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Lo scorso 2 novembre si sono tenute negli Stati Uniti le elezioni di medio termine, che si svolgono a metà del mandato presidenziale e prevedono il rinnovo dell’intera camera dei rappresentanti, di un terzo dei senatori e dei governatori di 36 stati. In questa tornata elettorale Obama e i democratici hanno subito un vero e proprio tracollo, mentre l’opposizione repubblicana ha compiuto una spettacolare rimonta rispetto alle elezioni presidenziali di due anni fa.

 

Alla camera il Partito democratico ha perduto la maggioranza, crollando da 255 rappresentanti a 185, mentre i repubblicani hanno guadagnato una sessantina di seggi, crescendo da 178 a 239 eletti. Al senato i democratici calano da 59 a 51 senatori, conservando per un soffio la maggioranza di un solo membro; è passato ai repubblicani addirittura il seggio di Chicago, che in passato era stato occupato proprio da Obama. Il Partito repubblicano ha strappato ai democratici anche 8 governatori, tra cui quelli di Ohio, Florida e Pensylvania, stati chiave che nel 2008 avevano deciso la vittoria dei democratici. Nemmeno Obama con tutta la sua abilità oratoria ha potuto minimizzare la disfatta, ammettendo di aver subito una “batosta”.

Le cause della sconfitta


Una simile sconfitta non può certo essere attribuita ai milioni di dollari di contributi che le lobby finanziarie hanno versato a favore dei candidati repubblicani, perché nel 2008 Obama aveva ottenuto per la sua campagna elettorale finanziamenti dalle grandi corporation per ben 600 milioni di dollari, il doppio rispetto al suo rivale repubblicano McCain.

E nemmeno un capovolgimento politico di tale portata può essere giustificato tirando in ballo l’arretratezza culturale, l’innato conservatorismo o lo “spirito della frontiera” del popolo yankee, visto che solo due anni fa Barack Obama era stato eletto con un’affluenza record alle urne (il 62%, dato che non si registrava negli Usa dal 1960) e ottenendo il 52% dei voti, un risultato storico per un candidato democratico alla Casa bianca che non si verificava da più di 30 anni; addirittura a pochi mesi dal suo insediamento, i sondaggi attribuivano al nuovo presidente clamorose percentuali di consenso oltre l’80%. La verità è che nella sua campagna elettorale, facendo grandi promesse, Obama aveva incarnato tutte le speranze di cambiamento delle masse statunitensi, soprattutto dei giovani e delle minoranze afroamericane ed ispaniche, ma nel giro di soli due anni è riuscito a deludere queste enormi aspettative. Lo dimostra il crollo dell’affluenza alle urne di quest’ultime elezioni. Se nel 2008 avevano partecipato al voto 131 milioni di americani, oggi hanno votato solo in 90 milioni. L’astensionismo ha colpito neri e ispanici esattamente come gli altri settori della popolazione ed è particolarmente cresciuto tra i giovani. Rispetto a due anni fa ci sono stati 6 milioni di astenuti in più nella fascia di giovani tra i 19 e i 29 anni (di fatto solo il 9% dei giovani sotto i 30 anni ha votato) e 11,6 milioni di astenuti in più nella fascia tra i 20 e i 44 anni. La partecipazione al voto è diminuita soprattutto tra i settori più disagiati della popolazione: gli elettori con un reddito inferiore ai 50mila dollari sono calati del 3%, mentre quelli con un reddito superiore ai 50mila dollari sono cresciuti della stessa percentuale.

Se 41 milioni di americani non sono tornati a votare è perché sono scontenti della situazione che vivono. Poco prima delle elezioni presidenziali del 2008, secondo i sondaggi, il 93% degli americani riteneva che la situazione economica fosse negativa. Cosa ha fatto Obama per risolvere i problemi della gente comune? Ha regalato miliardi di dollari alle banche, alle società finanziarie e alle grandi industrie per salvarle dalla bancarotta. Ancora prima di essere eletto aveva appoggiato il piano di intervento statale di Bush da 800 miliardi di dollari e da presidente ha elargito alle grandi imprese altri 787 miliardi. Qual è stato l’effetto di queste misure? Wall Street ha ripreso  a registrare profitti da record e i top manager hanno ricominciato a regalarsi bonus milionari. Ma per la classe lavoratrice non è cambiato assolutamente nulla e la situazione è continuata a peggiorare. I disoccupati sono 14,8 milioni e cioé il 9,6% della forza lavoro. Nel secondo trimestre del 2010 ci sono stati 270mila pignoramenti di case; nel terzo sono saliti a 288mila e si prevede che l’anno si concluda con la cifra record di 1.200.000 case portate via ai proprietari insolventi. In alcuni stati importanti come California, Florida e Nevada la percentuale dei pignoramenti oscilla tra l’8 e il 17 % del totale degli immobili.

