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Sono passati dieci anni da quando l’allora presidente degli Usa George Bush pronunciò un famoso discorso nel quale, sulla scia del crollo del Muro di Berlino e della dissoluzione del blocco sovietico, preannunciava la venuta di un "nuovo ordine mondiale", nel quale pace e prosperità avrebbero regnato nel mondo.

Basta un’osservazione anche superficiale della scena internazionale nel corso degli ultimi dieci anni per smentire quella propaganda. Non esiste quasi settore del pianeta nel quale non si stiano sviluppando conflitti economici, diplomatici e anche militari. Proprio in questi giorni vediamo una escalation dell’intervento Usa in Colombia (del quale riferiamo in altre pagine di questa edizione), intervento che suscita preoccupazioni e tensioni non solo in Colombia, ma in tutti gli Stati vicini, in particolare in Venezuela e in Brasile.

L’Africa centrale è tutt’ora attraversata da conflitti sanguinosi che colpiscono il Ruanda, il Burundi, la Sierra Leone, l’Uganda, il Sudan e altri paesi ancora. L’intervento "di pace" in Somalia del 1992-93 è stato un fallimento totale, e pochi mesi fa abbiamo visto riaccendersi il conflitto fra Eritrea ed Etiopia.

Il Medio Oriente rimane una polveriera, con lo stallo del "processo di pace" in Palestina e la guerra spietata condotta contro l’Irak attraverso l’embargo economico e bombardamenti aerei quasi quotidiani.

L’Asia vede svilupparsi enormi tensioni e conflitti, a partire dallo scontro fra Pakistan e India per il Kashmir, scontro che ha portato entrambi i paesi sulla strada del riarmo nucleare; a questo si aggiungano lo scontro sotterraneo fra Malesia, Indo-nesia, Australia, Cina e Giappone per il controllo dei mari dell’Asia sud-orientale e dello stretto di Malacca, vie di comunicazione commerciale decisive per tutti i paesi dell’area e in particolare per il Giappone. Il conflitto fra Cina e Taiwan rimane aperto, mentre una enorme instabilità sociale e politica colpisce le due Coree.

I Balcani rimangono una polveriera, la presenza di migliaia di soldati Nato in Bosnia, Kosovo e Macedonia non ha risolto nessuno dei conflitti nazionali nella zona. Nonostante tutti i proclami trionfalistici di un anno fa, gli Usa non hanno ottenuto nessuno dei loro obiettivi fondamentali di guerra, e si trovano ora avviluppati in contraddizioni enormi nella regione balcanica.

La guerra in Cecenia, infine, ha messo in luce il gigantesco conflitto che si gioca in Asia centrale, un conflitto che ha per posta le enormi risorse energetiche della regione, le vie di comunicazione, e che vede impegnate la Russia, la Turchia, le repubbliche caucasiche, le repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale e dietro le quinte gli stessi Usa (che spalleggiano la Turchia, la Georgia e l’Azerbaigian contro la Russia).

I LIMITI DELLA POTENZA AMERICANA

Non c’è alcun dubbio che con il crollo dell’Urss e la fine della guerra fredda, gli Usa siano emersi come la più grande potenza imperialista mai vista nella storia. Nessuno degli imperi coloniali del passato, incluso l’impero inglese all’apice della sua potenza, ha mai visto un dominio così incontrastato sul pianeta. Mai si è vista una macchina militare così potente come quella che oggi gli Stati Uniti dispiegano nei quattro angoli del pianeta. I bilanci militari delle diverse potenze danni un’idea della preponderanza statunitense.

La spesa militare Usa (prevista per il 2001) supera di oltre 5 volte quella della Russia (seconda potenza mondiale), di oltre 22 volte quella combinata dei sette paesi che gli Usa considerano potenzialmente terroristi (Cuba, Iran, Irak, Libia, Corea del Nord, Sudan e Siria), ed è superiore al bilancio militare combinato delle 12 successive potenze. Queste cifre non tengono conto, inoltre, della superiorità tecnologica dell’esercito Usa, che rende il divario ancora più profondo.

Apparentemente si tratta di un dominio incontestabile, senza possibili oppositori. Eppure a un’analisi più approfondita appare come il predominio americano incontri e incontrerà in futuro ostacoli sempre maggiori, tanto negli altri paesi imperialisti suoi concorrenti, quanto (e soprattutto) nei movimenti di massa che sempre più vedremo svilupparsi sia nei paesi industrializzati che nei paesi sottoposti al dominio neocoloniale.

