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Per domani, 6 ottobre, sono state indette le elezioni presidenziali in Pakistan. L'attuale presidente, il generale Musharraf dovrebbe imporsi facilmente. Poche volte tuttavia una vittoria elettorale ha nascosto uno crisi senza precedenti dello stato e di tutte le strutture sociali di una nazione, come spiega in questo articolo il marxista pakistano Lal Khan.

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Qual è la base dei recenti sviluppi in Pakistan? Perché la Corte Suprema ha concesso a Nawaz Sharif di tornare in Pakistan, solo perché venisse espulso dalla giunta militare non appena messo piede sul suolo pakistano? Perché Benazir Bhutto (in esilio) e il dittatore militare Musharraf stanno cercando di raggiungere un accordo su come il paese dovrà essere governato nel prossimo periodo? Nessuna di queste manovre può essere compresa senza guardare al terribile incubo in cui il popolo pakistano è stato gettato.

dal sito In defence of Marxism 

L’economia pakistana è a pezzi, il tessuto sociale del paese si sta sfaldando, la guerra civile infuria dal Waziristan al Baluchistan, Karachi rischia un’esplosione di violenza su base etnica e nazionalista. Ancora: l’oppressione nazionale è divenuta una piaga infetta, lo Stato ha perso ogni autorità, i dirigenti dell’opposizione hanno capitolato e hanno cercato di spezzare la forza della resistenza delle masse, la cultura è stata vandalizzata, le relazioni umane sono deteriorate, fra gli intellettuali domina il cinismo, le fauci dell’oscurantismo minacciano di inghiottire la società, il liberalismo trasuda una nauseante volgarità, e l’oppressione economica e sociale trasforma la vita degli uomini in un tormento.

La storia del capitalismo pakistano è finita. E a dispetto dell’attuale apparente stallo, le masse sorgeranno oltre quanto i media reazionari pakistani possano immaginare. È una legge universale della società di classe che la marea della lotta di classe può ritirarsi, ma solo per tornare poi con forza raddoppiata, e irrompe nell’arena della storia quando le masse cercano di prendere il loro destino nelle proprie mani.

Cresce il fermento

La dittatura semi-militare in Pakistan ha sbandato da una crisi all’altra fin da quando prese il potere con il colpo di Stato incruento dell’ottobre 1999. Da allora il fermento e le convulsioni si sono aggravati al punto che il regime è sull’orlo del precipizio. Il recente episodio del ritorno di Nawaz Sharif, due volte primo ministro in passato, e il suo successivo, nuovo esilio in Arabia Saudita, si aggiungono alla serie degli eventi tumultuosi che sempre più scuotono il regime.

Nawaz Sharif è un affarista miliardario che fu portato in politica dalla violenta dittatura di Zia negli anni ’80, come ricompensa per la pioggia di denaro dispensata ai generali dalla sua famiglia imprenditoriale, che si era arricchita con il bottino accumulato sotto il dispotico regime militare. È un politico di destra che venne rovesciato dall’esercito quando cercò di imporre il proprio potere su quello dei generali, che in realtà disponevano del controllo totale su di lui. La sua base politica è costituita fondamentalmente da imprenditori e commercianti. Dopo la sua caduta – e la sua fuga al sicuro in Arabia Saudita, negoziata con Musharraf dalla famiglia reale saudita sotto l’influenza di Bill Clinton – stava rapidamente finendo nell’oblio.

Ironicamente, è stata Benazir Bhutto a riportarlo alla ribalta, costringendo i riluttanti attivisti del Ppp a dipingerlo come un campione della democrazia. Il principale motivo per cui Benazir aveva costituito un’alleanza con il partito di Sharif era quello di bloccare qualsiasi radicalizzazione a sinistra all’interno del Ppp, e presentarsi alla “comunità mondiale” come un’esponente politica a favore del mercato.

Successivamente, tuttavia gli americani hanno spinto Benazir a riconciliarsi con Musharraf, e perciò è stata costretta a rompere con Sharif. Nel frattempo i nazionalisti islamici ed altri partiti di destra si sono alleati con Sharif e hanno formato l’Apdm (All-Parties Democratic Movement – Movimento democratico multipartiti) a Londra. Tutto questo non ha fatto che gonfiare ulteriormente la megalomania di Sharif, alle quale peraltro è sempre stato piuttosto incline.

