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Si risveglia il movimento sindacale

Nell’estate del ‘97 abbiamo assistito alla imponente lotta dell’Ups: 185.000 lavoratori in sciopero ad oltranza per due settimane circa. Quello sciopero non è rimasto un caso isolato ma ha segnato una ripresa significativa della lotta sindacale negli Usa.

Quest’estate è stato il turno dei lavoratori della General Motors. Lo sciopero è iniziato nello stabilimento di Flint (Michigan), uno stabilimento che occupa 3.000 lavoratori. Il secondo stabilimento situato a Flint si è unito quasi subito alla lotta. Nel ‘96 azienda e sindacato avevano siglato un accordo che costringeva l’azienda a reinvestire 300 milioni di dollari (risultato dell’aumento della produttività) negli impianti stessi. Da allora nell’impianto di Flint sono state smantellate due presse mentre i ritmi di lavoro sono aumentati al limite degli standard di sicurezza. Lo sciopero che ne è scaturito è stato lo sciopero più lungo alla GM dal 1970.

La lotta ha coinvolto concretamente solo gli stabilimenti di Flint. Nonostante questo la stragrande maggioranza dei dipendenti GM ha espresso pubblicamente solidarietà ed appoggio ai colleghi in lotta. Così come era successo per la Ups, i sondaggi hanno rivelato una grossa simpatia tra tutta la popolazione verso i lavoratori in lotta: il 74% degli americani si è detto favorevole allo sciopero, nonostante la stampa si sia lanciata in una massiccia campagna di calunnie tesa a presentare i lavoratori della GM come aristocrazia operaia.

L’astensione dal lavoro degli operai di cinque stabilimenti ha costretto l’azienda a chiudere 24 dei 29 impianti di assemblaggio e altre attività produttive: lo sciopero ha tagliato così la produzione di 140.600 unità nel mese di luglio. I danni subiti dalla GM sono stati notevoli: un passivo di 809 milioni di dollari e le riserve di cassa sono scese di 600 milioni di dollari dimostrando come i nuovi metodi del “just in time” possono ritorcersi contro l’azienda una volta che i lavoratori scendono in lotta.

A ruota è seguita la lotta delle compagnie telefoniche. 73.000 dipendenti della Bell Atlantic hanno deciso di incrociare le braccia. Il motivo scatenante, questa volta, è stato il piano di “outsourcing” (terziarizzazione) dell’azienda: dare in appalto a piccole aziende dell’indotto i propri servizi. In questo modo i lavoratori vengono spostati in aziende più piccole, con condizioni di lavoro peggiori e senza nessuna tutela sindacale. Questa pratica, ormai diffusa anche in Italia, è estremamente comune negli Usa, ma questa volta i lavoratori non l’hanno accettata. Le linee telefoniche ordinarie gestite dalla Bell sono totalmente automatizzate.

Lo sciopero non ha colpito le telefonate ordinarie, non urtando in questo modo la clientela, ma ha colpito più direttamente l’azienda incidendo sul settore riparazioni, installazioni e servizio telefonate con operatore. In questo campo il cliente può rapidamente scegliere di rivolgersi ad un’altra azienda. La Bell Atlantic ha dovuto cedere rapidamente con l’accettazione della maggior parte delle richieste dei lavoratori.

Altre lotte importanti sono state quelle dei piloti della compagnia aerea Northwest e lo sciopero di 40.000 edili che a New York hanno manifestato scontrandosi duramente con la polizia contro la decisione del sindaco Giuliani di concedere appalti a ditte non sindacalizzate.

Il risveglio delle lotte sindacali negli Usa ha avuto conseguenze anche a livello internazionale. Significativo l’esempio delle maquiladoras, aziende poste al confine tra Messico e Stati Uniti che sfruttano la mano d’opera messicana a basso prezzo e si avvalgono delle infrastrutture degli Stati Uniti.

I sindacati avevano descritto il sistema delle maquiladoras, prive di qualsiasi forma di tutela sindacale, come avulso da ogni forma di lotta. Eppure i lavoratori della maquilladora Han Young (proprietà Hyundai) sono appena usciti da 15 mesi di mobilitazioni. La polizia messicana è intervenuta direttamente nel reprimere lo sciopero. Quello che, comunque, ha salvato i lavoratori messicani da una repressione ancora più dura sono stati gli appelli di solidarietà internazionali: lettere di solidarietà da 500 dipendenti della Chrysler di Rockford (Illinois) aderenti all’ UAW (lo stesso sindacato che organizza i lavoratori della General Motors) e da quelli delle poste di Portland (Oregon) aderenti all’APWU.

Non a caso i giornali dello Stato di confine di Baja California hanno descritto gli scioperanti dalla maquiladora come destabilizzatori professionisti, manipolati dai sindacati protezionisti Usa.

Alcuni colossi Usa hanno annunciato nuovi tagli. La Gilette ha deciso di ridurre l’organico dell’11% (4.700 unità), e la Levi’s del 20% (1.000 unità). Tra i grandi nomi sbuca anche la Merril Lynch, simbolo stesso di Wall Street, con un passivo di 164 milioni di dollari ed un taglio di organico del 5% (3.400 lavoratori).

Il guru della finanza Kaufman ha chiesto pazienza agli americani per le future ristrutturazioni. La pazienza però sembra terminata. Uno dei primi effetti della crisi sarà la rimessa in discussione di tutto il sistema da parte di ampie fette della popolazione. Ogni giorno gruppi di pensionati si svegliano di buona lena a New York per andare a lamentarsi davanti alla Borsa. Pretendono di essere intervistati dai microfoni e dalle televisioni che bivaccano davanti allo Stock Exchange, per spiegare come con i fondi pensionistici stiano perdendo la propria pensione. Il 50% degli americani, direttamente tramite azioni o indirettamente tramite i fondi pensionistici, sono legati alle turbolenze ed ai crolli di Wall Street. Pazienza? No, sembra proprio arrivata l’ora della lotta.

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