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“Uno snodo decisivo per la rivoluzione in Asia”

Intervista a Lal Khan, dirigente della tendenza marxista "The Struggle"

Il Pakistan è oggi un regime in disintegrazione. Quali sono le basi economiche di questa crisi?

Questo regime ha tentato di mettere in pratica i dettami del Fondo monetario e dell’imperialismo americano, le teorie dei “Chicago Boys”. È stata un’aggressione feroce che ha portato al crollo del tenore di vita, alla distruzione delle infrastrutture, l’immiserimento del popolo, ma anche a dei parametri macroeconomici disastrosi. Oggi abbiamo il peggior deficit commerciale della storia del Pakistan, il maggior deficit dei conti correnti e un pesante indebitamento. Questa ondata di liberalizzazioni, privatizzazioni, ristrutturazioni è stata un uragano per la società e l’economia pakistana. Le masse soffrono una povertà estrema, la disoccupazione, la mancanza di istruzione, le malattie; le infrastrutture sono in pessimo stato e tutto questo caos economico sta di fatto incrinando il paese, l’intera fabbrica sociale. È una situazione senza precedenti anche tenuto conto della pessima storia dell’economia pakistana.

Da quanto tempo prosegue questo processo? Quali sono stati i governi responsabili?

In origine fu la dittatura di Zia ul-Haq, la più feroce dittatura della storia del paese. Ma tutti i governi successivi, quelli cosiddetti democratici come l’attuale semi-dittatura militare, tutti hanno proseguito queste politiche. Oggi il Pakistan è il paese che spende meno al mondo in sanità. Negli anni ’90 spendeva lo 0,7 per cento del Pil, ora spende meno dello 0,4 per cento.

Nell’istruzione spendeva il 2,1 per cento del Pil, ora è l’1,5. Con la privatizzazione di istruzione e sanità l’80 per cento della popolazione non ha accesso a cure mediche scientifiche.

Che effetto ha avuto la guerra in Afghanistan?

La rivoluzione del 1978 in Afghanistan, nonostante il suo carattere estremamente distorto, fu il passo più progressivo nell’intera storia del paese ed ebbe anche un effetto sul capitalismo pakistano. Era una minaccia al controllo strategico dell’imperialismo in questa area chiave del mondo. In quelle condizioni la Cia iniziò le sue operazioni usando il fondamentalismo islamico, fu la più grande operazione coperta della Cia, Osama bin Laden fu reclutato da Zbigniew Brzezinsky, allora Segretario di Stato sotto la presidenza Carter. Al Qaeda e le altre formazioni fondamentaliste originariamente erano emanazioni della Cia. L’Isi (i servizi segreti pakistani – ndr) e lo Stato pakistano furono usati a questo fine, il popolo in Pakistan la chiamava la jihad del dollaro.

Ora gli Usa hanno abbandonato i fondamentalisti, ma questi sono tornati a causa di una situazione economica senza vie d’uscita, di un capitalismo che non permette alcuno sviluppo sociale né in Afghanistan, né in Pakistan. Hanno creato un mostro di Frankenstein. Ma anche in queste condizioni, se ci sarà un’ascesa rivoluzionaria vedremo il fondamentalismo e l’imperialismo Usa nuovamente alleati; in questo senso sono due facce della stessa moneta.

Dopo il 2001 quali sono stati i rapporti fra il regime pakistano e la guerra americana in Afghanistan?

Non ci sono stati grandi cambiamenti. Il 2001 ha riportato l’attenzione degli americani sulla regione, hanno nuovamente impiegato l’esercito pakistano per i loro fini, come facevano negli anni ’80 per distruggere il regime di sinistra in Afghanistan; ora tentano di usare l’esercito pakistano per stabilizzare la situazione, ma è un compito impossibile.

Come hanno reagito i militari a questo tentativo di usare l’esercito contro i Talebani?

L’esercito pakistano è più un’azienda commerciale che un esercito, sono il più grande proprietario del paese. È sempre stato un esercito mercenario che esegue le direttive degli americani e nel frattempo cerca di farci sopra i suoi affari. La tragedia è per i soldati di leva, e alla lunga questa situazione creerà un clima di rivolta nell’esercito, che può spaccarsi su linee di classe.

Quando è tornata Benazir si è visto l’enorme sostegno di cui godeva fra le masse. Che rapporto c’è fra il Ppp e le masse pakistane, oggi e da un punto di vista storico?