Sharif era persuaso che al suo ritorno milioni di persone si sarebbero riversate nelle strade e che il regime sarebbe crollato e avrebbe abdicato in suo favore, ma non è andata così. Molti dei dirigenti del suo partito, soprattutto capitalisti e latifondisti, avevano cambiato cavallo non appena era stato estromesso dal potere. Si erano uniti a quella che non era altro che l’ennesima versione della Lega mussulmana costituita dall’esercito, in linea con l’intera storia politica delle Leghe musulmane formatesi sotto tutte le dittature militari.

Nonostante non ci sia stata una reazione di massa, né la paralisi della società, la risposta del regime di Musharraf è stata ugualmente disperata e isterica. L’imponente operazione condotta dallo Stato in occasione del ritorno di Sharif ha rivelato la natura fragile e il rapido declino della fiducia nel regime di Musharraf. Sharif è tornato alle comodità del suo lussuoso palazzo in Arabia Saudita, ma lo Stato e la società pakistana continuano a contorcersi in disperate convulsioni.

Trotskij nel 1932 scrisse, a proposito del regime della Rivoluzione di febbraio del 1917 in Russia, “Il governo, con la sua disattenzione per le masse, la sua miope indifferenza ai loro bisogni, la sua risposta impudente e vuota alle proteste ed alle grida disperate, stava facendo insorgere tutti contro di sé. Sembrava che il governo stesse deliberatamente cercando un conflitto”. Questa descrizione illustra in modo esemplare lo stato dell’attuale crisi in cui versa il regime in Pakistan.

La crisi è oggi a un punto tale che nell’intera storia del Pakistan non si sono mai viste simili confusione, perplessità e stupore nella società. I media, i cosiddetti intellettuali e gli analisti aggiungono ulteriore confusione. Si occupano di ogni sorta di questioni secondarie, come la crisi degli organi giudiziari, la Moschea Rossa, l’accordo Musharraf-Benazir, il ritorno e il nuovo esilio di Nawaz Sharif, l’uniforme del Presidente, i bizzarri comunicati dei diplomatici americani, presentandoli come questioni chiave all’attenzione delle masse. Ma il vero scopo di questi analisti, insieme a questi scandali, è nascondere il vero fermento economico e sociale che sta sconvolgendo la società. La velocità e l’intensità di questi avvenimenti esplosivi è tale che gli incidenti si susseguono senza soluzione di continuità. La velocità degli eventi è di fatto il simbolo dell’intensificarsi del malessere socio-economico che sta sommergendo la società.

Uno Stato fallimentare

La classe dirigente pakistana è stata un fallimento fin dalla sua ascesa al potere. Oggi è ancora peggio di quanto fosse nel 1947. Una contraddizione importante di questa epoca è che le classi dominanti dei paesi sottosviluppati devono sopportare il fardello dei crimini e dei peccati dell’imperialismo mondiale. Questa è in effetti la legge fondamentale di questo sistema. Sotto il peso crudele dell’imperialismo quegli Stati incapaci accumulare una grande quantità di capitale finanziario sono destinati al fallimento, perché il capitalismo monopolista non consente loro nessuno spazio in questa competizione globalizzata tra tagliagole. Lo Stato pakistano sta fronteggiando proprio questa situazione problematica.

Dove vediamo contraddizioni esplosive nello Stato e nelle politiche della classe dominante, assistiamo anche a coalizioni variabili, compromessi e nuove alleanze ad ogni passo. Chi è che non stringe accordi con questo o quell’altro? Ma dietro ogni “accordo” si nascondono interessi finanziari. Dietro l’islamizzazione dei mullah si cela il bisogno di coprire il riciclaggio del denaro sporco. Senza la protezione degli apparati di sicurezza dello Stato, i mullah non si sarebbero mai potuti sognare il numero di voti che ottennero alle elezioni politiche del 2002.

