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È vero cambiamento?
 
Barack Obama è il nuovo presidente degli Stati Uniti. È stato eletto con un’affluenza alle urne record, il 66%, percentuale che non si verificava dal 1960. Ha ottenuto il 52% dei voti: non succedeva dal 1976 per un candidato democratico alla Casa Bianca, nemmeno Bill Clinton infatti era mai riuscito ad ottenere la maggioranza assoluta.

Secondo una prima analisi del voto, Obama prevale tra i giovani, con il 68% dei consensi fra coloro che votavano per la prima volta. Realizza un “cappotto” tra gli elettori neri, con il 96% dei voti, e stravince anche tra gli ispanici: si calcola infatti  che due su tre abbiano votato per il senatore di Chicago.

È un dato di fatto: queste elezioni costituiscono uno spartiacque nella politica americana.

Il voto del 4 novembre ha infatti rappresentato tutta la voglia di cambiamento di milioni di americani. Un voto di sfiducia verso gli otto anni di mandato di George Bush, un voto di rifiuto verso le politiche economiche dei repubblicani. Di questo non possiamo che rallegrarci. La Cnn ha reso noto un sondaggio, proprio durante la nottata dello spoglio dei voti, in cui il 93% degli americani riteneva che la situazione economica fosse molto negativa. Recandosi alle urne , tanti giovani e lavoratori americani hanno cercato una via d’uscita dalla crisi che sta gettando sul lastrico milioni di famiglie.

Barack Obama sembra rappresentare questa alternativa ed incarnare perfettamente la figura del “presidente del cambiamento”, anche perché è il primo presidente di origine afroamericana nella storia. Ma è proprio così?

A leggere la stampa di sinistra in Italia (per non parlare di Veltroni e i suoi amici, secondo cui “il mondo cambia” dopo la vittoria di Obama) sembra di sì, anzi quella che viene fuori è un immagine del primo presidente di colore della storia degli Usa con un nuovo messia, il salvatore dell’umanità. “Una nuova speranza” dice il Manifesto.  “Forza Obama”, risponde Liberazione.

Come comunisti, crediamo che non possiamo accontentarci del “meno peggio”, o farci guidare solo dalle “emozioni” e dalle “passioni” ma dobbiamo cercare di analizzare il programma di Obama, le forze che lo sostengono ed il contesto politico, economico e sociale nel quale viene eletto. Milioni di persone hanno trovato in Obama quello che desiderano vedere, non per quello che realmente rappresenta. In momenti di grande incertezza per il futuro come questi, le parole “speranza” e “cambiamento” sono di grande richiamo. Ma possiamo credere che basti l’elezione di un presidente nero a sconfiggere “per sempre” il razzismo, come crede il direttore di Liberazione Sansonetti?

Desideri e realtà


Le posizioni politiche di Obama hanno ben poco di progressista.

Partiamo dalle questioni economiche. È sostenuto da tutte le principali multinazionali, ha raccolto infatti oltre 640 milioni di dollari a sostegno della sua campagna elettorale, una cifra record.

Davanti alla crisi devastante che sta colpendo l’economia Usa, ha approvato il piano da 700 miliardi di dollari proposto dall’amministrazione Bush per salvare le banche e gli istituti finanziari. Forse perché fra i suoi principali finanziatori della campagna elettorale ci sono Goldmann Sachs e Jp Morgan?

Rispetto alle scelte energetiche, Obama è un sostenitore del carbone e dell’energia nucleare, per il dispiacere di molti suoi sostenitori fra gli ambientalisti.

Sulle libertà civili, il senatore dell’Illinois ha sostento il Patriot’s Act, la legge voluta da Bush dopo l’undici settembre che limita molte libertà democratiche e concede enormi poteri alle forze dell’ordine. Sull’immigrazione,  ha votato per l’introduzione di leggi restrittive sull’entrata di lavoratori da altri paesi (provvedimenti proposti fra gli altri da John McCain) e per la costruzione del muro che divide gli Stati uniti dal Messico.