L’avvenimento più importante nella storia del Pakistan fu la rivoluzione del 1968-69. Sotto l’effetto del boom economico in occidente c’era stato uno sviluppo economico anche in Pakistan, che aveva creato nuove contraddizioni. Ci fu un certo sviluppo economico, ma senza determinare un vero sviluppo sociale. Si creò un nuovo proletariato e all’apice del boom le contraddizioni esplosero. Questa nuova classe operaia imboccò la strada rivoluzionaria, i lavoratori occupavano fabbriche, gli studenti presero il controllo dei trasporti, i contadini occupavano le terre. Fu un movimento rivoluzionario di grande forza, una rivoluzione che minacciava i rapporti di proprietà. Il Partito comunista faceva appello a una rivoluzione democratica, ma Zulfiqar Ali Bhutto (padre di Benazir – ndr) vedeva più  lontano e proclamò la necessità di una rivoluzione socialista e su quella base quasi da un giorno all’altro il Ppp divenne il più grande partito della storia pakistana. È quella l’origine del Ppp e a meno che non vi sia un’altra rivoluzione di quella portata, quella tradizione continuerà. Da allora, ogni volta che le masse scendono nell’arena politica, quale che sia l’occasione, guardano al Ppp come alla loro organizzazione tradizionale. Più che un partito è un movimento e una tradizione che riemerge periodicamente.

Per questo il 18 ottobre la gente è scesa in piazza dopo un lungo periodo di silenzio. Non sono andati per vedere Benazir, che possono vedere molto meglio in tv, ma per mostrarle qualcosa di se stessi, la loro povertà, la loro destituzione, per dimostrare l’appoggio che erano pronti a darle per cambiare le loro vite e per cambiare il sistema. È questo cha ha portato due milioni di persone per le vie di Karachi.

Qual è la tradizione delle altre forze di sinistra in Pakistan? Esiste storicamente una tradizione comunista? E oggi?

Di fatto il Partito comunista si è disintegrato con il tracollo dell’Unione Sovietica e non esiste più. Gli elementi migliori, quelli che hanno conservato una concezione rivoluzionaria, si sono uniti alla nostra corrente, a The Struggle, tra i quali l’ultimo segretario generale Jam Saqi. Ci sono altri piccoli gruppi di sinistra, ma non c’è alcun partito. È sempre stata una forza ridotta, l’unica forza di massa con una tradizione socialista è quella del Ppp, il cui programma fondativo era più rivoluzionario e più a sinistra di quello di qualsiasi partito comunista nell’Asia meridionale.

Puoi spiegarci più precisamente cos’è The Struggle, quali sono i suoi fini e la sua strategia?

Siamo la tendenza marxista in Pakistan, orientata al Ppp dove lottiamo per il ritorno al programma originario del partito. Nel 1967, il 30 novembre si tenne il congresso fondativo del Ppp che approvò il manifesto che parlava molto chiaramente e diceva, cito testuamente, che il fine ultimo del partito è la conquista di una società senza classi e che nella nostra epoca ciò è possibile solo col socialismo. Per questo lottiamo perché si ritorni a quel programma, è il programma che le masse vogliono, che può emancipare le masse pakistane e risolvere i loro problemi. Questo è il nostro compito fondamentale, che il partito torni alle sue radici, che non sia dirottato dai latifondisti e dai capitalisti, che non sia controllato dall’imperialismo americano, che assassinò Zulfiqar Ali Bhutto precisamente perché incarnava quel cambiamento sociale.

Il Ppp di oggi però appare molto lontano da quel programma fondativo. Come si risolverà questa contraddizione?

Quando Benazir è tornata, fu è stata molto più influenzata dalle masse di quanto le masse fossero influenzate da lei. Nel procedere della campagna elettorale, di fronte allo slancio rivoluzionario e alla partecipazione popolare senza precedenti, all’ansia di cambiamento sociale, cominciava a parlare sempre più a sinistra, parlò di farla finita con le privatizzazioni, di ridare il lavoro a tutti coloro che lo avevano perso a causa delle privatizzazioni. Ma dopo il suo tragico assassinio è del tutto chiaro che questo sistema e questo Stato non sono disposti a tollerare l’esistenza del Ppp, a prescindere dal fatto che si sposti a destra o a sinistra.

Ogni dieci anni uccidono un leader del Ppp; nel 1979 impiccarono Zulfiqar Ali Bhutto, fu un omicidio legale. Nel 1985 uccisero il primo figlio, nel 1996 il secondo figlio, e ora Benazir. Questa lotta ora deve essere condotta fino in fondo, è una guerra di classe.

Quali sono le principali battaglie che avete condotto in questi anni?