Questa rete criminale venne costruita dalla Cia per finanziare la jihad afgana negli anni ‘80. Ogni “accordo” stabilito dal Mqm (uno dei partiti della coalizione che sostiene Musharraf, particolarmente forte nel Sindh, la regione di Karachi – NdT) mira a garantire la protezione delle sue bande di estorsori a Karachi e altrove. Il Pml(N) (il partito di Nawaz Sharif – NdT) rappresenta questi grossi commercianti, uomini d’affari e industriali che non sono riusciti ad ottenere la loro parte del bottino negli ultimi anni. I leader nazionalisti adesso vogliono i loro piccoli mercati capitalisti “indipendenti” con l’aiuto degli Usa. Ma perché l’esercito pakistano dovrebbe concedere loro questi mercati proprio quando già per conto sui si trova coinvolto sulle montagne russe della finanza?

Quando l’esercito non era così profondamente coinvolto nel capitale finanziario, la situazione era diversa. Ma dopo il regime di Zia-ul-Haq la penetrazione del capitale finanziario all’interno della giunta militare divenne essa stessa una fonte di discordie all’interno dell’esercito. Questo processo è alla base dell’indebolimento interno e della decadenza della disciplina militare. Per far fronte alle domande crescenti degli sfruttatori e compensare i debiti della spesa pubblica sono stati costretti a fare affidamento sulla Banca mondiale ed il Fondo monetario internazionale. Queste istituzioni imperialiste hanno accumulato questa ricchezza sfruttando e spremendo fino all’osso le masse africane, asiatiche e latinoamericane. Pertanto, quando queste istituzioni concedono prestiti o “aiuti” agli speculatori locali, li concedono a condizioni brutali. Questo rende le classi dominanti locali sottomesse all’imperialismo. In Pakistan sono i monopoli imperialisti e le istituzioni finanziarie internazionali, con la connivenza della giunta militare e della classe dirigente che fanno la parte del leone nel saccheggio delle ricchezze del paese.

Il capitalismo ha raggiunto un punto tale da non poter più giustificare la propria esistenza. Questo concetto va inteso non da un punto di vista commerciale, ma da un punto di vista sociale. Per sopravvivere, il capitalismo deve ricorrere a forme di sfruttamento crudeli e ad un’oppressione senza precedenti.

La condizione dell’economia capitalista pakistana è misera. L’aumento dei tassi di crescita è ottenuto al costo del peggioramento del tenore di vita della grande maggioranza del popolo. A causa della profondità di questa crisi, gli inganni, la corruzione, la frode e l’erosione dei valori sociali sono ormai endemici. L’aggravarsi delle tendenze alla sottoproletarizzazione, insieme alla forte crescita della criminalità, degli spargimenti di sangue, dell’insicurezza e dello sfruttamento dovuta a questa corruzione e degenerazione sociale, ha preso in ostaggio la vita nelle città e nelle campagne.

Il rapido aumento della povertà, delle malattie, della disoccupazione, dell’analfabetismo, della sporcizia, l’impennarsi dei prezzi, hanno rapidamente peggiorato le condizioni delle masse, che determina un soffocamento della cultura, oscurantismo, alienazione e frustrazione. La ragione principale per questa apatia è che nessun partito, nessuna dirigenza, nessuna tendenza nell’orizzonte politico offre alcuna reale soluzione né una via di uscita per farla finita con questa miseria.

L’avidità della classe dominante ha raggiunto un livello tale che sta succhiando la ricchezza del Paese a livelli mai raggiunti in precedenza, perfino in un paese corrotto come il Pakistan. Negli ultimi tre anni il settore della classe dominante al potere ha ottenuto la rinuncia delle istituzioni finanziarie internazionali a prestiti per 33 miliardi di rupie (circa 400 milioni di euro), e contemporaneamente ha ricevuto sussidi per l’ammontare di 24 miliardi di rupie. Questo palese furto di 57 miliardi di rupie è andato a beneficio esclusivo di 1122 signori feudali, industriali e affaristi. Undici di questi, da soli, hanno attinto ben 12,3 miliardi di rupie dallo Stato nel solo 2003.

C’è una gravissima crisi della bilancia dei pagamenti, con il più alto deficit commerciale di sempre. Il debito estero nel 2004 era di 35,47 miliardi di dollari. Ora ha raggiunto i 40,172 miliardi. Questo si è verificato nonostante l’afflusso record di rimesse in patria dai psakistani all’estero, pari a 6,5 miliardi di dollari, e nonostante un record degli investimenti esteri diretti per una somma di 64 miliardi di dollari.

