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Il disastro di Cancun e la crisi capitalista

Il commercio mondiale è stato negli ultimi cinquant’anni il motore principale della crescita economica. La distruzione di forze produttive in seguito alla Seconda guerra mondiale ha costituito una spinta poderosa allo sviluppo, il che ha portato alla ricostruzione europea e all’aumento degli scambi; si pensi che il commercio mondiale dal 1948 al 1998 è cresciuto del 1800%, passando ad essere dal 7 al 17% del Prodotto interno lordo mondiale.

Proprio questa crescita ha convinto le potenze mondiali che per aumentare le loro sfere d’influenza fosse meglio risolvere i contenziosi evitando i conflitti militari fra potenze, che inevitabilmente avrebbero danneggiato o interrotto un ciclo economico così positivo. Su queste basi nasce nel 1948 il Gatt (Accordo generale su tariffe e commercio) e successivamente il suo erede, il Wto (Organizzazione mondiale del commercio) nel 1995.

La capacità dei paesi avanzati di accordarsi per la spartizione dei mercati è stata legata in questi anni all’espansione generale degli stessi.

 

La crisi del commercio mondiale

 

Oggi la situazione è molto diversa. Negli ultimi 20 anni l’economia capitalista è cresciuta a ritmi significativamente più lenti, con alti e bassi, il commercio mondiale è cresciuto in media del 6% e nel 2001 ha subito un crollo significativo (-0,1%) mentre nel 2002 la ripresa è stata molto contenuta (2,9%).

L’aspetto più importante della recente crisi economica è rappresentato dal ruolo degli Stati Uniti. Negli anni ’90 infatti la debole crescita, che pure c’è stata, era determinata dalla capacità del mercato interno Usa di assorbire le eccedenze prodotte dagli altri paesi, avendo quindi l’effetto di trascinare il commercio internazionale e la crescita economica. Questa politica però è entrata in contraddizione con la capacità produttiva degli Usa, arrivando ad una saturazione del mercato interno e una sovrapproduzione del settore manifatturiero. Oggi gli Usa hanno qualcosa come 1500 miliardi di dollari di merci invendute e un deficit commerciale attorno ai 500 miliardi di dollari.

L’ipoteca sulla ripresa del commercio mondiale è determinata proprio dalla crisi protratta degli Stati Uniti. Nonostante un lieve aumento del Pil, i consumi interni sono deboli e questo è legato al fatto che la disoccupazione continua a crescere, così come la produzione industriale.

Questa situazione impone al capitalismo Usa di aumentare le sue esportazioni conquistando spazi di mercato a scapito delle altre economie e alzando barriere protezioniste per difendere la produzione interna. A questa politica si aggiungono, ovviamente, attacchi brutali alla classe operaia per aumentarne la produttività e far crescere i profitti. In questa luce si comprende il calo del dollaro e la politica interna e internazionale estremamente aggressiva dell’attuale amministrazione Usa.

L’era degli accordi commerciali fra ‘gentlemen’ è morta e sepolta. Infatti al momento attuale non esiste nessun paese che, come fecero gli Usa negli anni ’90, possa assorbire le eccedenze e quindi, inevitabilmente, nella misura in cui la crisi economica si protrae, gli scontri per conquistare gli spazi commerciali e per difendere il capitale nazionale assumono caratteri sempre più acuti.

Già negli anni ’90, solo per fare alcuni esempi, c’è stata la guerra delle banane fra Usa e Ue e la chiusura di quest’ultima alle carni americane trattate con gli ormoni, e agli Ogm. Poi c’è stata la guerra dell’acciaio nella quale gli Usa hanno imposto un dazio del 30% sull’acciaio extra Nafta e l’Ue del 26% sull’acciaio extraeuropeo, a scapito di grandi produttori come la Cina, la Russia, il Giappone e il Brasile.

 

La politica agricola dell’occidente

 

La conferenza interministeriale di Cancun era parte di un percorso iniziato a novembre del 2001 che doveva portare entro il 1° gennaio del 2005 alla liberalizzazione degli scambi, spaziando dall’agricoltura, ai servizi, ai prodotti industriali fino ai diritti di proprietà intellettuale. Sul piatto, secondo la Banca Mondiale, c’erano 500 miliardi di dollari all’anno in più nel reddito dei cosiddetti paesi in via di sviluppo in cambio di un accordo sulla liberalizzazione.

Con l’aria che tira nell’economia mondiale questa proposta deve essere parsa ai paesi poveri particolarmente offensiva e beffarda, a tal punto che si è imposto un blocco di 21 paesi, poi diventato di 23, guidato da Brasile, Cina, India e Sudafrica che non è stato disponibile a fare concessioni.

Il conflitto è scoppiato sui sussidi agroalimentari.

