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baltimore“La rivolta è il linguaggio di chi non ha voce” (Martin Luther King)

Baltimora, Maryland. Il 12 aprile scorso Freddie Gray, un ragazzo di 25 anni, è stato arrestato mentre andava tranquillo in bicicletta, senza nessuna motivazione apparente. I poliziotti durante l’arresto lo hanno preso a calci e pugni e il ragazzo, asmatico, ha subito gravi danni alla cassa toracica e soprattutto alla colonna vertebrale.

Portato in ospedale, è rimasto in agonia per una settimana, morendo infine il 19 aprile. Questo è solo l’ultimo di una serie di omicidi brutali compiuti dalle forze di polizia statunitensi dall’inizio di quest’anno: basti ricordare l’uccisione del senzatetto di Los Angeles Charly Leundeu Keunang, del diciottenne Tony Robinson a Madison, del cinquantenne Walter Scott, a Charleston, North Carolina: tutti neri, tutti poveri, tutti uccisi dalla polizia. Solo nel Maryland sono state uccise dalla polizia, tra il 2000 e il 2014, 109 persone: di queste il 40% erano disarmate, il 70% erano neri e solo il 2% risulta coinvolto in attività criminali.

Dal 25 aprile la città di Baltimora è in fiamme: guerriglia per le strade, macchine bruciate, bombe molotov lanciate contro la polizia. La rivolta è partita dal ghetto nero di West Baltimore per poi dilagare in tutta la città, con decine e decine di migliaia di persone in piazza a protestare contro la brutalità della polizia. Obama, mentre a parole dice che “la violenza non deve essere la risposta a questi atti della polizia”, ha dato il benestare allo schieramento nella città di 5000 miliziani della Guardia Nazionale. Il sindaco democratico Rawling Blakje, afroamericana, e il governatore repubblicano del Maryland, Larry Hogan, bianco, sono uniti, mano nella mano, nel dichiarare lo stato d’emergenza e nello schierare le forze di polizia in assetto antisommossa. Del resto i democratici già in passato hanno sostenuto molte volte misure repressive: Ted Kennedy negli anni ’70 sostenne l’inasprimento delle pene per i reati minori, mentre durante la presidenza Clinton fu inserito il principio del “Three strikes and you are out” che prevede l’ergastolo per chiunque commetta più di tre reati violenti o, come in California, tre reati in generale. (da Il manifesto, 28 aprile 2015)

Sicuramente, questa rivolta a Baltimora è innanzitutto una reazione di protesta contro le violenze della polizia. Basti dire che su 600.000 abitanti, tra il 2000 e il 2010 gli arresti in città hanno toccato soglia 100.000. Ma c’è di più. Baltimora è anche uno dei centri emblematici della divisione che lacera gli Stati Uniti, una divisione che ha una forte componente di classe: i bianchi sono il 29% della popolazione e rappresentano circa la metà delle forze di polizia della città. I neri sono il 64% della popolazione e vivono – per buona parte – confinati nei ghetti e nelle periferie in condizioni di assoluta povertà. Basti dire che nel centro cittadino ricco la disoccupazione si attesta all’8%, mentre cresce vertiginosamente fino a oltre il 20% nei ghetti come West o East Baltimore. Inoltre, il tasso di povertà è al 24% e la metà delle famiglie vive con meno di 25.000 dollari annui.

Alcuni analisti dello stato del Maryland, citati in un articolo del Washington Times, hanno dichiarato che “la povertà” dilagante nei quartieri poveri di Baltimora sarebbe “la reale motivazione della protesta”. In sostanza, la questione è non solo etnica, ma soprattutto di classe: certo, la classe dominante negli USA e a Baltimora è in maggioranza bianca, ma abbiamo visto che ci sono afroamericani come Rawling Blakje e Anthony Batts, il capo della polizia di Baltimora, (per non parlare del principale inquilino della Casa bianca) che sono parte integrante della classe dirigente e contribuiscono a reprimere e sfruttare la massa povera della popolazione della città.

A questa situazione è necessario ricondurre la rabbia della popolazione povera di Baltimora e degli altri ghetti negli USA: come diceva Martin Luther King, “una rivolta è il linguaggio di chi non ha voce”. Il punto è che sono finiti i tempi in cui dobbiamo solo far sentire la nostra voce, perché ogni volta che proviamo a reagire e a protestare contro il Sistema che ci affama e ci uccide, la classe dominante scatena contro di noi, contro la nostra classe, la repressione nelle sue molteplici forme.

È necessario fare un passo ulteriore: si deve organizzare questa rabbia e lottare contro il sistema che produce le profonde disparità economiche che lacerano Baltimora così come il resto del mondo.

 

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