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Questo autunno gli Stati Uniti sono stati attraversati da grandi manifestazioni di massa, come conseguenza degli omicidi, da parte della polizia, di Micheal Brown, Eric Garner e del dodicenne Tamir Rice, tutti e tre maschi neri e disarmati.
A dare inizio alle proteste, oltre ai fatti in sé, è stata la decisione dei giudici di non incriminare i poliziotti colpevoli degli omicidi. Una scelta che, associata al fatto che il video dell’uccisione di Eric Garner era visibile in rete, ha in un colpo solo spazzato via anni di retorica sulla giustizia uguale per tutti, sul ruolo protettivo della polizia e sull’America post-razziale, rivelando il vero volto di quella “speranza” (hope) di cui Obama riempie i suoi discorsi. Lo stesso Obama, il primo presidente nero, non ha saputo fare di meglio, dopo la decisione dei giudici, che fare un appello alla calma ed encomiare le forze di polizia per il loro “duro lavoro”.
Da una costa all’altra, centinaia di migliaia di persone hanno in poco tempo dato vita a manifestazioni di massa e ad iniziative di ogni tipo, dai sit-in in cui si faceva tutti finta di essere morti alle veglie con migliaia di persone, dagli studenti che uscivano spontaneamente e senza preavviso dalle classi per manifestare all’occupazione delle strade e degli svincoli autostradali, fino a coinvolgere personaggi televisivi e famosi sportivi. Senza distinzioni razziali, giovani e lavoratori si sono mobilitati per dare vita a una protesta di dimensioni tali come l’America non vedeva da molto tempo.
Si tratta nei fatti di un vero e proprio salto di qualità rispetto a proteste simili che si sono viste nel passato. La polizia americana non è nuova a forme di violenza molto brutali, anzi si può dire che c’è una vera tradizione, basta ricordare il pestaggio di Rodney King o l’efferato omicidio di Amadou Diallo. Ma in tutte quelle occasioni, le proteste che ne erano seguite erano sempre state di tipo “etnico”, si parlava infatti di “rivolte razziali” che avevano per protagonisti i neri o i latinos o gli asiatici, spesso contrapposti tra di loro. Oggi le cose sono cambiate e le vecchie barriere sono state abbattute. La maggiore concentrazione e integrazione dell’economia, il cambiamento demografico e la maggiore facilità con cui si accede ai mezzi di informazione, hanno cambiato il modo in cui le persone guardano alla questione razziale. L’arma che le classi dominanti hanno utilizzato nei decenni per dividere i lavoratori, quella appunto del razzismo, risulta sempre più spuntata.
Il razzismo è infatti parte integrante di un sistema basato sullo sfruttamento e la diseguaglianza, da sempre utilizzato da quei pochi che detengono nelle loro mani le leve fondamentali dell’economia e della politica per dividere i giovani e i lavoratori tra di loro e garantire così la stabilità del sistema.
La brutalità e la violenza della repressione poliziesca rientra interamente in questa logica. Uno studio recente dimostra, numeri alla mano, come la quantità di episodi di violenza commessi da poliziotti sia direttamente collegata al grado di sviluppo economico di una determinata area, e come questi episodi siano di gran lunga più frequenti nelle aree più povere del paese che, non a caso, sono quelle popolate maggiormente dalle minoranze etniche.
Capitalismo e razzismo vanno di pari passo e il salto di qualità rappresentato da questa ondata di azioni di solidarietà interrazziale dimostra come la società americana si stia sempre più polarizzando su basi di classe. Il sentimento di frustrazione che sempre più lavoratori e giovani, di ogni etnia, provano di fronte alle crescenti diseguaglianze e alle ingiustizie è la riserva di esplosivo su cui poggia l’intera società americana.
Nel contesto di un movimento ancora informe, privo com’è di una leadership e di chiare rivendicazioni, a causa anche del colpevole immobilismo dei sindacati, i marxisti della Workers international league sono intervenuti in tutte le iniziative, alcune anche organizzandole direttamente, per offrire una prospettiva a tutte quelle persone che per la prima volta hanno aperto gli occhi sulla realtà politica e sociale, spiegando chiaramente che non si può risolvere davvero il problema del razzismo e della brutalità della polizia senza lottare contro l’intero sistema capitalista.

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