Breadcrumbs

A meno di due settimane dalle elezioni presidenziali, Barack Obama sembra ormai avviato alla vittoria sul repubblicano Mc Cain. Molti commentatori parlano di un cambiamento epocale nella politica di Washington. Ma sarà veramente così? In questo articolo i compagni della rivista marxista Socialist Appeal ci forniscono una visione ben diversa da quella che va per la maggiore.
---


Dopo anni di guerra aperta da parte di Bush contro i lavoratori, sia dentro sia fuori dagli Stati Uniti, molti nella “sinistra” cercano disperatamente un’alternativa. Per molti, questa alternativa è rappresentata da Barack Obama, un senatore democratico dell’Illinois. Obama, che è molto attento alle sue parole e alle sue azioni, ha fatto finora un buon lavoro nel dipingere se stesso come un “progressista sensibile”. Ad ogni modo, lungi dal rappresentare un’alternativa “progressista”, Obama è fondamentalmente un tipico rappresentante dei partiti politici espressione del padronato. Nonostante si presenti come il candidato del “cambiamento”, Obama è un difensore del capitalismo e dell’imperialismo, e dunque di sfruttamento e oppressione. Su tutte le questioni fondamentali, è molto più vicino a Bush che a rappresentare una vera alternativa per i lavoratori.

Lungi dal cercare la fine dello sfruttamento di classe, Obama ha una fede incrollabile nel sistema capitalista. Come i vari personaggi del tipo di Joe Lieberman, sostenitore di Obama sia politicamente che dal punto di vista finanziario, che Barack considera il suo “mentore”, egli chiarisce che il Partito Democratico è un partito dei padroni: “L’ultima volta che ho parlato con John Kerry confidava nella superiorità dell’esercito americano, Hillary Clinton crede invece nelle virtù del capitalismo…”

Obama arriva perfino a criticare il Partito Democratico da destra: “… i Democratici sono confusi. Ci sono quelli che continuano a farsi paladini di idee di altri tempi, difendendo ogni programma di New Deal e Stato sociale dall’attacco dei Repubblicani, raggiungendo il totale gradimento dai gruppi liberal. Ma questi sforzi sembrano non funzionare più, in un continuo gioco difensivo privo di energia e senza nuove idee, quelle che occorrono per rivolgersi tanto alla società in continuo mutamento della globalizzazione quanto ai sobborghi isolati delle città.”

Obama, che l’anno scorso ha guadagnato poco meno di 1 milione di dollari, è un sostenitore dell’Hamilton Project, un gruppo fondato da Robert Rubin, ex Segretario del Tesoro e attualmente amministratore di Citigroup (l’azienda più grossa del mondo, con un patrimonio totale di oltre 2.000 miliardi di dollari). Da senatore, Obama si oppose a una legge che avrebbe posto un tetto del 30% di interessi sulle carte di credito, fatto che avrebbe dato un po’ di respiro a molte famiglie di lavoratori americani costretti a pagamenti ad alto tasso di interesse. Inoltre votò per una legge di “riforma del sistema sanzionatorio” che limita la possibilità per i lavoratori di poter adire le vie legali e chiedere un indennizzo se subiscono torti dal loro datore di lavoro.

Sulla questione del sistema sanitario, Obama è contrario all’introduzione di un sistema sanitario nazionale pubblico, argomentando che lascerebbe disoccupati i lavoratori delle imprese sanitarie private, come Kaiser e BlueCross BlueShield! Questa è una cortina fumogena della peggiore specie. Cerca di sembrare a favore dei lavoratori, mentre in realtà difende gli interessi del grande capitale contro quelli dei lavoratori. È favorevole a “soluzioni volontarie”, in contrasto con le “imposizioni governative”. Ma come sa ogni lavoratore, i padroni non si offrono mai “volontari” per darci aumenti o vantaggi. Il settore sanitario privato che fa profitti d’oro, non è affatto intenzionato a sacrificare i suoi guadagni. Obama sta semplicemente evitando la questione. Tanto varrebbe dire la verità: non è a favore di alcun cambiamento fondamentale del sistema.

Come tutti i bravi politici amici del grande capitale, quando i capitalisti arrivano con denaro e regalie varie, Obama diventa il loro angelo custode politico. Per esempio, è uno strenuo difensore dell’industria leader nel settore dell’energia nucleare Exelon, che ha contribuito con oltre 74.000 dollari alla sua campagna. Exelon è un’industria associata con ComEd, la compagnia energetica che attualmente sta succhiando sempre più soldi ai cittadini dell’Illinois. I capitalisti del settore agricolo Archer Daniels Midland, stando a quanto è riportato, hanno concesso a Obama l’utilizzo di loro jet privati per la campagna elettorale. Pochi mesi dopo la sua elezione al Senato, Obama ha acquistato prodotti per un valore superiore a 50.000 dollari da AVI BioPharma, un’industria farmaceutica che avrebbe ottenuto benefici da provvedimenti appoggiati dal senatore democratico. George Soros, il noto miliardario e maestro della speculazione finanziaria, sostiene Obama, nonostante abbia detto che avrebbe sostenuto Hillary Clinton, se avesse ottenuto la nomination tra i Democratici. In ciascun caso, si sente tranquillo: i suoi miliardi di dollari saranno al sicuro anche con Obama.

