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Si avvicinano le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, che il prossimo 6 novembre vedranno contrapposti il presidente democratico Obama e il candidato repubblicano Romney. Se molte delle illusioni nei confronti di Obama sono venute meno, sono ancora in tanti a vederlo come un male minore rispetto alla destra repubblicana. Ma Obama rappresenta davvero un’alternativa? Per capirlo, più che seguire le primarie repubblicane o la convention nazionale democratica, è utile guardare allo sciopero degli insegnanti di Chicago.
È infatti a Chicago che Obama ha gettato le basi per le sue fortune politiche e l’attuale sindaco, Rahm Emanuel, è un fedelissimo del presidente, tanto da essere stato il capo del suo staff alla Casa bianca. E proprio in questa roccaforte democratica Emanuel sta portando avanti una politica di privatizzazione dell’istruzione pubblica e di attacchi contro il sindacato degli insegnanti. Sono state incentivate le charter schools, scuole formalmente pubbliche, ma amministrate da privati secondo i criteri delle società per azioni, che sono più costose delle scuole pubbliche (e quindi inaccessibili alle famiglie di basso reddito) e assumono in grossa parte giovani insegnanti non sindacalizzati con stipendi più bassi. L’amministrazione comunale ha inoltre cancellato aumenti salariali già previsti per i docenti, pretendendo allo stesso tempo l’allungamento della giornata scolastica. E infine il sindaco ha proposto di introdurre criteri di valutazione (e quindi di retribuzione) degli insegnanti legati ai risultati dei loro studenti nei test, risultati dai quali potrebbe addirittura dipendere la chiusura delle scuole “meno efficienti”: è chiaro che in un sistema scolastico profondamente iniquo come quello americano, dove le scuole pubbliche sono dei ghetti rispetto agli esclusivi college privati, simili criteri di valutazione sarebbero pesantemente discriminatori nei confronti delle scuole pubbliche e dei loro insegnanti.
Di fronte a tutto questo il sindacato degli insegnanti, il Ctu (Chicago teachers union), che a lungo è stato uno dei pilastri del potere democratico a Chicago, ha minacciato lo sciopero per la prima volta da venticinque anni a questa parte. Per scongiurare la mobilitazione, l’Assemblea generale dell’Illinois, dominata dai democratici, ha approvato una legge in base alla quale il sindacato poteva indire uno sciopero solo con il voto favorevole di almeno il 75% dei suoi iscritti, conteggiando per giunta i non votanti come contrari. Ma questo provvedimento antidemocratico ha ottenuto solo l’effetto di aumentare la determinazione degli insegnanti, che nel mese di giugno hanno votato al 90% per scioperare.
A partire dal 10 settembre, 29mila insegnanti hanno scioperato per ben nove giorni, picchettando centinaia di scuole e dando vita a numerosi cortei per le vie della città. I mass media hanno messo in campo una massiccia campagna volta a mettere i genitori contro gli scioperanti, accusati di lasciare gli studenti per le strade, ma nemmeno questo è servito. In numerose occasioni genitori e studenti hanno manifestato assieme agli insegnanti e un sondaggio del Chicago Sun Times ha rivelato che il 47% degli elettori registrati a Chicago sosteneva lo sciopero.
Durante la protesta i democratici di Chicago hanno invece avuto il pieno appoggio dei repubblicani, sostenitori della prima ora delle charter schools. Romney si è unito alla crociata contro il Ctu dichiarando che “il sindacato degli insegnanti ha sempre privilegiato i suoi interessi sacrificando quelli dei ragazzi” e il suo vice Paul Ryan ha garantito il suo sostegno ad Emanuel specificando che “la riforma scolastica è una questione bipartisan”.
Molti commentatori hanno giustamente rilevato come lo sciopero di Chicago abbia mostrato un’aperta spaccatura tra i sindacati e i settori più liberali del partito democratico a poche settimane dalle elezioni, mettendo in forte imbarazzo Obama, che infatti ha mantenuto un silenzio assoluto su tutta la vicenda. Ma i fatti di Chicago dovrebbero mettere ancora più in imbarazzo le direzioni dei sindacati statunitensi, che ad ogni campagna elettorale versano milioni di dollari in contributi elettorali ai democratici.
La lotta degli insegnanti mette infatti in evidenza la necessità per i lavoratori americani di un partito indipendente del movimento operaio, in grado di rappresentare una reale alternativa alle politiche fotocopia di repubblicani e democratici.

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