Attualmente il 78% della popolazione vive con un salario di meno di due dollari al giorno. L’82% della popolazione è costretta a curarsi secondo metodi non scientifici. Il 68% delle malattie sono dovute alla povertà. Il 54% dei bambini non può andare a scuola. La spesa pubblica per la salute era pari allo 0,7% del Pil nel 1998-99; nel 2005-06 era un misero 0,5%: la percentuale più bassa al mondo. Nel 1999-2000 la spesa per l’educazione era del 2% del Pil. Nel 2004-05 era meno dell’1%. Così miseria e sofferenza perseguitano il paese.

Privatizzazioni, dismissioni industriali, liberalizzazioni, ristrutturazioni, il sistema dei contratti di lavoro, licenziamenti forzati e altre politiche di questo genere schiacciano brutalmente la classe operaia. Il caos sociale, la corruzione e il furto creano enormi crepe e contraddizioni nelle istituzioni statali. La classe dirigente pakistana, a causa della sua storica arretratezza, delle carenze tecnologiche e finanziarie, fatica a sopravvivere nell’odierna era di globalizzazione. In questo processo la classe dominante dipende a tal punto dalle istituzioni statali, specialmente dall’esercito, che dopo i monopoli imperialisti è proprio l’esercito pakistano ad essere diventato il principale imprenditore finanziario e industriale nel Paese. Attualmente più del 25% dell’economia è di proprietà degli strati superiori dell’esercito.

L’esplosione della crisi interna in varie istituzioni dello Stato, compreso l’esercito, è fondamentalmente il riflesso del conflitto tra diversi interessi finanziari. In superficie appare come un conflitto tra fondamentalisti islamici e le fazioni liberali, ma in realtà è una lotta per il bottino che proviene dal saccheggio dell’economia. Sia le tendenze politiche liberali che quelle fondamentaliste poggiano sulla stessa base economica: il capitalismo!

Minaccia fondamentalista?

Nelle zone di confine del Pakistan abbiamo il fenomeno della "talebanizzazione", che è aumentato ancora più rapidamente dall'inizio dell'ultima crisi politica. Con la fuga della gente dai villaggi per sfuggire ai fanatici armati, lo Stato, che non ha saputo proteggere la popolazione, sta rapidamente perdendo credibilità e autorità. La resa di circa 300 soldati e ufficiali nel sud del Waziristan di fronte ad un pugno di talebani è solo un esempio. Oltre ai talebani, c'è una rabbia diffusa contro l'esercito che potrebbe rendere la demoralizzazione delle truppe un problema ancora più serio.

Intanto, gli alti ranghi dell'esercito sono terrorizzati e insistono perché Maulana Fazl ur Rehman, leader di Jamiat Ulema-i-Islam (Jui), faccia parte del futuro governo, sia questo guidato da Benazir Bhutto o dalla Lega musulmana pakistana. Il Jui è stato il perno del ritorno in auge dei talebani sia in Pakistan che in Afghanistan; il motivo è l'estorsione di enormi somme di denaro attraverso il traffico di droga e altre attività criminali ad opera dei talebani allo scopo di finanziare la loro jihad.

Finché il Jui farà parte di un futuro regime pakistano, è iinimmaginabile che il governo possa muoversi contro i talebani. Per questo motivo Musharraf è stato costretto a tenere il piede in due scarpe, con grande disappunto degli americani. Questa politica profondamente contraddittoria ora gli si sta rivoltando contro. Scenari apocalittici a parte, il fatto lampante in questo momento è che l’insorgenza fondamentalista potrebbe rimanere endemica ancora per un certo tempo. Tuttavia le possibilità che i partiti islamici riescano a vincere le elezioni e ad aprirsi un’opportunità di trasformare lo Stato e la società sono molto remote. Solitamente, costoro esauriscono la loro spinta ben prima di quanto gli imperialisti e altri vorrebbero farci credere. Non mordono mai forte quanto abbaiano. Dicendo questo non si vogliono sminuire i danni e il caos che possono causare in questa società capitalista e in questo Stato capitalista, in declino e in via di disintegrazione. In effetti, questo fondamentalismo islamico è il prodotto e l’essenza distillata del marcescente capitalismo pakistano.

