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Travolge gli Stati Uniti

 

La catena di attentati dell’11 settembre costituisce indubbiamente l’attacco terroristico più spettacolare, più temerario e più spietato che sia mai stato condotto.

Non certo, però, come ora ci si dice, la peggiore strage mai perpetrata a sangue freddo nella storia, neppure in quella recente. Ora la stampa e la Tv speculano sul sangue di migliaia di innocenti. Politici e commentatori levano le mani inorriditi: attacco alla civiltà, barbarie, queste sono le parole impiegate.

In pochi mesi la borghesia americana è passata da una fiducia cieca sulle sorti dell’economia mondiale al pessimismo. Tra i più seri economisti borghesi il dibattito è mutato, ed è sempre più concentrato su come evitare una recessione e riuscire ad ottenere un "atterraggio morbido" dell’economia americana.

Sintomo della crisi di un sistema

La crisi elettorale apertasi negli Usa è un sintomo significativo delle contraddizioni sempre più acute che si stanno sviluppando nella società americana. Mentre scriviamo il conflitto è ancora ben lontano dall’aver trovato soluzione, e comincia a serpeggiare un certo nervosismo anche tra i difensori ad oltranza delle "meraviglie" del sistema americano. Dal giorno delle elezioni gli indici di Wall Street hanno perso il 5% (Dow Jones) e il 20% (Nasdaq), influenzando negativamente la maggior parte delle Borse mondiali.

Lo sviluppo della crisi appare del tutto incomprensibile alla gran parte dei commentatori, i quali si limitano a spiegarla con la "disperazione" di Gore, il quale ha puntato tutta la sua carriera politica su questa elezione. Si tratta di una spiegazione di stampo giornalistico, che si ferma alla superficie degli avvenimenti e considera solo gli elementi accidentali di un processo che ha in realtà cause più profonde.

Sono passati dieci anni da quando l’allora presidente degli Usa George Bush pronunciò un famoso discorso nel quale, sulla scia del crollo del Muro di Berlino e della dissoluzione del blocco sovietico, preannunciava la venuta di un "nuovo ordine mondiale", nel quale pace e prosperità avrebbero regnato nel mondo.

Comincia a Seattle

L’ambiente politico è decisamente cambiato negli Stati Uniti. Le decine di migliaia di lavoratori e giovani (si parla di 50mila manifestanti) che hanno invaso le strade di Seattle per protestare, sotto i palazzi del vertice internazionale dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), "contro la globalizzazione delle corporazioni", hanno preso alla sprovvista prima di tutto la borghesia, i suoi rappresentanti politici e i suoi ideologi: le reazioni isteriche della polizia americana, che ha selvaggiamente malmenato, arrestato, attaccato con gas lacrimogeni i manifestanti, del sindaco di Seattle che ha dichiarato il coprifuoco (e addirittura ha annullato ogni manifestazione pubblica prevista per il Capodanno 2000!), mostrano con chiarezza come la classe dominante sia giunta impreparata di fronte a questa situazione sociale esplosiva. Si sono trovati una delle più clamorose mobilitazioni degli ultimi anni nel cortile di casa mentre stavano ancora riempendosi la bocca dei dati straordinari sulla crescita economica USA.

Si risveglia il movimento sindacale

Nell’estate del ‘97 abbiamo assistito alla imponente lotta dell’Ups: 185.000 lavoratori in sciopero ad oltranza per due settimane circa. Quello sciopero non è rimasto un caso isolato ma ha segnato una ripresa significativa della lotta sindacale negli Usa.

La sezione locale del sindacato, attaccata dal padronato,dai mass media e dai loro stessi dirigenti nazionali, senza una chiara prospettiva su come proseguire ed allargare la mobilitazione, ha votato a maggioranza per sospendere lo sciopero. Al momento sono in corso trattative tra le parti per il rinnovo del contratto. Comunque finirà questa vertenza, i lavoratori americani hanno dimostrato tutta la loro forza: una volta che sapranno imporre una nuova e combattiva direzione del movimento operaio al posto di quella attuale, corrotta e burocratica, siamo convinti che nessuno potrà fermarli.

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