Il Tea party

In un simile contesto economico e sociale ha trovato terreno fertile il movimento del Tea Party, legato all’estrema destra del Partito repubblicano. Si tratta di una formazione populista profondamente reazionaria tanto che i suoi esponenti non esitano a definire il presidente come un “musulmano” e a bollare come puro “socialismo” la timida riforma sanitaria di Obama, che di fatto non ha minimamente intaccato il monopolio delle assicurazioni private e delle industrie farmaceutiche sul sistema sanitario nazionale. Già in passato erano esistite formazioni simili nel campo repubblicano, come la “Moral majority” ai tempi di Reagan o come i “Christian conservatives” sui quali si era appoggiato Bush junior. Se però in quest’ultimo periodo il Tea Party è riuscito a guadagnare un appoggio crescente nella società americana è perché, facendo ricorso a parole d’ordine demagogiche come l’abbassamento delle tasse e la riduzione del debito pubblico, ha incanalato la frustrazione di una parte della classe media di fronte alla crisi economica che Obama non è in grado di risolvere.

Non è un caso che il Tea Party si presenti come una forza anti-sistema contro il governo federale di Washington: già nel suo nome si richiama alla rivolta del 1773 dei coloni di Boston contro le tasse imposte dal governo britannico e il 28 agosto ha tenuto un raduno di massa con decine di migliaia di persone al Lincoln Memorial, nello stesso giorno e luogo in cui 47 anni prima si era tenuta la manifestazione per i diritti civili guidata da Martin Luther King. Ma, al di là delle forme, resta il dato di fatto che la ricetta del Tea Party di riduzione del deficit statale non può avere altro risultato che nuovi attacchi alle condizioni di vita della classe operaia. Sta di fatto che, pur non avendo eletto tutti i propri candidati, il Tea Party ha spostato a destra il programma di tutto il Partito repubblicano.

Quale alternativa?

Obama con ogni probabilità cercherà un compromesso con la maggioranza repubblicana alla camera. Questo vorrà dire nuovi tagli all’assistenza sociale e la proroga degli sgravi fiscali per i ricchi stabiliti dall’amministrazione Bush. I lavoratori americani hanno dunque ben poco da attendersi sia dai democratici che dai repubblicani, se non ricette di austerità. Proprio per contrastare questa minaccia e per evitare che il malcontento popolare venga strumentalizzato a destra, la classe operaia avrebbe bisogno oggi più che mai di una propria formazione politica indipendente dai due partiti tradizionali. I dirigenti dei principali sindacati statunitensi invece hanno sostenuto ancora una volta i candidati democratici. Eppure la possibilità di un’alternativa ci sarebbe. Alle ultime elezioni alcuni piccoli partiti di sinistra o di protesta hanno ottenuto un modesto ma apprezzabile incremento del loro consenso elettorale. Nello stato di New York per esempio queste formazioni sono passate da 55mila voti nel 2006 a 120mila oggi. Nella corsa per il seggio in senato dell’Ohio il candidato del partito socialista ha preso più di 25mila voti.

A Philadelfia per il partito verde si è presentato un dirigente sindacale, Hugh Giordano, che ha preso il 20% superando il candidato repubblicano. Solo nello stato del Sud Carolina si è formato un partito del lavoro indipendente che ha presentato un candidato alla camera dei rappresentanti, Brett Bursey, che ha raccolto il 3,1% dei voti, ma che avrebbe potuto prendere molto di più se avesse avuto l’appoggio del movimento sindacale. Si tratta di un primo passo molto piccolo, ma è sulla strada giusta, l’unica che possa portare i lavoratori americani ad avere una voce indipendente contro lo strapotere del grande capitale e dei partiti ad esso asserviti.

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