Sono tanti anni che lottiamo. Nel 1995 il nostro compagno Arif Shah, che era il dirigente della Punjabi Labour Federation, venne assassinato. Abbiamo fatto tante battaglie fra i giovani, nelle università contro i fondamentalisti; nella gioventù del Kashmir ora abbiamo sconfitto sia i fondamentalisti che i nazionalisti. Fra i lavoratori abbiamo fatto la lotta delle telecomunizioni, siamo stati fra i principali responsabili della sconfitta del governo sulla privatizzazione delle acciaierie di Karachi, lottiamo per ogni rivendicazione sociale e democratica delle masse.

I media occidentali tendono a presentare il fondamentalismo islamico come la tendenza più importante nella società pakistana. Qual è il ruolo e la forza effettiva di queste forze.

Dov’erano i fondamentalisti il 18 ottobre? Dov’erano il 28 dicembre? Non esistevano! Ogni volta che le masse si muovono, scompaiono. La forza elettorale reale dei fondamentalisti non è mai stata più del 3 per cento. Nelle elezioni del 2002, elezioni pesantemente truccate nelle quali ebbero il sostegno dell’Isi, hanno preso il 10 per cento. Avevano formato una coalizione raffazzonata di sei partiti, l’Mma, che ora si è scissa; ora si combattono fra loro trascinando la società nei loro atti barbarici.

Tutto sembra indicare che il Ppp a breve potrebbe trovarsi al governo. Quali sono i precedenti dei governi del Ppp negli anni ’80 e ’90 e che indicazioni possiamo trarne?

Innanzitutto le elezioni: se il regime organizza dei brogli, potrebbe esserci un’esplosione, se non lo fanno potrebbe esserci una forte maggioranza del Ppp e questo sarebbe un grosso problema per loro. Andare al potere con questa situazione di povertà, disoccupazione, inflazione, miseria, cosa significa? Su basi capitaliste non c’è alternativa se non continuare con queste politiche, e questo significa che il partito si troverà sottoposto a una pressione gigantesca.

Tentare di sostenere il capitalismo pakistano significa continuare con politiche che aggraverebbero ulteriormente queste condizioni. Pertanto se il Ppp andrà al potere si troverà sotto una pressione tremenda e se non andrà incontro alle aspirazioni delle masse ci sarà una rivolta delle masse contro il partito e una rivolta interna, nel partito; il Ppp potrebbe scindersi tra l’ala marxista rivoluzionaria e un’ala destra reazionaria. L’alternativa è una politica rivoluzionaria e socialista, che come ho detto non è nulla di alieno, non cadrebbe dal cielo, ma è contenuta nei programmi fondamentali del partito del 1967 e 1970.

Siamo pertanto di fronte a uno snodo decisivo nella storia del Pakistan. Può prevalere la barbarie, i cui elementi sono chiaramente presenti; ci sono più attentati in Pakistan che in Iraq. Socialismo o barbarie non è una frase fatta, se si guarda alla situazione economica, politica e sociale chiunque può vedere che non ci sono riforme possibile che migliorino la situazione sotto il capitalismo.

La differenza è che oggi, diversamente dagli anni ’80, come marxisti abbiamo una forza molto maggiore di quanto avessimo nel 1988 e nel 1993, quando ci furono i precedenti governi del Ppp. Allora eravamo molto deboli, oggi siamo presenti. Possiamo conquistare un enorme sostegno fra i lavoratori, i contadini e soprattutto fra i giovani e le donne.

Quali sono i punti fondamentali del programma del Ppp a cui vi riferite?

È un programma estremamente radicale, che prevede l’espropriazione dei monopoli stranieri, delle leve fondamentali del capitale nazionale, le banche, la grande industria, i trasporti. Prevede una radicale redistribuzione della terra, una rivoluzione agraria, e la dissoluzione dell’esercito in una milizia popolare. È un programma forse più attuale oggi che nel 1970, quando fu scritto.

Un governo rivoluzionario come dovrebbe affrontare la questione delle nazionalità e la questione femminile?

Dopo il crollo dell’Urss la cosiddetta versione stalinista del nazionalismo è evaporata. Si sono tutti allineati a questo o quell’imperialismo, in primo luogo a quello Usa, nella speranza che gli dia l’indipendenza. Abbiamo poi visto cosa è accaduto in Jugoslavia, in Iraq o in Afghanistan. Dall’altra parte continua l’oppressione delle diverse nazionalità, dei sindhi, dei baluchi, dei pushtun; noi lottiamo perché tutte queste nazioni si vedano riconosciuto il diritto all’autodeterminazione, perché possano decidere liberamente se unirsi a una federazione socialista nel subcontinente indiano. Io credo che se in Pakistan si affermasse una rivoluzione, tutte le nazionalità oppresse aderirebbero su basi volontarie.