In primo luogo è importante notare che l’apice della potenza diplomatico-militare degli Usa non corrisponde all’apice del loro predominio economico. Nonos-tante gli Usa siano emersi vincitori dalla competizione economica degli anni ‘90, il boom attuale dell’economia statunitense non può essere paragonato all’epoca d’oro degli anni ’50 e dei primi anni ’60, che costituì il vero apogeo del loro predominio economico. Enormi squilibri si accumulano nell’economia Usa, in particolare nel settore finanziario e nella Borsa. La bilancia commerciale Usa è un vero e proprio tallone d’Achille dell’economia che accumula a ogni anno un nuovo record negativo.

Solo l’afflusso continuo di capitali esteri maschera temporaneamente i punti deboli del boom americano.

UNA NUOVA CORSA AGLI ARMAMENTI

La contraddizione tra il predominio apparentemente incontestato degli Usa e le reali difficoltà che essi incontrano si esprime graficamente nell’ascesa spettacolare delle loro spese militari. In un’epoca che si presumeva essere di pace e prosperità, la spesa militare degli Usa è oggi agli stessi livelli della guerra fredda, ed è in forte aumento come dimostrano le seguenti cifre. Il bilancio militare Usa nel 1997 è stato di 254 miliardi di dollari; nel 1998 è salito a 281 miliardi e nel 1999 a 305,4 miliardi. La spesa militare media negli anni della guerra fredda (espressa in dollari del 1996) era di 295,5 miliardi; se si escludono gli anni nei quali gli Usa furono direttamente coinvolti in conflitti (Corea e Vietnam), la media era di 285,4 miliardi (fonte: Center for Defense Information). Ultimo passo in questa escalation sono i recenti progetti di un sistema di difesa antimissile (ABM, Anti Ballistic Missiles), che nei progetti di Clinton dovrebbe puntare a coprire non solo il territorio continentale degli Usa, ma "tutto il territorio degli Stati Uniti", vale a dire comprese l’Alaska e le Isole Hawaii, da un ipotetico (e in realtà risibile) attacco degli "Stati terroristi", in particolare della Corea del Nord. In altre parole lo scudo spaziale Usa verrebbe a coprire una buona parte dell’oceano Pacifico. Al di là della effettiva fattibilità di un simile progetto, la quale è ancora in dubbio, è chiaro che la nuova corsa agli armamenti si estende anche allo spazio.

Uno degli elementi della superiorità americana risiede precisamente nel sistema di satelliti; la Nasa oggi punta a potenziare la corsa allo spazio con l’obiettivo di sviluppare entro il 2010 un nuovo veicolo che possa rimpiazzare gli Shuttle, con fini anche militari.

Il grande vantaggio degli Usa nella nuova corsa agli armamenti preoccupa tutte le altre potenze, dall’Europa al Giappone passando per la Russia. È facile prevedere le conseguenze di questa situazione: gli altri paesi saranno costretti, volenti o nolenti, a mettersi sulla stessa strada e a sviluppare le proprie forze armate, la propria capacità di intervenire nei conflitti internazionali e la propria tecnologia militare.

"La guerra della Nato in Kosovo quest’anno potrebbe dimostrarsi lo shock necessario per portare a cambiamenti. Lo spettacolo della potenza americana dispiegata nel loro angolo di globo ha impaurito e messo a tacere i governi europei. Hanno scoperto che i loro arsenali sono obsoleti in confronto agli armamenti americani di bombardieri stealth e missili teleguidati. Una volta iniziata, è diventata una guerra americana condotta dalla Casa Bianca e dal Pentagono, sulla quale gli europei hanno poca influenza politica" (The Economist).

Il governo tedesco si è messo con risolutezza sulla via di un nuovo interventismo militare, dopo aver rotto proprio in Kosovo il tabù che da cinquant’anni impediva alla Germania di partecipare a conflitti armati. Proprio l’ex pacifista ministro degli esteri Fischer, dei Verdi, ha spiegato come sia compito della Germania prendersi "le proprie responsabilità" in politica estera, senza tabù. Risultato: il governo tedesco prevede aumentare nel 2001 la propria spesa militare del 3,2% portandola a 225 miliardi di dollari per coprire le spese legate al passaggio all’esercito professionale, e 320 miliardi di nuove armi. L’obiettivo è portare da 66.000 a 160.000 il numero di militari di pronto intervento.

Il 9 giugno a Magonza è stato annunciato il progetto di un nuovo sistema di satelliti militari franco-tedeschi, nel quale si punta ad integrare anche l’Italia. "L’iniziativa bilaterale, basata su satelliti con una risoluzione al suolo inferiore a 1 metro, è volta a ridurre grandemente la dipendenza europea dall’intelligence spaziale Usa" (Jane’s Defence Weekly). La stessa fonte presenta una rassegna dei conflitti che destabilizzano l’Asia, sottolineando l’escalation militare che coinvolge la Cina, l’India e il Giappone.