La politica dei paesi capitalisti avanzati mira a detenere il controllo delle materie prime e ovviamente il cibo è una fondamentale di queste.

Nei paesi avanzati, attraverso lo sviluppo scientifico e tecnologico, la terra ha una maggiore produttività rispetto ai paesi arretrati e può produrre eccedenze che vengono immesse nel mercato mondiale abbassando i prezzi. Per garantire il controllo di questo equilibrio i governi dei paesi avanzati sussidiano pesantemente la propria industria agroalimentare, finanziando la produzione, l’esportazione e adottando misure protezioniste all’importazione. I paesi occidentali spendono per la propria agricoltura fra il 300 e i 320 miliardi di dollari ogni anno, che per quando riguarda l’Europa significano finanziamenti tra il 35 e il 55% del valore della produzione, a cui si aggiungono le tariffe all’importazione che vanno dal 20% in su del valore importato.

Facciamo l’esempio del cotone che è stato uno dei terreni della contesa a Cancun. Gli Usa sono il maggiore esportatore di cotone, la loro produzione ha un valore di 3 miliardi di dollari, i produttori americani ricevono sussidi dal governo pari a 4 miliardi di dollari e vendono sul mercato a un terzo del costo di produzione, rovinando gli 11 milioni di produttori dell’Africa centro occidentale.

È ovvio che i governi di Mali, Burkina Faso, Ciad e Benin vogliono eliminare i sussidi.

L’Unione europea ha varato la nuova Politica agricola comune (Pac) che prevede una lieve riduzione dei sussidi, nel tentativo di ridurre i costi della propria agricoltura, ma in realtà il taglio dei contributi colpirà solo i piccoli agricoltori. Infatti di fronte agli Usa che hanno appena varato una nuova legge che aumenta i sussidi agli agricoltori, né gli europei, né gli americani possono permettersi di indebolire i propri agricoltori, perché inevitabilmente questo andrebbe a vantaggio del principale competitore.

Queste, in breve, sono le ragioni per cui i paesi avanzati non possono rinunciare alla loro politica agroalimentare e su queste basi si manterrà la contraddizione aberrante, per cui una mucca europea riceve in sussidi 2 dollari al giorno, poco più di quello con cui “vive” metà della popolazione del mondo.

 

Il ruolo dei paesi oppressi

 

La grande novità del conflitto a Cancun è stato il protagonismo dei cosiddetti paesi emergenti. Il blocco del G23 ha tenuto testa a Usa e Unione europea, e questo sicuramente ravviva l’orgoglio nazionale dei popoli oppressi dall’imperialismo, ma è importante vedere quali prospettive ha questa battaglia. Secondo un calcolo dell’Istituto internazionale di ricerca per le politiche alimentari, l’abolizione di ogni forma di sussidio all’agricoltura garantirebbe un entrata ai paesi poveri di circa 40 miliardi di dollari. Questa non è una cifra irrisoria, ma il problema è che l’agricoltura dei paesi arretrati non è per nulla competitiva nel commercio mondiale. Quindi anche se per pura fantasia l’eliminazione dei sussidi fosse possibile, comunque non risolverebbe l’asservimento di questi paesi all’imperialismo. I paesi arretrati vorrebbero aumentare le loro esportazioni per avere moneta forte con cui alleviare il debito che li strangola; dall’altra parte gli esiti delle politiche liberiste sono sotto gli occhi di tutti e le mobilitazioni operaie contro i governi che le applicano, il processo rivoluzionario in America Latina  hanno certamente spinto i governanti del G21 a far valere i propri interessi. Per quanto questi paesi possano fare la voce grossa, fintanto che i loro popoli non si ribelleranno al giogo del capitalismo, saranno sempre dipendenti dal mercato mondiale e i loro governi non potranno sottrarsi ai futuri accordi bilaterali con i paesi imperialisti. Un esempio su tutti la disponibilità del governo di Lula alla coltivazione della soia transgenica americana.

Anche la Cina, per quanto sia evocata da Usa e Ue quale nuova potenza mondiale che allaga il mercato di merci a basso costo, in realtà è un paese dipendente dagli investimenti dei paesi avanzati: si pensi che il 54% delle esportazioni cinesi sono di multinazionali estere.

Al di là dei conflitti su questo o quel terreno a Cancun si è incrinato il sistema generale con cui funziona il Wto, tanto da far parlare Pascal Lamy, il negoziatore dell’Unione europea, di sistema medioevale e di necessaria riforma con cui il Wto (148 paesi) prende le decisioni. Fra le potenze mondiali prende piede l’ipotesi di procedere solo attraverso accordi commerciali bilaterali e relegare il Wto al ruolo di tribunale per le controversie internazionali. Lungi dal risolvere i problemi questa situazione produrrà conflitti ancora più accesi per il controllo delle sfere di influenza.

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