È sulla sua “opposizione” alla guerra in Iraq che Obama ha guadagnato molto appoggio, ed è comprensibile, dal momento che la guerra è vista ogni giorno di più dai lavoratori americani come un completo disastro. Mentre molti sono in cerca di una vera politica di opposizione alla guerra, che cosa intende di preciso Obama quando “parla contro la guerra”? Lungi dall’opporsi al conflitto sulla base che è una guerra contro i lavoratori e i poveri tanto in patria che all’estero, egli avrebbe preferito un attacco all’Iraq meglio rappresentato e pianificato con più attenzione. È a favore di un imperialismo statunitense vittorioso, ma aggiunge un pugno di retorica semi-populista, come negli ultimi tempi hanno fatto tanti esponenti Democratici. Lui è stato semplicemente più veloce di altri a saltare su questo treno.

Obama è in effetti un ardente sostenitore della più ampia “guerra al terrore”. Come dichiarò in un cosiddetto discorso contro la guerra nell’ottobre 2002: “Vuole una guerra, Presidente Bush? Finiamo la guerra contro Bin  Laden e Al-Qaeda con un efficace e coordinato sistema di sicurezza, e chiudendo tutte le reti di finanziamento che sostengono il terrorismo, e un programma di sicurezza nazionale che contempli qualcosa in più che un sistema di allarme a colori diversi di allerta.” Obama votò a favore di una nuova autorizzazione per il Patriot Act statunitense, che è stata pesantemente criticato da molti difensori di diritti civili in quanto limita fortemente le libertà civili. È stato contrario a provvedimenti di censura nei confronti di Bush per l’uso illegale di intercettazioni, e votò a favore della nomina di Condoleezza Rice a Segretario di Stato.

Obama ha fatto appello per un “ritiro graduale” delle truppe statunitensi e per l’apertura di un dialogo diplomatico con i paesi confinanti dell’Iraq, Siria e Iran. In altre parole, comprende che il meglio che l’imperialismo nordamericano possa fare è attenuare la portata della sconfitta, dato che la vittoria è ormai impossibile. Come altri esponenti della classe dominante un poco più lungimiranti, il suo obiettivo è quello di conservare la coesione e la disciplina dell’esercito – in modo che possa essere utilizzato in altre avventure imperialiste come in Afghanistan e oltre. Lungi dal proporre un immediato ritiro delle forze di occupazione in Iraq, Obama ha la prospettiva di ulteriori interventi nella regione, con un possibile scenario che veda le forze statunitensi rimanere in un Iraq occupato per un “periodo più lungo di tempo”, col paese che fungerebbe da piattaforma di lancio per le avventure dell’imperialismo. Questo comporterebbe “una ridotta ma attiva presenza nordamericana” che “protegga centri di rifornimento logistico” e “aree controllate dagli USA come la Zona Verde”: questo servirebbe a mandare “un chiaro messaggio alle nazioni ostili, Iran e Siria, rispetto al fatto che noi contiamo di continuare a giocare un ruolo chiave nella regione.” Le truppe statunitensi “che resteranno in Iraq agiranno come forze di reazione rapida alle emergenze e per la caccia ai terroristi.” Più di ogni altra cosa, Obama vuole una “soluzione pragmatica alla vera guerra che stiamo affrontando in Iraq”, e “la sconfitta delle insurrezioni”. Questi, naturalmente, sono due obiettivi tra di loro incompatibili. Le insurrezioni sono la reazione di massa da parte di un popolo che subisce un’occupazione. L’unica soluzione è l’immediato ritiro di tutte le truppe statunitensi e della “coalizione” dall’Iraq.

A marzo, Obama ha definito il governo iraniano “una minaccia per tutti noi … [Gli USA] non dovrebbero scartare alcuna soluzione, compresa l’azione militare, dal novero delle possibilità. Ha aggiunto che gli “strumenti principali” degli USA nel suo rapporto con l’Iran dovrebbero essere “una diplomazia insistita e aggressiva, insieme a dure sanzioni.”

Per farla breve, Obama sta cercando di accontentare tutti: è per la continuazione della guerra per un settore della classe dominante, mentre è contro quando si relazione un altro settore, pur di ottenere demagogicamente i voti dei lavoratori che sono veramente contro la guerra.