Tra le fila dell’esercito sono in aumento sfiducia, sospetto e demoralizzazione a causa dell'arricchimento e dei saccheggi dell'élite militare. Nelle aree tribali al confine con l'Afghanistan, più di 1000 soldati sono stati uccisi in una guerra futile e reazionaria dell’imperialismo americano. A causa di queste perdite sul campo sono aumentate le diserzioni fra il personale addetto alla sicurezza. Centinaia di soldati della polizia di frontiera hanno disertato. Più di 3000 disertori dell'esercito pakistano sono imprigionati ad Attock Fort. Questo ha aumentato la pressione sui massimi vertici dell'esercito, che a sua volta ha causato un indebolimento della posizione di Musharraf. Questa è la ragione per cui gli americani vogliono rafforzarlo fornendogli il supporto di Benazir. Ma questo accordo presenta a sua volta complicazioni e ostacoli.

La tragedia della tradizione

Il Ppp si formò alla fine degli anni '60 come risultato di una sollevazione rivoluzionaria dei lavoratori e dei contadini di questo Paese. Ora è stato trascinato nell'economia di mercato del capitalismo, dove ogni ideologia ha un prezzo. Durante la crisi attuale si è verificato un interessante episodio storico che dovrebbe essere ricordato negli annali: un dittatore ha incontrato un leader esiliato che egli stesso ha esiliato. Questo incidente non solo evidenzia l’impotenza di questa particolare dittatura, ma anche l'ipocrisia dei leader politici e quanto siano illusorie e ingannevoli i loro riferimenti a concetti come “resistenza” e “lotta”.

Tuttavia, questa non è la prima volta che Benazir Bhutto ha stringe stretto un accordo con un dittatore militare. Nel 1984 lasciò il Pakistan grazie ad un accordo con il generale Zia ul Haq, negoziato dal suo amico e importante collaboratore dsell'amministrazione Usa, Peter Galbraith. Analogamente il suo ritorno nel 1986 e la succesiva assunzione del potere nel 1988 furono ottenuti per mezzo di “accordi” con l'establishment militare condotti sotto gli auspici dell’simperialismo statunitense. A ogni accordo ha trascinato il Ppp più lontano dai suoi principî fondanti socialisti e ha cercato di presentarsi come una statista più abile di altri nel reindirizzare i movimenti di massa e proteggere l’interesse dell’imperialismo e del capitale finanziari.

Ciò nonostante, l'attuale “accordo” presenta troppi rischi sia per Benazir che per Musharraf. Benazir è al corrente dell’indignazione che tali azioni provocano tra i suoi sostenitori. Musharraf, d'altro canto, si trova di fronte al dilemma di come smantellare le strutture politiche che ha costruito, che comprendono politici feudali, capitalisti e altri opportunisti di destra. L’unico dio che venerano costoro è il potere. Nell'eventualità della perdita del potere statale, l’intera loro costruzione finalizzata alla rapina e all'arricchimento crollerebbe. Così, nonostante la loro base elettorale sia principalmente sponsorizzata dallo Stato,  cercano ancora di dissuadere Musharraf dallo stringere un accordo con Benazir.

L'accordo sta pertanto incontrando molteplici ostacoli. Ma gli americani esercitano un'enorme pressione su entrambe le parti affinché raggiungano questo accordo. Combattere “l’estremismo e promuovere la moderazione” sono lo slogan del momento, che Benazir usa ripetutamente per giustificare il dialogo segreto con Musharraf. Questa posizione è chiaramente indirizzata a guadagnare il sostegno della Casa Bianca.

Durante un’intervista con il Washington Post del 26 agosto 2007, ha detto che “la comunità internazionale e le forze armate hanno fiducia in Musharraf”.

“La comunità internazionale” è un eufemismo della signora Bhutto per indicare l'amministrazione americana. Indica principalmente la Casa Bianca, il cui sostegno economico, militare e pubblico per Musharraf è visto con un misto di ammirazione e invidia da Benazir.

La sua valutazione, che probabilmente è piuttosto accurata, è che la Casa Bianca difficilmente scaricherà Musharraf. Perciò il messaggio della signora Bhutto al pubblico americano è che sostenendo Benazir e insieme Musharraf, Washington può avere il meglio di entrambi i mondi ed estirpare l'ondata di “estremismo” in Pakistan e nella regione. Allo stesso tempo, Benazir inscena una farsa democratica.