In politica estera, Obama è un sostenitore della guerra al terrore e vuole aumentare i fondi per le spese militari. Si è schierato contro la guerra in Iraq, ma solo perché è stata condotta male da parte dell’amministrazione Bush. È invece per un aumento della presenza delle truppe Usa in Afghanistan nell’ordine di 10mila unità.  È fautore di un aumento dell’influenza degli Stati uniti nell’intera area dell’Asia centrale e non esclude la necessità di invadere l’Iran e, più recentemente, anche il Pakistan. Rispetto all’America latina, ha definito più volte Hugo Chavez come un “dittatore”.

Barack Obama è uno strenuo difensore degli interessi dell’imperialismo Usa, semplicemente vuole perseguirli con altri metodi rispetto a quelli dei repubblicani.

Il partito democratico avrà una solida maggioranza sia alla camera che al senato, questo darà ad Obama un certo margine di manovra. Ciò non potrà dare scuse ai democratici per eventuali, e del tutto probabili, ritardi nell’attuazione delle promesse fatte in campagna elettorale. Le enormi aspettative suscitate da Obama eserciteranno inoltre una grande pressione sul suo governo: la gente pretenderà subito risultati concreti

I sostenitori di “sinistra” di Obama non negano che Barack sia un moderato, ma obiettano che saranno i movimenti sociali a spostarlo a sinistra. Immaginiamo già i brividi di terrore pervadere i militanti di Rifondazione comunista al solo ricordo dell’ultima volta che hanno sentito parlare di “condizionamenti dei governi da parte dei movimenti”!

Il punto è che sia il partito democratico, espressione degli interessi delle grandi multinazionali, sia Obama, un politico borghese al 100% anche se proveniente da una minoranza etnica, non potranno essere permeabili alle istanze dei movimenti.

Obama e la crisi economica


Inevitabilmente le mobilitazioni che cresceranno negli Stati uniti si rivolgeranno ad un certo punto contro lo stesso Obama e contro il Partito democratico. Certo, in un primo periodo le illusioni rispetto al nuovo presidente saranno molto grandi, ma la crisi economica le frantumerà, una dopo l’altra.

Nei primi nove mesi di quest’anno già 750mila persone hanno perso il proprio posto di lavoro. In un anno il tasso di povertà è passato dall’11,3 al 12,5%, mentre fra la classe lavoratrice le famiglie povere sono già il 28% del totale (il Manifesto, 4 novembre 2008).

Obama nel suo discorso di investitura ha fatto appello all’unità nazionale. Ma di quale “unità nazionale” parla? Gli Stati Uniti sono un paese dove la differenza fra ricchi e poveri è scandalosa ed è in costante crescita: il 20% della popolazione detiene l’85% della ricchezza. Obama non vuole cancellare queste disparità, sogna infatti un economia di mercato dove la ricchezza aumenti per tutti, sia per i lavoratori che per i capitalisti (ed a quest’ultimi dovrebbe andare comunque la fetta più grossa della torta).

Ma il boom economico del dopoguerra non può tornare, gli Stati uniti sono oggi il più grande debitore del mondo e non si capisce dove possano trovare i soldi per accrescere la ricchezza dell’americano medio senza intaccare le fortune delle multinazionali.

Nei prossimi mesi le priorità della borghesia Usa saranno ben altre:  vogliono scatenare una guerra contro tutti gli oppressi e cercheranno di portarla avanti attraverso il Partito democratico, sfruttando il suo legame storico con la centrale sindacale Afl-Cio per fare accettare i sacrifici alle masse.

In questa campagna elettorale, tuttavia, milioni di persone si sono interessate per la prima volta alla politica, cercando in maniera confusa una soluzione ai propri problemi: alla scuola dei Democratici al potere, i lavoratori Usa impareranno dure lezioni. La necessità di costruire un partito dei lavoratori, alternativo ai due grandi partiti della borghesia, diventerà sempre più imprescindibile.

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