanzati. Nei paesi Ocse i lavoratori industriali erano 112 milioni nel ‘73 e 113 milioni nel ‘95, nonostante la quantità di ristrutturazioni subite. E non ci sono solo i lavoratori classici dell’industria. In interi settori del terziario (un tempo in mano a piccole aziende ed oggi in mano a colossi economici) si è andato formando un nuovo settore di lavoratori, privi di tradizioni sindacali, ma che mostrano una spinta crescente a organizzarsi e ad aprire il conflitto contro la precarietà e l’arbitrio dilaganti nei posti di lavoro. Stiamo parlando dei call centers, della grande distribuzione, dei fast food, ecc.

La proposta del boicottaggio del consumo ipotizza che si possa creare un mercato alternativo a quello dominante basato su questi nessi: consumo critico, commercio equosolidale, produzioni naturali controllate da piccoli produttori. È possibile anche solo incrinare il dominio delle grandi aziende attraverso questi metodi? Noi crediamo di no. Le grandi aziende dominano per i propri prezzi stracciati e per lo strapotere nella distribuzione. Ma anche riuscendo a sostituire il mercato dominante con un altro mercato, cosa avremmo ottenuto? Anche all’interno del "mercato alternativo" si riproporrebbero le stesse dinamiche che oggi dominano il mercato attuale.

La questione non sta nel sostituire un mercato con un altro, ma nel mettere in discussione l’esistenza stessa di un mercato.

Queste idee non cadono dal cielo. Hanno una precisa base sociale. Le grosse aziende non rovinano soltanto i lavoratori, ma un intero settore di piccoli imprenditori. Questo settore sogna un ritorno al passato, al mercato dove dominava la piccola industria e la libera concorrenza. Il problema è che quel mercato ha già avuto il suo sviluppo ed è precisamente quello che abbiamo di fronte agli occhi. L’orologio della storia non può essere messo indietro di duecento anni. Il mercato capitalista ha trovato il suo sviluppo nell’internazionalizzazione dei mercati, in enormi colossi produttivi. La questione è ora: chi deve controllare tutto questo? Un pugno di imprenditori che imprimono all’intero sviluppo dell’umanità la sola logica del profitto oppure i lavoratori stessi?

Ancora più utopistiche ci sembrano tutte quelle posizioni che mirano alla riforma della Banca mondiale, del Fmi e via di seguito, o che si propongono di "democratizzare" queste istituzioni, con un approccio che varia dal presunto "realismo" della politica dei piccoli passi, fino alla classica riedizione del dovere cristiano della carità verso i deboli. Tipico esempio dei primi, l’associazione Attac, che propone di tassare i movimenti speculativi di capitale (cosa certamente meritoria) di uno 0,5 per cento e sostiene in tutta serietà che questo significherebbe ostacolare i progetti del capitale finanziario internazionale e lottare contro la disoccupazione. Per i secondi vediamo le varie campagne sulla riduzione del debito ai paesi poveri (vedi anche l’articolo a pagina 8), che tutto si sognano fuorché di andare a toccare i meccanismi infernali che generano l’oppressione e la povertà dei paesi ex coloniali.

Accanto a queste posizioni e intrecciata ad esse, c’è tutta la variegata rete del "consumo critico" (Rete di Lilliput e altri) che fa appello alla coscienza dei consumatori affinché comprino prodotti "puliti", investano in banche "etiche", e via di seguito.

Qualcuno ci può dire che è sbagliato rifiutare queste posizioni, che per quanto possano essere limitate e parziali, queste battaglie comunque puntano nella giusta direzione. Ora, è indubbio che la spinta che muove migliaia di persone ad avvicinarsi a questo tipo di idee sia fondamentalmente una spinta di critica radicale alla nostra società. Quello che critichiamo non è certo questo, ma l’utopismo di queste ideologie, e soprattutto il fatto che tutte quante si appellano alla coscienza individuale, all’azione del singolo, per quanto "illuminato" o critico, e nei fatti rifiutano qualsiasi prospettiva di azione collettiva, di massa e di classe.

L’unico momento di reale azione collettiva che rimarrebbe sarebbe la contestazione di vertici come quello di Genova. Ora, però, è bene sottolineare che questa non può essere l’unica prospettiva del movimento: inseguire in giro per il mondo i vertici delle istituzioni internazionali è una prospettiva che equivale a proporre la morte del movimento come movimento di massa, trasformandolo in una sorta di "compagnia di giro" (accessibile solo a chi ha il tempo e il denaro per dedicarsi a una simile attività) al seguito dei "grandi".

Un sondaggio recente indica come un 60 per cento della popolazione ritiene corretto esprimere una protesta contro la globalizzazione. Questa simpatia latente può diventare appoggio attivo per i movimenti di lotta del prossimo futuro. Se i 100 o 200mila che andranno a Genova ne torneranno con la convinzione di poter portare "Genova" nei loro luoghi di lavoro e di studio, allora questa manifestazione diventerà il trampolino di lancio per una ripresa su vasta scala del conflitto sociale e politico. Questa è la prospettiva che invitiamo tutti a coltivare: quella di una ripresa della lotta di classe che rompa l’equilibrio di questo sistema e riapra la strada alla lotta per la trasformazione rivoluzionaria della società.

Sappiamo bene che, per quanto "grandi" siano gli otto che si riuniscono a Genova, il potere del capitalismo non si limita certo a questi vertici e a questi organismi. Un gruppo di 37mila imprese, che controllano altre 200mila affiliate, controlla il mercato mondiale. In quelle 37mila imprese sono concentrate le leve decisive dell’economia, della politica e della finanza mondiale. Sono quelli gli strumenti che dobbiamo controllare se vogliamo cambiare le sorti del pianeta. L’unico modo per controllarli è espropriarli per porli sotto il controllo, la pianificazione democratica dei lavoratori. La democrazia operaia in cui i lavoratori di tutto il mondo decidano attraverso un piano ed attraverso i propri comitati di gestione quanto, cosa, a che condizioni produrre è l’unica soluzione per armonizzare la produzione con i bisogni dell’umanità. Questo è per noi il significato della parola comunismo: il controllo democratico dei lavoratori, dei consumatori, e in definitiva della società sui grandi mezzi di produzione.

A Genova non vogliamo andare né come postulanti che chiedono ai "grandi" del mondo di ridurre le sofferenze dei popoli, né come semplici testimoni di una critica a questa società. Vogliamo andare per dire una verità semplice, e cioè che questo mondo siamo noi che lo mandiamo avanti, è il proletariato ad aver creato le immense ricchezze di cui si decide in questi vertici, e che sono mature in tutto il mondo le condizioni perché la classe lavoratrice e gli altri strati oppressi della società si riapproprino di questa ricchezza e la mettano finalmente al servizio dell’umanità e dei suoi bisogni.

E andremo anche per dire un’altra verità: se questo non avviene, il futuro che ci prepara il capitalismo è un futuro fatto di barbarie senza fine, di riarmo, di razzismo, di guerre, di povertà. Lo sviluppo della ricerca scientifica in questi anni indica quali siano le potenzialità del genere umano, ma ha anche spalancato una finestra su un abisso inimmaginabile: manipolazioni genetiche incontrollate, controllo privato di ogni aspetto della vita umana, animale e vegetale, armamenti dal potere distruttivo inimmaginabile… Utopisti noi? O utopisti quelli che pensano di poter porre fine a tutto questo con gli appelli agli "uomini di buona volontà"?

Milano, 19 giugno 2001

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