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Nel giro di una nottata, i media, i consigli d’amministrazione delle grandi multinazionali e i portavoce del governo sono passati dal proclamare che gli Usa avrebbero in qualche modo evitato la recessione a riconoscere che il paese è probabilmente già entrato in recessione.

Stanno ammettendo semplicemente ciò che è già noto da mesi, per non dire anni, a milioni di lavoratori: l’economia è in difficoltà e i poveri ne sono colpiti pesantemente. Incredibilmente ci siamo sentiti dire da alcuni analisti che non c’è niente di cui preoccuparsi, che fa tutto parte del “ciclo naturale” del sistema, che spendendo di meno per le cene al ristorante e per i divertimenti avremo una popolazione più sana, che mangia meno e fa più esercizio, che la benzina più cara porterà a meno macchine per strada e quindi meno inquinamento, e, ovviamente, che dovremo stringere un po’ la cintura.

Ma per alcuni questo “ciclo naturale” significherà più sofferenza che per altri. Mentre alcuni consigli d’amministrazione potrebbero decidere di comprare un jet aziendale in meno, milioni di lavoratori e meno abbienti dovranno scegliere tra fare la spesa, far benzina, le spese sanitarie,  l’istruzione o per avere un tetto sopra la testa. Merril Lynch ha riportato che alla fine del 2007, il 36% del reddito disponibile degli americani è andato speso per alimenti, elettricità, sanità e spese mediche, la proporzione più alta da quando viene rilevata tale statistica, dal 1960.

I mercati finanziari hanno ricevuto una battuta d’arresto, nella misura in cui gli investitori hanno realizzato che i miliardi e miliardi di dollari di denaro fittizio con cui avevano fatto affari avevano ben poca sostanza dietro di sé. Il dollaro ha registrato nuovi record negativi, il petrolio e l’oro invece hanno raggiunto nuovi picchi, con il conseguente rialzo improvviso dei carburanti e dei beni di prima necessità. Bear Sterns, una delle prime cinque banche statunitensi di investimento, è crollata in un giorno solo, salvata dall’intervento della rivale Morgan Chase che ne ha comprato le azioni a soli due dollari ciascuna, azioni che valevano solo l’anno scorso 158 dollari l’una. L’indice della produzione manifatturiera della Philadelphia Fed è crollato del 24% a febbraio e del 20,9% a gennaio. C’è un serio rischio di stagflazione: aumento dell’inflazione combinata con aumento della disoccupazione e bassa crescita o addirittura recessione.

La crisi, ormai in corso da mesi, del settore immobiliare ha ormai definitivamente contagiato altri settori dell’economia. I prezzi delle case sono crollati e molti sono indebitati per cifre maggiori al valore stesso della propria casa. Centinaia di migliaia di proprietari di case stanno dichiarando insolvenza ancora prima che i tassi d’interesse sui loro mutui siano aumentati, con un raddoppio delle insolvenze nel 2007 rispetto al 2006. Per rendere le cose ancora più difficili, molti lavoratori devono pagare tassi esorbitanti per piccoli prestiti ricevuti al fine di far fronte alle spese quotidiane dalle finanziarie, tassi cresciuti anche dell’800%. Il “Centro per il Prestito Responsabile” (CRL) ha riportato recentemente che coloro che hanno ricevuto un prestito sono arrivati a pagare una cifra totale di 793 dollari su un prestito di 325. Lungi dall’aiutare le persone in difficoltà, queste finanziarie senza scrupoli stanno solo riuscendo a scavare una fossa ancora più profonda per i lavoratori già sull’orlo del disastro finanziario.

La perdita di milioni di posti di lavoro ben remunerati e sindacalizzati negli ultimi 30 anni ha voluto dire che i meno istruiti sono più che mai vulnerabili agli effetti della recessione. In passato anche chi non finiva gli studi superiori poteva aspirare a costruirsi una vita decente imparando un mestiere o lavorando in fabbrica. Oggi al contrario anche un laureato finisce con molta probabilità per fare lavoretti mal pagati o nel vicolo cieco di lavori a tempo determinato.

