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Il controllo esercitato dalla National security agency (Nsa) americana, che attraverso il sistema di sorveglianza elettronica Prism può accedere alle comunicazioni sul web e via telefono di tre miliardi di persone, ha creato uno scandalo di dimensioni planetarie. Ha evidenziato che nel capitalismo le libertà democratiche di cui apparentemente godiamo sono in realtà molto limitate. Praticamente solo negli ultimi due anni il 90 per cento delle informazioni scambiate attraverso la rete sono state raccolte dai servizi americani.

Gli Usa giustificano lo spionaggio con la necessità di difendersi contro il terrorismo. Nel passato erano soliti invocare invece lo spauracchio comunista. Nel portare avanti questa attività da vero e proprio “grande fratello”, il governo americano collabora strettamente con tutte le grandi multinazionali di internet, da Microsoft a Google, passando per Facebook. I governi, dunque, non sono solo i “comitati d’affari della borghesia”, parafrasando Marx, ma sono anche i loro occhi e le loro orecchie, con tanti saluti ai garanti della privacy.

Da questo scandalo vediamo come i valori della “democrazia” e della “libertà” propagandati nei libri di testo come valori “assoluti” del genere umano, sono ben lungi dall’esserlo, e vanno in secondo piano quando i governi del capitale decidono di dare priorità alla difesa del “sistema”. Washington, infatti, ha spiegato di essere disposta a operare una marcia indietro rispetto ai controlli sui capi di Stato, ma non a fare a meno del sistema di intercettazione. La Nsa infatti è già pronta a aumentare il numero di intercettazioni delle comunicazioni da 2 miliardi a 20 miliardi di informazioni al giorno.

Le rivelazioni di Edward Snowden, l’attivista della Cia rifugiato in Russia, risalivano al giugno scorso. Finché ad essere spiati sembravano essere solo i poveri cristi, l’indignazione dell’“opinione pubblica” era limitata, è salita alle stelle solo quando è stato rivelato che ad essere intercettati sono stati i presidenti di 35 paesi. Era veramente troppo a quel punto! In realtà la rete di spionaggio era attuata in collaborazione con i servizi segreti dei rispettivi paesi. Quindi le agenzie di intelligence agivano di concerto con la Nsa per spiare i rispettivi governanti. E subito l’intelligence americana è passata al contrattacco, spiegando come anche gli europei spiassero gli Stati Uniti.

L’ipocrisia dei governi

I vertici della Nsa hanno ragione. Tutti i governi usano gli stessi metodi, solo che gli Stati Uniti hanno il vantaggio di avere all’interno dei propri confini la gran parte delle aziende che sviluppano i sistemi operativi e gestiscono la rete.

Lo scandalo del datagate svela l’ipocrisia dei governanti del pianeta e ne conferma la crudeltà e la natura spietata. Il governo Obama ha infatti dato la caccia per settimane a Edward Snowden e ha condannato a una pena severissima il soldato Bradley Manning, il soldato che ha ceduto a Wikileaks migliaia di cablogrammi.

Lo scontro che ne è seguito tra gli Usa e gli altri governi, e particolarmente con la Germania e la Francia, non è casuale. Lo spionaggio è stato sempre praticato. Non volendo andare troppo indietro nel tempo, la rete Echelon, che controlla tutte le comunicazioni satellitari in funzione dagli anni ’70, non aveva suscitato tutto lo scalpore e la contrapposizione attuale nelle stanze degli esecutivi a Berlino o Parigi.

Lo scandalo datagate si colloca all’interno del declino del predominio degli Stati Uniti e del cambiamento dei rapporti di forza tra le potenze mondiali.

Un declino economico, in primo luogo. Gli Usa hanno perso il primato nelle esportazioni a livello mondiale già nel 2009 a favore della Cina. Pechino ha strappato agli Usa anche la leadership degli scambi commerciali mondiali nel 2012.

La pervasività della ricerca del controllo totale sullo scambio delle informazioni, usando la supremazia informatica e militare, rappresenta un tentativo di recuperare, da parte di Bush prima e di Obama ora, il terreno perduto in campo economico e politico.