Obama, che potrebbe diventare il primo presidente nero degli Stati Uniti, ha cercato di presentare in modo rassicurante la piaga rappresentata dal razzismo negli USA. Il capitalismo americano poggia saldamente sull’oppressione delle minoranze come uno strumento d sfruttamento e divisione della classe lavoratrice. Ma Obama ritiene che alla radice della povertà dei neri siano “questioni culturali” – un argomento abbracciato anche da molti razzisti di destra. Anche uno sguardo superficiale alla storia dell’oppressione che i lavoratori neri e le loro comunità hanno dovuto subire mostra che quest’oppressione ha poco a che vedere con “questioni culturali”, ma al contrario è tutta connaturata alla struttura del capitalismo americano.

La brutalità della polizia, il taglio dei finanziamenti alle scuole delle aree disagiate, lo smantellamento dell’edilizia popolare, sono una “questione culturale”? La repressione brutale e la liquidazione di un’intera generazione di dirigenti neri, compresi Martin Luther King jr. e Malcolm X, dovrebbero essere considerati una “questione culturale”? Il fatto che un nero sui vent’anni su tre sia in prigione, fuori su cauzione, sotto processo, ai lavori forzati in comunità o in libertà condizionata, è forse una “questione culturale”? Eppure Obama vede il divario tra neri e bianchi negli Stati Uniti come una questione di buona o cattiva condotta personale. Ha affermato che i neri non possono progredire, “se non iniziamo a instillare nei nostri bambini che non c’è nulla di cui vergognarsi nei risultati di una buona educazione. Io non so chi abbia detto loro che imparare a leggere e scrivere e coniugare i verbi sia qualcosa ‘da bianchi’.”

Certo, ci sono alcuni che criticano Obama in base al colore della sua pelle. Noi rifiutiamo totalmente questo punto di vista razzista. I lavoratori neri negli USA, insieme ai loro fratelli e sorelle di classe di tutte le razze ed etnie, sono coloro funzionare l’economia più progredita del mondo ogni giorno. Non c’è alcuna ragione per cui uomini e donne di colore non debbano giocare un ruolo chiave nel determinare il futuro della società. In ogni caso, per i marxisti, è una questione di quali interessi di classe ciascuno difende. Deve essere chiaro che chiunque voglia combattere seriamente il razzismo deve essere pronto a combattere il capitalismo. Dal momento che è un rappresentante della classe capitalista, Obama non può e non vuole combattere nè l’uno nè l’altro.

A proposito di immigrazione, Obama ha cercato di mettere sullo stesso piano lavoratori e terroristi nel tentativo di militarizzare il confine. Obama ha giocato un ruolo attivo nel tentativo del Senato di aumentare la sicurezza dei confini attraverso nuove leggi sull’immigrazione. A partire dal 2005, egli fu tra i firmatari della “Legge per la Sicurezza dell’America e il Controllo dell’Immigrazion”e, presentata dal Senatore John McCain. Sostenne anche il Testo Unico di Riforma dell’Immigrazione presentato dal Senatore Arlen Specter, che non venne approvato dalla Camera. Nel 2006, Obama sostenne un altro provvedimento inerente questa materia, l’Atto per la Sicurezza dei Confini, che autorizzava la costruzione di 700 miglia di fortificazioni, mura e altre misure di sicurezza lungo il confine tra USA e Messico, per una spesa complessiva di 7 miliardi di dollari. Il Presidente Bush firmò la legge nell’ottobre 2006 definendola “un importante passo in avanti verso la riforma dell’immigrazione.” Il Segretario per la Sicurezza interna Michael Chertoff, di cui Obama approvò la nomina, disse che il provvedimento avrebbe “comportato significativi progressi nell’intento di impedire che terroristi e altri utilizzino i nostri confini”, suggerendo così direttamente che immigranti e terroristi siano la stessa cosa.

Obama è anche un forte sostenitore dei “programmi per i lavoratori ospiti” e ha accolto con grande favore la proposta del Senato dello scorso 18  maggio che includeva misure come la detenzione per un numero fino a 27.500 immigrati al giorno, il reclutamento di 18.000 nuove guardie di confine, e la costruzione di altre 370 miglia di mura di confine.

Bush e la sua cricca sono certamente il settore più estremo dell’ala reazionaria della classe dominante, con piani di conquista imperialista basati sui loro personali interessi economici: petrolio e altri gruppi legati all’energia, armamenti, costruzioni e altre compagnie che traggono benefici dagli interventi militari, come Halliburton. Ma la distinzione tra Bush e Obama non è di principio. Obama, come i più lungimiranti strateghi della classe dominante, cerca soltanto di limitare gli eccessi della cricca di Bush, che minacciano la stabilità degli USA e del capitalismo in generale. In questo senso, Obama al momento rappresenta più fedelmente gli interessi della classe capitalista a questo punto della storia di quanto non faccia Bush. Dunque Obama è davvero un alternativa per i lavoratori? I fatti parlano da soli.

19 settembre 2008

Visita il sito dei marxisti Usa

Leggi anche:

Joomla SEF URLs by Artio