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Chiunque si limiti a seguire i notiziari in queste settimane, si sarà convinto che Barack Obama stia conducendo una battaglia senza tregua per l’introduzione dell’assistenza sanitaria pubblica negli Stati Uniti, e che sia ostacolato da gruppi di repubblicani trinariciuti che vogliono impedirglielo con ogni mezzo.

La realtà è molto diversa ed il conflitto che si sta sviluppando attorno a questa vicenda racconta molte cose sulla natura della società Usa. Una società rigidamente divisa in classi sociali, in cui la differenza di reddito tra ricchi e poveri non è mai stata così grande dal 1917. Dove il 10% degli americani possiedono il 50% della ricchezza totale degli Stati uniti e dove persiste lo scandalo di una sanità in mano alle grandi assicurazioni private. Nel 2009, oltre 47 milioni di americani sono privi di assicurazione sanitaria mentre altri 50 milioni di cittadini non dispongono una copertura assicurativa completa.

La battaglia sulla questione della sanità è rimasta a covare sotto la cenere per decenni mentre letteralmente milioni di persone ogni anno muoiono di malattie fra le più comuni, per mancanza di cure mediche nel paese più ricco del mondo. La maggior parte delle vertenze sindacali negli ultimi anni si sono incentrate attorno alla questione dei rimborsi per le spese mediche.

In questi ultimi cinque anni in 7 casi su 10 le dichiarazioni di bancarotta individuale [negli USA anche le persone fisiche possono dichiarare fallimento – NdT] sono state il risultato di spese mediche astronomiche.

Obama ha vinto le elezioni anche grazie alla promessa di una copertura sanitaria garantita a tutti (single-payer system). Diceva nel 2003 ad una conferenza dell’Afl-Cio, la confederazione sindacale Usa:

“Propongo un sistema sanitario universalistico. Non vedo alcuna ragione per cui gli Stati uniti d’America, la nazione più ricca del mondo che spende il 14% del Prodotto interno lordo per la sanità, non possa assicurare una copertura sanitaria di base a tutti. Questo è ciò che mi piacerebbe vedere, ma come comprenderete bene tutti, a ciò non possiamo arrivare immediatamente. Prima dobbiamo riprenderci la Casa Bianca, dobbiamo riprenderci il Senato, dobbiamo riprenderci la Camera”.

Ebbene, ora i democratici hanno riconquistato la presidenza ed il parlamento e qual è la posizione di Barack?Ecco una parte di un discorso pronunciato lo scorso primo luglio:

“Per noi la transizione da un sistema di assicurazione privata ad un sistema pubblico sarebbe altamente distruttiva e credo che dovremmo trovare un modo per trovare una soluzione prettamente Americana a questo problema, che controlli i costi ma che preservi l’innovazione che è stata introdotta col sistema di libero mercato.”

Che cosa può aver portato Obama a un cambiamento così radicale di opinione? Forse ci possono aiutare le cifre riguardanti i finanziamenti della scorsa campagna elettorale, pubblicati sul sito opensecrets.org dal “Centro per le politiche responsabili”. Barack Obama ha ricevuto più fondi dalle multinazionali farmaceutiche, dalle compagnie di assicurazioni private e dagli ordini dei medici di ogni altro candidato alla presidenza nel 2008 o di ogni altro candidato nelle elezioni precedenti.

La riforma proposta da Obama non è affatto volta a garantire una copertura assistenziale pubblica e completa. Per contenere il dissenso dei democratici “moderati”, non contiene alcun cenno all’intervento statale. Coprirà le prestazioni minime essenziali, i premi assicurativi saranno comunque alti e le iscrizioni ai programmi assicurativi sanno ancora alla mercé delle forze caotiche del mercato, con costi stratosferici per i servizi. Si parla di aiuti alle classi più povere, che dovranno assicurarsi per forza, ma la forma di questi aiuti è avvolta nel buio. Secondo i sostenitori della riforma, la necessità di un assistenza pubblica è per “competere direttamente con i privati così da mantenere bassi i costi” e per “stimolare l’onestà del settore assicurativo privato”.