Sulla questione femminile: le donne delle classi alte usano la questione femminile e il femminismo per dividere le donne delle classi oppresse dalla loro stessa classe. Le donne proletarie si emanciperanno se si libererà la loro classe, è questo il punto decisivo, l’unità delle donne proletarie nella loro classe è indispensabile per rovesciare un sistema che le sottopone a una doppia e tripla oppressione.

Cosa vuol dire organizzare le donne in una società come quella pakistana?

In Pakistan ci sono due categorie di donne che non usano il velo: le donne delle classi privilegiate e le donne proletarie. Come fa una donna che lavora nei campi a 50 gradi a indossare un burka, o un’operaia in fabbrica? È un cliché piccolo borghese. Certo, nei periodi di riflusso questi tratti reazionari della famiglia, della religione, ecc. appaiono come dominanti. Ma quando c’è un movimento di massa le donne oppresse sono le più combattive. Nella rivoluzione del 1969 lo si vide chiaramente, nelle manifestazioni ci si teneva per mano, nessuno guardava se eri un uomo o una donna, nasceva una mentalità completamente differente. Per questo stiamo lavorando sistematicamente perché le donne siano presenti nella direzione della nostra tendenza.

Qual è il vostro sostegno in Kashmir, una regione dove la questione nazionale è più incancrenita?

Da sessant’anni le classi dominanti indiana e pakistana giocano con il Kashmir, sfruttando la questione ai loro fini, hanno causato un milione e mezzo di morti nelle guerre e massacrato decine di migliaia di kashmiri, per tornare sempre al punto di partenza.

Noi crediamo che non vi sia soluzione al problema del Kashmir né con la guerra su basi nazionaliste, né con le trattative. I britannici hanno costruito questa divisione e le classi dominanti attuali non hanno soluzione al conflitto e neppure la vogliono, come non ce l’hanno in Palestina. Usano il conflitto per giustificare il mantenimento di enormi apparati bellici. La nostra è una posizione di classe, ed è con questa che abbiamo lottato contro fondamentalisti e i nazionalisti, conquistando l’appoggio della gioventù.

La rivoluzione pakistana è collegata sia alla rivoluzione nel subcontinente indiano che all’Asia centrale.

Non è un caso se gli americani sono così interessati al Pakistan. È un anello di congiunzione tra l’Asia centrale, l’Afghanistan e l’Iran, e il subcontinente indiano, ci sono legami storici, sociali e culturali. Qualsiasi grande cambiamento politico in Pakistan avrà profonde ripercussioni in tutte queste società. La rivoluzione pakistana, se avrà luogo, dovrà immediatamente avere un effetto in Afghanistan, che è quasi lo stesso paese, è difficile dire dove finisce l’uno e dove comincia l’altro. Ci sono poi mille chilometri di frontiera con l’Iran e 2500 con l’India; nonostante i cambiamenti in superficie, India e Pakistan continuano a essere profondamente vincolati. Una rivoluzione in Pakistan può diventare il primo passo verso una nuova Unione Sovietica nell’Asia meridionale, una federazione socialista come quella nata dalla rivoluzione del 1917.

 



I marxisti nelle elezioni pakistane


Alle elezioni del 18 febbraio la tendenza marxista presenta diversi candidati nelle liste del Ppp. Il più noto è Manzoor Ahmed, parlamentare uscente. Eletto nel 2002, Manzoor è diventato uno dei principali riferimenti della sinistra pakistana. È presidente della Pakistani Trade Union Defence Campaign (Ptudc – campagna per la difesa dei sindacati pakistani), ha presentato numerose proposte di legge per la difesa dei diritti sindacali, dei disoccupati e degli studenti; è stato al centro della campagna contro la privatizzazione delle acciaierie di Karachi. Nel 2005 è stato fra gli organizzatori delle cinque carovane di solidarietà rivoluzionaria che hanno portato aiuti nel Kashmir devastato dal terremoto. Nelle elezioni affronterà una delle più ricche industriali del paese.

A Karachi si presenterà Riaz Lund, ex operaio delle acciaierie sette volte licenziato politico. Il collegio nel quale si presenta comprende alcune delle principali industrie del paese ed è stato più volte attaccato dai fascisti del Mqm, che hanno aggredito più volte i militanti del Ppp con armi da fuoco. Il 16 gennaio un attentato in un mercato del quartiere ha fatto 11 morti e 50 feriti.

Nel Waziristan, zona tribale schiacciata dalla guerra fra l’esercito e i talebani, si presenta Ali Wazir. È in dubbio tuttavia che nella regione si voterà, data la “strategia della tensione” dei servizi segreti che con ogni evidenza punta a estendere il terrore e il conflitto per escludere le masse dalla partecipazione politica.


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