Un “buon lavoro” è definito dal Centro di Ricerca Economica e Politica (CEPR) quello che riesce ad assicurare copertura sanitaria, pensionistica e una paga oraria di almeno 17 dollari all’ora, circa 34.000 all’anno. Nel 1979 c’erano circa 19,6 milioni di tali lavori nel settore manifatturiero, il maggior picco di sempre nel settore. Da allora, circa 6 milioni di questi posti di lavoro sono andati persi e di questi, 52.000 sono stati bruciati solo nel mese di febbraio. 30 anni fa, un diplomato su cinque aveva un “buon lavoro”. Oggi la percentuale si è abbassata ad uno su 7. Sempre secondo il Cepr nel 1979 il 41% di coloro che non hanno finito gli studi superiori finiva per avere un “cattivo lavoro”, in pratica posti di lavoro senza copertura sanitaria, pensionistica e con una paga oraria inferiore a 16,5 dollari all’ora. Alla fine del 2005, questa percentuale ha raggiunto il 61%.

Con il peggioramento della crisi economica, coloro che perdono il posto di lavoro avranno sempre maggiori difficoltà a ritrovarne uno nuovo e, senza risparmi, non saranno in grado di ripagare i debiti accumulati e, privi di qualsiasi protezione sociale, milioni di persone cadranno in disgrazia. E quelli che avranno la fortuna di trovare un lavoro dovranno comunque sopportare riduzioni salariali e di entrate. Molti giovani, e anche non troppo giovani, sono stati costretti a stare dai propri genitori per cercare di risollevare la propria situazione economica ed evitare di rimanere senza casa.

Uno dei settori dove il tasso di profitti continua ad essere alto è la cosiddetta industria della “difesa”. La multinazionale Lockheed Martin ha fatturato circa 25 miliardi di dollari lo scorso anno. Paragonate questa cifra a ciò che guadagna un semplice impiegato nell’esercito: 25.000 dollari all’anno. Impossibilitati a trovare lavoro o opportunità di formazione nel settore privato, migliaia di giovani lavoratori cercano fortuna nell’esercito.

Più di 4.000 soldati americani e un numero non calcolabile di iracheni sono morti e le decine di miliardi di dollari spese in questa tragica avventura dell’imperialismo hanno significato un declino profondo degli standard di vita americani. Il tasso di popolarità di Bush è sceso al 31%, 40 punti percentuali inferiore a cinque anni fa quando è stata lanciata l’invasione. È un declino simile a quello durante la presidenza di Lyndon Johnson alla fine degli anni ’60 durante la guerra nel Vietnam. E nonostante tutto l’occupazione dell’Iraq continua, ad oltre 16 mesi da quando i Democratici hanno ottenuto la maggioranza al Congresso con il mandato di porre fine alla guerra. Nessuno dei candidati repubblicani o democratici alle elezioni presidenziali ha in programma il ritiro immediato del le truppe.

È questa la situazione in cui si chiede ai lavoratori di votare per Barack Obama o per Hillary Clinton, con l’obiettivo di portare “il cambiamento”. Si fa un gran parlare anche del “Dream Ticket”, in cui entrambi sarebbero candidati alle elezioni presidenziali. Questa è solo un’ulteriore prova del fatto che tra i due non ci sono differenze fondamentali. Alla radice, entrambi difendono lo status quo, con questo o quel cambiamento cosmetico di facciata. Questa è la ragione per cui i lavoratori Usa hanno bisogno di un proprio partito, non solo per quelli nati negli Usa, ma per tutti i lavoratori.

Il primo maggio lavoratori di diverse parti del paese manifesteranno a favore dei diritti degli immigrati. Il magnifico movimento di massa che scoppiò due anni fa è stato soffocato sotto un’ondata di repressione, con decine di migliaia di attivisti arrestati e cacciati dal paese con veri e propri raid e deportazioni di massa. Ma nessun problema fondamentale è stato risolto. Presto o tardi la lotta di massa irromperà di nuovo, ad un livello ancora maggiore, nella misura in cui la crisi economica costringerà i lavoratori a difendere i propri comuni interessi di classe.

31 marzo 2008

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