La moderazione della proposta non ha affatto placato le polemiche, anzi i repubblicani, vedendo il presidente arretrare così tanto, sono passati all’attacco frontale.

Questa timidissima riforma, comunque, ha fatto emergere tutte le contraddizioni che erano state soffocate a lungo, e sono tutte contraddizioni di classe. Da un lato abbiamo l’isteria dei reazionari contro il “socialismo” di Obama, dall’altro ci sono milioni di americani sconcertati ma sempre più frustrati che vogliono una vera soluzione subito. Ci sono stati scontri molto duri durante le assemblee a livello comunale e di quartiere dove si discuteva della riforma in cui la crescente polarizzazione della società si è spesso espressa in modo confuso. Come succede da quasi un secolo, i propugnatori di un sistema sanitario pubblico sono stati demonizzati con l’accusa di essere dei “rossi”, intimiditi e addirittura aggrediti.

Obama non è un comunista e la sua proposta di riforma sanitaria non ha niente a che vedere con un sistema sanitario nazionale universalistico. Ma se la lotta per un autentico sistema sanitario universale, che la faccia finita con le società di assistenza sanitaria privata (HMO) e con l’industria medico-farmaceutica i cui profitti sono ottenuti a spese della salute dei lavoratori e dei poveri, è “socialismo”, allora cosa ci sarebbe di male nel socialismo? Il problema è che strapperebbe il controllo sulla nostra salute via dalle mani di una piccola minoranza per metterla nelle mani della maggioranza. Ci sono molti quattrini in gioco. Secondo l’Harper’s Index, dal 2002 ad oggi i premi pagati alle grandi compagnie di assicurazione sanitaria statunitensi è aumentato in media dell’87%. La crescita percentuale dei profitti per le prime dieci compagnie assicurative è stata del 428%: non c’è da stupirsi che la lobby dell’industria sanitaria stia spendendo quasi due milioni di dollari al giorno per opporsi nel Congresso al single-payer system o a qualsiasi cosa che gli assomigli vagamente! Il dibattito sulla Sanità nel Congresso è stato fatto impantanare e confinato nei limiti più ristretti possibile.

Eppure c’è una via d’uscita a questo impasse. A settembre 2009, HR 676 (la proposta di legge per un single-payer system presentata alla Camera dei Deputati) ha già ottenuto il sostegno di 561 organizzazioni sindacali in 49 Stati, inclusi 130 Consigli Sindacali Centrali e Federazioni Sindacali di Zona, così come 39 organizzazioni su scala statale dell’AFL-CIO. Nonostante gli attacchi e gli arretramenti degli ultimi decenni, il movimento operaio statunitense, forte di 15 milioni di lavoratori sindacalizzati, resta una forza poderosa all’interno della società. Basterebbe che questi lavoratori entrassero in sciopero perché non si muovesse più un camion, un aereo o un treno, per non parlare delle scuole, delle università e dei servizi pubblici su scala comunale, di contea, provinciale, statale o federale. Tutto ciò, combinato con una mobilitazione operaia di massa nelle piazze, metterebbe Washington veramente sotto pressione! Le grandi compagnie assicurative, mediche e farmaceutiche operano nel mercato per fare profitti, non si preoccupano della salute della gente.

I marxisti della Workers’ International League credono che la soluzione sia un’assistenza sanitaria pubblica e universale – il single-payer system – una sorta di Medicare [sistema di assistenza sanitaria pubblica introdotta nel 1965 negli Stati Uniti soltanto per gli anziani e per poche altre categorie – NdT] ma per tutti. Crediamo che i sindacati debbano rompere con il Partito Democratico e formare un partito di massa dei lavoratori che combatta per questo obiettivo e per la difesa intransigente della degli interessi delle classi oppresse.

Visita il sito dei marxisti americani


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