Al momento di riconoscere il ruolo degli Usa nell’influenzare la politica in Pakistan, la signora Bhutto durante un'intervista con il canale televisivo americano Pbs, andata in onda il 21 agosto, non si è fatta scrupoli nel dire che “li teniamo aggiornati [gli americani], e loro hanno senza dubbio relazioni con tutti i partiti politici in Pakistan”. Nell'intervista al Washington Post dichiara apertamente: “Vogliamo la stabilità in Pakistan, elezioni regolari e il generale Musharraf è nostro alleato”. Sostiene di aver combattuto gli estremisti più efficacemente di Musharraf, e che se tornerà al potere nel prossimo futuro vuole Musharraf al suo fianco, dato che non vuole che le forze di sicurezza dissentano da lei nel caso di un attacco ai militanti islamici interni.

Allo stesso tempo, è preoccupata per il declino del suo sostegno fra le masse, dovuto a questo compromesso marcio che sta cercando di raggiungere con la dittatura militare. In un'intervista con l’Observer (Londra) di domenica 9 settembre 2007, Benazir Bhutto ha detto che la sua campagna sarà ispirata all’antico slogan del Partito popolare pakistano, "Pane, casa, vestiti". Ha aggiunto che “rappresentiamo i meno privilegiati, i contadini, le donne, i giovani, le minoranze, tutti coloro che sono stati ignorati dai governi dell’élite”s.

La parola “proletariato” è, tuttavia, vistosamente assente dai settori della società che sostiene di rappresentare. Allo stesso modo, Benazir non ha mai tollerato i principi fondanti del partito. Il documento di fondazione del Ppp dice chiaramente che "la politica ultima del partito è la conquista di una società senza classi, che ai nostri tempi è possibile solamente attraverso il socialismo”. Benazir rabbrividirebbe ad una simile prospettiva.

Detto tra parentesi, appena una settimana prima di questa intervista aveva dichiarato di “sostenere pienamente” la Nato in Afghanistan e che “il Pakistan sarebbe rimasto un solido alleato degli Usa” durante un suo prossimo, previsto mandato.

Queste dichiarazioni programmatiche contraddittorie rivelano la sua disperazione nel momento in cui il suo sostegno tra le masse sta rapidamente diminuendo e c’è una crescente indignazione tra le file del Ppp causata dall’accordo da lei auspicato con la dittatura di Musharraf.

La vitalità all’interno del Ppp è ridotta ai minimi storici. Quel poco di vita politica interna che rimaneva sta scemando. La maggior parte degli attivisti e dei leader sono stati indottrinati e formati con l'illusione di ottenere un tornaconto personale, vantaggi economici e altri benefici e privilegi dal partito una volta che raggiungerà il potere, poco importa a quale costo e con quali ignobili compromessi. Pertanto attualmente non c'è molta attività neila base del partito. Con la deportazione forzata di Nawaz Sharif, tuttavia, l’ingresso in scena di Benazir, facilitato dallo stesso apparato statale, non contribuirebbe alle fortune politiche del partito. In una situazione del genere Benazir sarebbe ulteriormente screditata. È quindi probabile che ritarderà ulteriormente il suo ritorno.

È vero che il Ppp è stato tradizionalmente il partito delle masse lavoratrici del Pakistan sin dalla rivoluzione del 1968-69. Ma a volte la tradizione dei lavoratori, nelle parole di Marx, “pesa come un'Alpe” sulla coscienza del proletariato. Questa tradizione è in una certa misura decaduta e decomposta, ma a causa della mancanza di una forza rivoluzionaria nell'orizzonte politico del paese le masse tuttora non hanno alternative. E nonostante i compromessi e le conciliazioni di Benazir con il capitalismo e l'establishment militare abbiano causato una regressione politica e una certa confusione, il Ppp rimane l'unica espressione di massa dei lavoratori e dei contadini pakistani.

Questo è il motivo per cui una volta che il Ppp sarà al potere, troverà estremamente difficile portare a termine il programma che gli americani vogliono che Benazir esegua. Non è che gli americani vogliano che un accordo Musharraf-Benazir per porre un freno all’“estremismo islamico” o per instaurare un “regime democratico”. Quello di cui hanno in effetti paura è che si sviluppi un movimento dei lavoratori contro le disastrose politiche capitaliste aggressivamente condotte in Pakistan. Hanno visto il potenziale per un tale movimento nello sciopero degli addetti alle telecomunicazioni del 2005 e nella lotta dei lavoratori delle acciaierie nel 2006.

