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Secondo “l’Obamamania” ormai dilagante, il nuovo presidente degli Stati Uniti sarebbe del tutto diverso da Bush anche in politica estera. Si ritira dall’Iraq, apre a Cuba, riceve gli elogi di Chavez: insomma un vero “progressista”. La realtà è tutt’altra e purtroppo ben più dura da digerire per tutti i fans di Obama che affollano le redazioni de La Repubblica e de Il Manifesto.

Per prima cosa, Obama non ha affatto ordinato il ritiro immediato dall’Iraq, come aveva annunciato all’inizio della sua lunga corsa verso la Casa Bianca. Secondo il presidente democratico, l’ultimo soldato Usa non se ne andrà da Baghdad prima della fine del 2011. Obama ha reso chiaro che comunque il ritiro avverrà solo dopo aver “consultato i comandanti delle forze armate che si trovano sul campo” e “comunque sarà basato sull’esigenza di garantire la stabilità”. Tradotto in parole povere: “non ce ne andremo finchè i nostri interessi non saranno al sicuro.”


Ritiro dall’Iraq?


A questo serve un approccio più distensivo adottato con l’Iran: a Washington interessa non perdere il controllo del paese e gli strateghi Usa hanno compreso che, senza il coinvolgimento delle borghesie dei paesi limitrofi, come la Siria e l’Iran, la destabilizzazione non potrà che aumentare. Un approccio simile vale anche per la Turchia, messa all’angolo da Bush, che ha garantito un’ampia autonomia ai curdi iracheni. Ankara è ossessionata dalla possibilità che il separatismo curdo in Turchia e in Iraq si possa saldare e Obama non è certo disposto a mettere a repentaglio la strategia Usa per la liberazione dei curdi: molto meglio assicurarsi di nuovo l’appoggio di un alleato da decenni fedele come la Turchia.

Il governo Obama è ben distante dal voler ridare “l’Iraq agli iracheni” (e men che meno il Kurdistan ai curdi) ma vuole soprattutto assicurarsi un governo servile ai loro interessi: per questo la transizione ha bisogno di un certo periodo, in un paese tutt’altro che stabile: solo ad aprile ci sono stati 355 civili morti in attentati, il bilancio peggiore da sette mesi a questa parte.


Il rilancio in Afghanistan


Il nodo principale della politica estera di Obama è rappresentato dall’Afghanistan. Qui non si parla affatto di ritiro ma di un aumento importante del coinvolgimento delle truppe americane. In realtà è una dislocazione di truppe dall’Iraq all’Asia centrale: il Pentagono parla di un invio di 17mila soldati, che potrebbero crescere di altre 4mila unità e che andranno a rafforzare il contingente di 38mila militari già dispiegati dal 2001.

La situazione nel paese è piuttosto critica e va peggiorando: i ribelli controllano ormai i due terzi del paese, di fronte ad un governo Karzai sempre più impopolare.

Le truppe occidentali sono viste chiaramente come truppe di occupazione e si comportano come tali. L’ultimo esempio, l’assassinio della bambina tredicenne ad Herat ad opera delle truppe italiane, ne è una conferma. Si spara a vista contro chiunque sia minimamente sospetto, come in ogni guerra anche se formalmente è una “missione di pace”. Proprio mentre scriviamo, l’aviazione Usa in un raid ha ucciso almeno cento civili nella regione di Farah, ad ovest di Kabul. Ecco la vera faccia del progressista Obama!

Ricordiamo che l’Italia è presente in Afghanistan sin dall’inizio della missione Nato; attualmente i soldati italiani sono 2.350 e recentemente il ministro della Difesa La Russa ha detto che il contingente potrebbe anche essere incrementato. D’altra parte, quando Washington chiama, Roma risponde…

Ma Obama dove vuole portare i suoi alleati? Il presidente Usa ha detto che “vuole distruggere Al Qaeda” e per fare questo vuole intensificare gli attacchi alla frontiera tra Afghanistan e Pakistan. Ha aggiunto che non esiste una politica per l’Afghanistan e una per il Pakistan, ma che la strategia è unica: distruggere la guerriglia talebana dovunque essa si trovi. Così gli Usa da tempo esercitano pressioni incredibili sul governo pakistano perché si sottometta agli interessi di Washington.