La lotta per il controllo del Mar cinese meridionale e degli Stretti è appena cominciata, e vede il Giappone al centro di una trattativa con India, Malesia e Vietnam per condurre un pattugliamento congiunto dei mari. A sua volta, l’India ha lanciato un programma decennale di costruzioni navali in grado di estendere la sua influenza dall’Africa al Mar cinese meridionale. "Il Giappone si sta allontanando dalla sua identità pacifista postbellica. Di fronte al possibile emergere di una Corea unificata e alla crescente potenza della Cina, una pianificazione attenta richiede che il Giappone sviluppi una robusta capacità militare. Inoltre, pochi fra gli strateghi giapponesi ritengono che l’alleanza con gli Usa durerà per sempre.

Mentre la Seconda guerra mondiale scivola via via nella storia passata, i giapponesi sanno che una vera strategia difensiva militare dovrà alla fine andare oltre le limitate forze di autodifesa che oggi il Giappone può schierare, e il cambiamento è già in atto. Il mondo è rimasto stupito quando la marina giapponese ha aperto il fuoco dopo aver ingaggiato due navi nordcoreane in acque territoriali giapponesi. Quell’incidente ha costituito un punto di svolta" (Jane’s Defence Weekly).

LA GUERRA IN CECENIA E IL RUOLO DELLA RUSSIA

Il conflitto in Cecenia non è che un tassello di un mosaico più ampio, che vede svilupparsi un conflitto di vasta portata nel Caucaso e nell’Asia centrale. La Russia è stata ridotta nel corso del decennio eltsiniano a un ruolo subalterno sulla scena internazionale. Ha dovuto ingoiare un rospo dietro l’altro, in particolare con l’espansione della Nato fino ai suoi confini. La guerra della Nato contro la Jugoslavia è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, e non è certo l’ultima delle cause che hanno portato al cambio della guardia fra Eltsin e Putin. Con l’invio dimostrativo dei paracadutisti a Pristina e soprattutto con la guerra cecena, i vertici militari russi hanno voluto dare un chiaro messaggio all’occidente: l’epoca della Russia remissiva e disposta ad accettare senza proteste la politica estera degli Usa è ormai finita.

La guerra contro la Cecenia è stata condotta con decisione e brutalità, sia sul teatro bellico, sia sul "fronte interno", dove sono ben pochi gli osservatori informati a dubitare del fatto che Putin, o se non lui alti settori dell’apparato statale, non abbiano esitato a montare una "strategia della tensione" in versione russa uccidendo 300 persone negli attentati di Mosca e dando la colpa ai ceceni per creare un clima nazionalista a favore della guerra.

A prescindere dalle cause interne alla Russia, tuttavia, la guerra cecena si può capire solo allargando il quadro della nostra analisi. Gli Usa premono per aprirsi la strada verso le enormi risorse petrolifere ed energetiche dell’Asia centrale.

Non potendosi impegnare direttamente, spingono i loro alleati nella zona, in particolare la Turchia, l’Azerbaigian e la Georgia, verso il conflitto con la Russia. L’obiettivo sarebbe quello di tagliare fuori la Russia dal controllo del Caucaso e dei suoi oleodotti. I guerriglieri ceceni sono stati sostenuti dalla monarchia reazionaria giordana. L’imperialismo Usa utilizza in Cecenia questi gruppi reazionari islamici allo stesso modo con cui ha utilizzato i Talebani in Afghanistan.

Tuttavia la ripresa di una politica di potenza da parte della Russia non può avvenire da un giorno all’altro. Dieci anni di restaurazione del capitalismo e di saccheggio economico hanno indebolito non solo l’economia, ma anche l’esercito. L’esercito russo attuale ha ben poco a che vedere con l’Armata rossa dei tempi dell’Urss, sia come armamento, sia come tecnologia, sia soprattutto come coesione delle truppe. Un paese in crisi, governato da una cricca di oligarchi la cui unica preoccupazione è stata per anni quella di saccheggiare il più possibile e portare i soldi all’estero, non può esprimere una forza militare convincente. La tragedia del sommergibile "Kursk" ha mostrato nel modo più chiaro quale sia lo stato reale delle forze armate russe. "La nostra flotta è affondata con l’Urss, e oggi spaventiamo solo i pesci. Serve solo a mantenere i privilegi degli ammiragli", ha dichiarato un capitano della marina, esprimendo chiaramente il pensiero dei bassi gradi delle forze armate.