Per queste ragioni, questo tentativo imperialista di colpire preventivamente con l'accordo Benazir-Musharraf non funzionerà. Potrebbe in realtà ottenere l’esatto opposto e scatenare uno scoppio di rabbia e rivolta che sta covando ormai da diversi anni. Dopo il fiasco di Sharif a Islamabad il 10 settembre, Benazir sarà ancora più preoccupata per il suo “accordo”. Vederla ritornare in Pakistan con il consenso dei militari proprio quando Sharif è appena stato espulso contribuirebbe ben poco alla sua reputazione e indebolirebbe la sua capacità di influenzare le masse. Con il passare del tempo e la frustrazione per l’impossibilità di raggiungere un accordo con Musharraf, potrebbe diventare più inquieta, tendere maggiormente verso una posizione antagonista ed assumere una posizione anti-regime contro Musharraf. Sebbene ciò potrebbe avere l'effetto di rabbonire le masse, che a loro volta potrebbero avere una sensazione di temporaneo ma ingannevole sollievo, una mossa del genre potrebbe rivelarsi più complicata e rischiosa alla luce delle pressioni dell’imperialismo statunitense.

In queste circostanze difficili il compito dei marxisti è chiaro. È di importanza vitale che i rivoluzionari restino al fianco dei lavoratori e delle masse che sono costrette a vivere nelle condizioni più difficili e nauseanti dai riflussi dell'evoluzione storica. Il ruolo dei leader del Ppp non è diverso da quello dei leader socialdemocratici in Europa o altrove. Sono chiamati ad usare la propria autorità per moderare le lotte degli oppressi, imbrigliare le loro aspirazioni rivoluzionarie. È solo rimanendo a fianco alle masse in tali dolorose condizioni che i marxisti potranno guidarle quando cambierà il vento e il proletariato si muoverà in una direzione rivoluzionaria.

Lenin fu molto chiaro a proposito della relazione tra l'avanguardia rivoluzionaria e la classe operaia. Nel libro L'estremismo, malattia infantile del comunismo, Lenin scrive:

“Per aiutare ‘le masse’ e conquistarsi la simpatia, l’adesione il sostegno delle ‘masse’, non si devono temere le difficoltà, gli intrighi, gli insulti, le persecuzioni da parte dei ‘capi’ (che, essendo opportunisti e socialsciovinisti, sono nella maggior parte dei casi legati direttamente o indirettamente con la borghesia e con la polizia), e bisogna lavorare assolutamente là dove sono le masse. Bisogna saper sopportare qualsiasi sacrificio, sopportare i maggiori ostacoli, per svolgere una propaganda e un’agitazione sistematiche, tenaci, costanti e pazienti, proprio nelle istituzioni, nelle società, nelle leghe, anche nelle più reazionarie, dovunque si trovino le masse proletarie o semiproletarie”.

Un'insurrezione rivoluzionaria di massa nel prossimo futuro in Pakistan metterà in ombra anche la rivoluzione del 1968-69 che creò e diede statura alla tradizione del Ppp. Tali movimenti sono di carattere iconoclastico, creano nuove tradizioni rivoluzionarie che modificano la società, plasmano il destino e trasformano la storia. È in eventi simili che una tendenza rivoluzionaria può avere un ruolo decisivo.

Anche con le forze relativamente ridotte del marxismo rivoluzionario in Pakistan, un fattore soggettivo può fornire organizzazione e direzione a movimento di quelle caratteristiche. Un'insurrezione rivoluzionaria può rovesciare il capitalismo, estirpare le radici del fondamentalismo religioso e dell'oscurantismo, spezzare le catene del feudalesimo e rimuovere il giogo della costrizione e dello sfruttamento imperialisti. Questa impresa può essere compiuta solo attraverso una rivoluzione socialista. Una vittoria socialista in Pakistan aprirebbe la strada alle insurrezioni rivoluzionarie in tutto il subcontinente sud-asiatico, dall'Afghanistan alla Birmania, dove le masse sono indignate  e desiderano una trasformazione socialista.

13 settembre 2007

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