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Un paese nella morsa dell’imperialismo


Il 3 novembre scorso il dittatore Pervez Musharraf sospende la Costituzione e dichiara la legge marziale. Vengono addotti motivi di sicurezza nazionale in seguito agli attentati-strage del mese precedente contro la leader del Ppp Benazir Bhutto. Nelle settimane successive vengono arrestati migliaia di attivisti politici, avvocati, sindacalisti, attivisti del Ppp, la stessa Bhutto è agli arresti domiciliari. La protesta si diffonde, decine di università diventano punti nevralgici della rivolta; ogni manifestazione viene dispersa violentemente dalla polizia, ma la repressione dà luogo ad altre manifestazioni.

 

Conclusione del primo atto: Benazir Bhutto viene liberata, con lei gli oltre cinquemila arrestati, Musharraf si dimette da comandante dell’esercito, per ora lo Stato di emergenza non viene tolto e l’ex presidente della Corte Suprema, Iftikar Chaudry, resta in prigione. Le elezioni legislative vengono confermate per l’otto gennaio prossimo. A prima vista quindi la Bhutto, grazie alla rivolta popolare e dei ceti medi, segna un punto contro il dittatore e, con le elezioni, si va verso la stabilizzazione.

La realtà è molto più complessa e le vicende recenti rappresentano solo la punta di un iceberg di contraddizioni destinate a esplodere in maniera ancora più aspra.


Pakistan e Afghanistan


Il centro dei problemi è determinato dal servilismo della classe dominante pakistana verso l’imperialismo americano.

Negli anni ’80 e ’90 il Pakistan ha promosso con la Cia e il dipartimento di Stato Usa prima la jihad afgana per cacciare Najibullah e i sovietici, poi la formazione e l’addestramento dei talebani nelle madrasse pakistane perchè prendessero il controllo del paese contro gli altri signori della guerra e assicurassero un regime alleato al Pakistan e fantoccio degli Usa. Quando i talebani si sono ribellati ai loro finanziatori occidentali e gli Stati Uniti hanno dichiarato la guerra al terrorismo, il Pakistan ha continuato a tenere i piedi in due scarpe alimentando contraddizioni infinite all’interno delle sue stesse istituzioni. Da una parte un sostegno aperto agli Usa con lo schieramento dell’esercito lungo i confini con l’Afghanistan per combattere i talebani, dall’altra cellule dell’esercito e dei potenti servizi segreti (Isi) che mantengono il loro orientamento filo talebano, tanto da rivendicare l’ingresso nel governo pakistano della Jui (Jamiat Ulema-e-islami), formazione islamica filo-talebana, per sabotare ufficialmente la linea finora attuata da Musharraf.

Il risultato è la demoralizzazione e lo sbandamento dell’esercito, che ormai conta mille morti lungo il confine in una guerra assurda e reazionaria e un livello altissimo di diserzioni, con oltre 3000 soldati sotto corte marziale.

I conflitti etnici dal Baluchistan, al Waziristan fino alla valle dello Swat nella provincia della Frontiera nordovest e nel Sind alimentano le spinte centrifughe di un apparato statale che ha perso ogni autorità sul piano politico, morale e anche militare. Il mese scorso nel Waziristan l’esercito ha concluso un accordo di spartizione territoriale con la guerriglia in seguito alla resa incondizionata dei soldati pakistani.

Dall’altra parte del fronte, in Afghanistan, i mujaheddin, i talebani e i vari gruppi dei signori della guerra, pur non conducendo un’azione comune centralizzata e anzi spesso combattendosi tra loro, ormai controllano il 54% del territorio, la produzione di oppio è accresciuta esponenzialmente, tanto che oggi il 92% dell’eroina mondiale arriva dalla produzione afgana. Questo significa un fiume di denaro che garantisce e alimenta i vari potentati e  ha un effetto destabilizzante sul Pakistan accrescendo il peso di quanti contendono il potere a Musharaff.

La posizione del dittatore è sempre più debole e nonostante la sua dichiarata volontà di essere alleato di Bush contro i fondamentalisti, non può essere affidabile fino in fondo.


Privatizzazioni e povertà


La politica di privatizzazioni e dismissioni dettata dal Fondo monetario internazionale ha esasperato il clima sociale e contribuito a disgregare l’apparato dello Stato. Grazie alle privatizzazioni oggi gli alti gradi dell’esercito controllano il 25% dell’economia, sono il principale agente immobiliare del paese, dominano il mercato dei cereali, controllano banche e panifici. La penetrazione del capitale finanziaro nelle forze armate ne ha accresciuto la rissosità interna e la completa perdita di autorevolezza e credibilità.

L’effetto sulle masse è stato devastante, con licenziamenti di massa e crescita della povertà; oggi il 78% della popolazione vive con un salario di meno di due dollari al giorno. L’opposizione al regime non viene raccolta dai fondamentalisti, di fatto a loro volta compromessi con il regime stesso. Si sono sottratti dalla mobilitazione di massa contro lo Stato di emergenza, dimostrando nei fatti da che parte stavano. Non solo, quando uno dei loro “alleati”, l’ex campione di cricket Imran Khan, si è presentato ad una delle  manifestazioni è stato malmenato dal gruppo giovanile della Jamiat Ulema-e-islami che lo ha poi consegnato alla polizia.