I talebani ed Al Qaeda sono stati finanziati e appoggiati fin dagli anni ottanta dalla Cia e dai servizi segreti pakistani (Isi). Ma mentre gli Stati uniti dopo l’11 settembre hanno cambiato cavallo, per l’Isi questo è molto più difficile. I talebani sono lo strumento per ottenere un governo amico in Afghanistan e la classe dominante pakistana non è disposta a rinunciarvi facilmente. Malgrado le numerose assicurazioni fornite da Islamabad, non c’è stata finora nessuna volontà seria di annientare le basi talebane in Pakistan. Nel febbraio scorso il governo pakistano era arrivato addirittura ad un “accordo di pace” con i talebani, garantendo loro una sostanziale autonomia nelle regioni di Malakand e Swat. In questi ultimi giorni il presidente pakistano Zardari, in occasione di una visita a Washington, sembra aver ceduto alle pressioni di Obama e lanciato un’offensiva importante nella valle dello Swat, con l’obiettivo dichiarato di smantellare le basi talebane.

È difficile tuttavia che tale obiettivo venga raggiunto, mentre l’attacco ha già provocato, secondo l’Onu, un milione di profughi in pochi giorni. Lo scontento verso Zardari aumenterà: in Pakistan esiste già una vasta opposizione all’occupazione dell’Afghanistan, non solo fra le masse ma anche fra i vertici dello stato. Dal 2001 l’arrivo delle forze occidentali nell’area ha completamente destabilizzato il Pakistan, facendolo cadere in una crisi politica che nell’autunno del 2007 ha avuto anche caratteristiche insurrezionali, con il ritorno di Benazir Bhutto e milioni di persone in piazza.

La situazione è complicata dal fatto che la classe dominante pakistana ha bisogno dei fondamentalisti da usare come forza reazionaria in grado di seminare paura fra le masse, mentre gli Stati uniti se ne servono per giustificare la loro “guerra al terrore”, in una logica contrapposta ma che si alimenta a vicenda e da cui i proletari non hanno nulla da guadagnare.

Unificando i destini di Pakistan e Afghanistan, Obama non riuscirà ad uscire dal pantano afgano e potrebbe anzi gettare nell’instabilità un’intera regione. La sottomissione di Zardari all’imperialismo Usa potrebbe far crollare il governo di coalizione tra il Ppp e la lega musulmana, un primo passo verso il caos.

Obama vuole ristabilire la supremazia militare Usa, e non diminuirla o “condividerla”. Non a caso ha chiesto al Congresso 200 miliardi di dollari in più per gli interventi in Iraq e Afghanistan nei prossimi due anni, e questo non include la proposta di un 4% di aumento dei fondi destinati al Pentagono.


Obama e Cuba


Un nuovo inizio, così ha definito i rapporti che Obama vorrebbe tra il suo paese e “l’Isola rebelde”. Obama ha affermato che revocherà le restrizioni dei viaggi e delle rimesse dei cubani residenti negli Usa con familiari nell’isola. Si è guardato bene dal parlare di un’abolizione dell’embargo, ma soprattutto ha annunciato questi provvedimenti con l’intento di riportare la libertà, cioè il capitalismo, a Cuba.

In tempi di crisi come questi, anche un mercato ridotto come quello dell’isola solletica gli appetiti delle multinazionali americane. Fidel si oppone alle riforme di mercato modello Cina, ma molti dei nuovi ministri promossi da suo fratello Raul sono di ben altro avviso e potrebbero accettare il frutto avvelenato di Barack. Esiste infatti a Cuba un’ala dell’elite filocinese che si sta rafforzando decisamente: la defenestrazione di uomini che avevano la fama di “duri”, come Carlos Lage e Felipe Perez Roque dai vertici dello stato ne è la riprova.

Nonostante tutto le restrizioni provocate dall’embargo, gli Stati uniti sono ormai il quinto partner commerciale dell’Avana. Obama vuole potenziare questi rapporti, per intensificare la penetrazione imperialista nell’isola e rompere l’asse tra Cuba e il Venezuela, che tante speranze ha portato ai popoli di tutto il continente. Cuba insomma rimane sempre sotto assedio, semplicemente gli strumenti dell’attacco imperialista sono cambiati.

Ed è una politica imperialista, celata dai sorrisi del primo presidente nero alla Casa Bianca e da una diplomazia più abile, quella che gli Stati uniti vogliono affermare nei prossimi quattro anni di mandato. Sta ai lavoratori ed ai giovani in tutto il mondo non farsi ingannare e rispondere colpo su colpo alle politiche di conquista che Barack Obama porterà avanti.

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