Dalla Siria all’Iran

Sulla base di questa strategia ci sono stati gli interventi militari in Medio Oriente e in Asia dal 2001 in poi. Sono stati tentativi maldestri e fallimentari, che non hanno portato ad un mondo più stabile e sicuro per gli Usa ma al contrario a una maggiore instabilità e insicurezza.

Su ogni singolo terreno gli alleati (o gli antagonisti) di un tempo si sentono in grado di sfidare gli Stati Uniti. Sul datagate, la Russia concede l’asilo politico a Snowden e dalla Germania si moltiplicano gli appelli di solidarietà, sostenuti anche da esponeneti della grande borghesia. Il passo indietro di Obama rispetto all’intervento in Siria rappresenta un altro smacco per Washington.

Il cambiamento di strategia della Casa Bianca rispetto all’Iran (un paese che costituiva il centro dell’asse del male, nella propaganda a stelle e strisce), con la possibilità di un accordo sul “dossier nucleare” di Teheran è un altro segnale di debolezza, che rende ragione al proverbio “se non puoi combatterli, unisciti a loro”. Una strategia non meno rischiosa di quella della “guerra al terrore” dei tempi di George Bush, visto che rischia di provocare frizioni non irrilevanti con due alleati storici come Israele e Arabia Saudita.

Siamo al crepuscolo degli equilibri internazionali ereditati dalla seconda guerra mondiale. Uno sviluppo che ha ripercussioni epocali e un fattore potenzialmente gravido di conseguenze rivoluzionarie. Gli Stati Uniti, gendarme del mondo per tutto il secolo scorso, oggi non sono più in grado di assolvere a questo ruolo. Contrariamente a ciò che successe agli inizi del novecento, quando gli Usa scalzarono la Gran Bretagna dalla posizione di potenza egemone, oggi nessuno è in grado di sostituire Washington.

Ricordiamo che questo spostamento del centro della supremazia mondiale dalla Gran Bretagna agli Usa, tra le due guerre mondiali provocò guerre, rivoluzioni e, naturalmente, anche controrivoluzioni.

Il default che incombe

Lo scontro durissimo che ha contrapposto repubblicani e democratici sul bilancio federale, dove si è evitato (solo temporaneamente) all’ultimo momento il default della principale potenza economica mondiale, si inserisce in questo contesto. I due partiti del grande capitale sono sicuramente d’accordo che non possono più utilizzare i metodi che hanno usato finora per governare, ma quali strade si devono percorrere nel futuro?

La battaglia sul bilancio federale non solo ha preoccupato seriamente la borghesia di tutto il mondo per i rischi rispetto al ciclo economico globale, ma ha avuto anche conseguenze sulle relazioni internazionali. Obama ha dovuto rinunciare alla riunione dell’Apec (la Cooperazione economica asiatico-pacifica) particolarmente importante per un paese che considera, e non a torto, il Pacifico come un’area fondamentale del pianeta dal punto di vista economico. Russia e Cina sono state subito pronte ad approfittare di questa défaillance degli Usa, ponendosi chiaramente come alternativa di fronte a paesi emergenti come Malesia o Indonesia.

La crisi dell’egemonia americana è, insomma, uno degli aspetti della crisi epocale del capitalismo. In un mondo che cambia, la borghesia statunitense tenterà di modificare strategie ed alleanze per mantenere la sua posizione dominante. Una battaglia disperata, nella quale ricorrerà a tutti i mezzi, leciti e illeciti, come nel caso del datagate: un controllo della vita del genere umano, necessaria per portare avanti attacchi senza precedenti al tenore di vita e ai diritti delle classi oppresse. Su questo non c’è alcuna divisione nell’elite di Washington, democratica o repubblicana che sia.

Un tentativo che non potrà che trovare, come sta già succedendo ai quattro lati della Terra, l’indignazione e la reazione delle masse, e metterà la lotta di classe sempre più al centro degli scenari internazionali.

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