La struttura economica del paese, per quanto fragile, ha avuto uno sviluppo tale da consentire l’organizzazione di lotte operaie di massa che hanno un effetto determinante sugli sviluppi politici.

Dopo la sconfitta nel 2005 dei lavoratori delle telecomunicazioni con la privatizzazione che ha portato a 29mila licenziamenti, si è aperto un processo di mobilitazione; hanno lottato insegnanti, bancari, aeroportuali, lavoratori dei servizi pubblici (acqua, energia, igiene) colpiti da ristrutturazioni e in alcuni settori sono state riportate vittorie importanti. Gli scioperi duri dei ferrovieri, dove l’organizzazione sindacale è proibita, hanno avuto l’effetto di sospendere i provvedimenti governativi, nel settore dei servizi dell’acqua e energia, la mobilitazione ha permesso al sindacato indipendente di conquistare la maggioranza dei lavoratori contro i sindacati di regime e dei fondamentalisti. Infine è stata per il momento bloccata la privatizzazione delle acciaierie pubbliche che avrebbero significato decine di migliaia di licenziamenti. A suggellare questo provvedimento è stato proprio il presidente della Corte Suprema Chaudry, oggi agli arresti, che ha tentato, in questa occasione e altre, di schierare i magistrati contro il regime nella speranza di sottrarre dalla crisi e dalla rabbia delle masse almeno un

pezzo di apparato statale. Tentativo fallito: le epurazioni hanno riallineato i vertici della magistratura

al regime di Musharraf, accrescendo una sfiducia dirompente verso gli apparati dello Stato, compresa la magistratura.


Il ruolo di Benazir Bhutto


La crisi verticale del sistema a tutti i livelli ha spinto l’amministrazione americana a cercare nuovi puntelli, nel terrore di vedere il loro regime e l’insieme della classe dominante pakistana travolti dalla rivolta popolare e dalla guerra civile.

Il rientro di Benazir Bhutto e l’insistenza per un accordo di cogestione del potere hanno questo obiettivo.

La Bhutto gode del credito che le deriva dalla storia di suo padre che nel 1972 portò il Partito popolare pakistano al governo con un programma socialista di nazionalizzazioni e riforme dell’economia come risultato della sollevazione rivoluzionaria dei lavoratori e dei contadini alla fine degli anni ’60, pagando poi con la vita quando i militari lo condannarono a morte nel 1979. La speranza che il Ppp torni a sfidare l’imperialismo e la classe dominante pakistana è forte, non si spiegherebbero altrimenti i tre milioni di persone che si sono riversati nelle strade per accogliere Benazir l’ottobre scorso al suo rientro.

Si apre pertanto un fase in cui gli americani spingono per un accordo fra tutte le forze, ma gli oppressi del Pakistan esigono la fine della dittatura e della corruzione dilagante.

La Bhutto è tra l’incudine e il martello. Negli anni 80 è già stata capo del governo, ha sostenuto le politiche liberiste del Fmi ed è infine stata travolta dagli scandali per corruzione; l’esilio al posto delle carceri della dittatura le è stato concesso grazie ai suoi amici presso l’amministrazione americana alla quale pertanto è strettamente legata, oltre che debitrice. Dunque le aspettative delle masse pakistane entreranno in conflitto con i piani politici della dirigente del Ppp.

Non c’è stabilizzazione possibile fintanto che l’imperialismo e i suoi fantocci deterranno il potere.

In questi anni la Pakistan Trade Union Defence Campaign con il suo Presidente Manzoor Ahmed hanno lavorato intensamente per costruire un ampio fronte operaio e di tutti gli oppressi precisamente per recuperare quelle tradizioni di lotta rivoluzionarie contro il capitalismo che rappresentano l’unica via d’uscita all’incubo della dittatura.

La tendenza marxista del Ppp, the Struggle (la lotta), che è riuscita ad ottenere anche una sua rappresentanza parlamentare, con lo stesso Manzoor Ahmed si è rafforzata e rappresenta un’alternativa credibile per uno strato crescente di lavoratori, che vedrà nel prossimo periodo messa alla prova la linea di Benazir Bhutto e sarà costretto a cercare il conflitto aperto con la classe dominante per uscire dalla crisi di tutto il sistema. È nostro compito sostenere questa tendenza e promuovere ogni iniziativa contro l’interferenza imperialista, a partire da una battaglia intransigente per il ritiro delle nostre truppe in Afghanistan, come unica misura per combattere l’oscurantismo fondamentalista e porre le basi per lo sviluppo di quelle forze che vogliono farla finita con la classe dominante corrotta dell’area.

L’imperialismo Usa è impantanato ovunque. Il tracollo in Iraq è seguito da un’analoga tragedia in Afghanistan, in Medio oriente hanno imbastito la pagliacciata di Annapolis per far fare bella figura a Bush alle prossime elezioni e ora rischiano di perdere un alleato importante come il Pakistan. La debolezza dell’avversario ci deve imporre la necessaria intransigenza e coerenza: ai parlamentari del Prc chiediamo di fare la loro parte cominciando con il votare no al rifinanziamento della missione in Afghanistan.

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