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Il parlamento americano non è riuscito a trovare un accordo per approvare il bilancio statale per il prossimo anno fiscale e così il primo ottobre è scattato lo Shutdown, cioè la chiusura per mancanza di fondi di tutti i servizi del governo federale considerati “non essenziali”.

Sono stati chiusi uffici federali, musei, parchi nazionali e monumenti; un terzo dei dipendenti pubblici (ben 800.000 lavoratori) è stato sospeso dal lavoro senza stipendio; il personale militare è rimasto in servizio, ma senza paga e ha dovuto sostituire il personale civile lasciato a casa; è stato persino cancellato il previsto viaggio di Obama in Asia. Si è calcolato che ogni giorno di Shutdown abbia provocato una perdita quotidiana di 200 milioni di dollari nella sola capitale.

Non è la prima volta che succede nella storia americana, l’ultima è stata diciassette anni fa. Ma nel 1996 la situazione era molto diversa per gli USA: l’economia era in crescita, le finanze pubbliche erano in ordine e soprattutto l’egemonia mondiale americana non era messa in discussione da nessuno. Oggi invece il paese è reduce dalla crisi finanziaria del 2008, il debito pubblico è al massimo storico e la ripresa degli ultimi anni è stata debole. Inoltre il fallimento delle avventure militari in Afghanistan e Iraq da una parte e dall’altra il terremoto politico provocato dalle rivoluzioni arabe hanno fortemente ridimensionato il ruolo di gendarme internazionale degli Stati Uniti, come ha dimostrato la retromarcia di Obama sulla Siria.

Lo Shutdown è stato provocato soprattutto dall’intransigenza dei deputati repubblicani, che hanno ricattato la Casa Bianca, rifiutandosi di votare a favore del bilancio, se in cambio il presidente non avesse rinunciato all’applicazione della riforma sanitaria, una riforma peraltro già approvata da tre anni e così timida che solo gli ultrareazionari del Tea Party possono avere il coraggio di bollare come “socialista”. L’Obamacare infatti non mette affatto in discussione la natura privatistica del sistema sanitario americano, completamente dominato dalle assicurazioni e dall’industria farmaceutica.

Ma lo scontro politico in atto va ben oltre la questione della sanità. La realtà è che la crisi ha fatto esplodere tutte le contraddizioni dell’economia capitalista,  lo Stato si è indebitato oltre misura per salvare con denaro pubblico il sistema finanziario privato e la classe dominante è sempre più divisa su come gestire le conseguenze economiche, politiche e sociali di tutto questo. Naturalmente i partiti della borghesia americana non potevano non riflettere questa divisione e così da più di due anni assistiamo ad una vera e propria guerra parlamentare tra repubblicani e democratici che sta paralizzando il governo. Non è un caso che Obama non solo non sia riuscito a far approvare il bilancio, ma recentemente abbia pure dovuto rinunciare a sottoporre all’approvazione del congresso l’intervento militare in Siria, perché con ogni probabilità avrebbe perso anche quella votazione.

E il peggio deve ancora venire. A breve il Tesoro supererà la soglia di indebitamento stabilita per legge e, se repubblicani e democratici entro pochi giorni non riusciranno a raggiungere un’intesa per votare l’innalzamento del tetto del debito pubblico, Washington non sarà più in grado di rimborsare i titoli di stato in scadenza, il che significherebbe un vero e proprio default. Le conseguenze di questa situazione sono di vasta portata: “Un brusco arretramento della crescita Usa farebbe tornare la recessione in gran parte delle economie avanzate. Un default formale, anche solo l'incapacità temporanea di ripagare i titoli pubblici in quello che i mercati considerano il paese più sicuro del mondo, metterebbe a rischio i debiti pubblici di tutto il mondo. In un certo senso metterebbe in dubbio il potere economico dei governi, la credibilità degli Stati, e perfino la superiorità delle democrazie.” (dal Sole 24 ore del 5 ottobre).

Probabilmente alla fine i due partiti arriveranno in qualche modo a un compromesso per evitare il peggio o per lo meno guadagnare un po’ di tempo, ma ciò non toglie che lo Shutdown sia suonato come una condanna senza appello per il sistema politico della principale potenza mondiale, che non solo non è in grado di risolvere nessuno dei problemi della nostra epoca, ma oramai non riesce più nemmeno a garantire l’ordinaria amministrazione.  

     

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