Per condurre una politica di potenza all’estero la Russia deve prima riarmare il proprio esercito e riequipaggiarlo. Ma questo significa trovare i fondi necessari, e cioè aprire un scontro frontale con quegli "oligarchi" che hanno gestito il processo di privatizzazione dell’economia, che hanno intascato gran parte dei prestiti occidentali, e che non vedono alcun motivo di cambiare l’attuale situazione. Putin, che vorrebbe interpretare la politica di un nuovo imperialismo russo è ben cosciente che su questa via deve prima vincere la resistenza degli "oligarchi", o portarne almeno una parte al proprio fianco. La tragedia del "Kursk" non a caso è stata l’occasione per il riaccendersi dello scontro che da mesi prosegue, fra il governo e magnati come Berezovskij e Gusinskij, accusati di non pagare le tasse e di sottrarre i fondi che sarebbero necessari alla difesa nazionale. Tutti questi avvenimenti dimostrano che politica estera e politica interna della Russia sono oggi più legate che mai, e che solo la risoluzione dello scontro interno può permettere a Putin di proseguire con decisione sulla strada dell’espansionismo all’estero.

Tutte le parole e le dichiarazioni di Putin dimostrano che è cosciente di questo; altra questione è se avrà la forza per passare dalle parole ai fatti.

UNA NUOVA EPOCA RIVOLUZIONARIA

In gran parte dell’Asia cresce l’ostilità verso la politica estera Usa, in particolare in Cina. Cina e Russia si stanno da tempo riavvicinando, e cercano di giungere ad un alleanza più vasta che includa anche l’India e l’Iran. Nello stesso Giappone si sono viste manifestazioni di massa a Okinawa contro la presenza delle basi militari americane, in occasione dell’ultimo vertice dei G-7. Il sentimento antiamericano cresce fra le masse in paesi come la Malesia, l’Indonesia, le Filippine, la Corea del Sud, poiché i lavoratori, i disoccupati, i contadini identificano giustamente gli Usa con le politiche del Fondo monetario che li hanno ridotti in miseria, particolarmente dopo la crisi delle Borse del 1998.

Si apre un’epoca di lotte spietate per il controllo del pianeta, una lotta senza confini alla quale nessun paese importante potrà sottrarsi.

Ma il quadro sarebbe incompleto se non considerassimo l’aspetto che deve essere per noi decisivo: la reazione dei lavoratori, dei contadini, delle masse sfruttate in tutto il pianeta di fronte al "nuovo disordine mondiale".

Conflitti internazionali e conflitti sociali, guerra e rivoluzione sono indissolubilmente legati fra loro, perché sono effetti della stessa causa, delle contraddizioni insolubili che il capitalismo mondiale continua ad accumulare. Gli ultimi anni hanno visto avvenimenti rivoluzionari in paesi come l’Indonesia, la Corea del Sud, l’Ecuador, la Colombia. Altri, e molto più numerosi, sono i paesi candidati a seguirne l’esempio nel prossimo periodo. Lo stesso movimento nato dalla manifestazione di Seattle è un sintomo inequivocabile di una radicalizzazione che matura in Usa e nei paesi capitalisti più avanzati.

La storia del ’900 mostra come nessun impero può mantenere il proprio dominio una volta che le masse dei paesi dominati imboccano la strada della lotta rivoluzionaria. Nei prossimi anni e decenni vedremo ripetersi su scala ancora maggiore movimenti di massa paragonabili a quelli che portarono all’indipendenza l’India, il Vietnam, i paesi africani, e che misero in crisi l’imperialismo negli anni ’60 e ’70. Ma non sarà una semplice ripetizione del passato. Oggi le borghesie nazionali dei paesi sottosviluppati sono infinitamente più compromesse e subordinate all’imperialismo. Decenni di indipendenza formale in paesi come l’India e il Pakistan hanno mostrato come la sola indipendenza nazionale, stretta nei limiti del mercato capitalista, non possa risolvere nessuno dei problemi fondamentali delle masse del terzo mondo. Dall’altro lato, in molti di questi paesi il relativo sviluppo economico e industriale ha creato una classe operaia numerosa e combattiva, che può aspirare a guidare i processi rivoluzionari del futuro.

Come e più che negli anni ’60 e ’70, i processi rivoluzionari nei diversi settori del pianeta si alimenteranno a vicenda, precisamente perché la globalizzazione rende sempre più stretti i legami economici, politici e sociali tra i diversi paesi.

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