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Da Mirafiori a Melfi continua a farsi sentire il dissenso dei lavoratori sull’accordo. Anche oggi i quotidiani non hanno potuto ignorare l’ennesimo episodio di dissenso. Dissenso che si somma alla già lunga lista di iniziative e manifestazioni di queste settimane.

Le tante assemblee autoconvocate che hanno visto la partecipazione di centinaia di delegati e lavoratori, l’importante manifestazione a Firenze di sabato scorso con oltre 5mila partecipanti nonostante la scomunica del segretario nazionale della Cgil, le decine di appelli firmati e distribuiti spontaneamente dai delegati in tante aziende dal nord al sud del paese.

Un primo risultato importante, da non sottovalutare visto il modo con cui il vertice sindacale ha imposto la gestione della consultazione. Una gestione che non ha potuto nascondere il malessere e che è stata portata avanti in primo luogo a colpi di falsità nei confronti dei lavoratori e atti repressivi verso chi ha avuto “l’arroganza” di difendere il dissenso.Atti repressivi motivati dalla debolezza degli argomenti di chi quell’accordo l’ha firmato ed espressi con disarmante evidenza nel materiale distribuito nei luoghi di lavoro.  

Nonostante è stato negato ai sostenitori del No il diritto di poter presentare le proprie ragioni nelle assemblee con dei controrelatori, nonostante sia stata usata la minaccia di ritorsioni (arrivando anche a minacciare di impugnare lo Statuto della Cgil), nonostante le regole con cui i lavoratori verranno consultati siano volutamente ambigue per permettere ogni sorta di manovra ai sostenitori dell’accordo, di ieri la notizia che il segretario regionale della Toscana della Cgil vuole promuovere i seggi itineranti, sono dovuti ricorrere a omissioni e distorsioni dell’effettivo contenuto dell’accordo nel materiale di propaganda distribuito nei luoghi di lavoro.

Così un accordo che con la scusa di porre rimedio agli squilibri del sistema pensionistico riduce i diritti di tutti i lavoratori e aumenta la precarietà, diventa l’accordo che stanzia consistenti risorse nei prossimi dieci anni allo stato sociale, fa acquistare nuovi diritti ai giovani, alle donne e agli anziani.

Non si capisce perché un accordo così buono, come non si vedeva da decenni, deve essere difeso con metodi antidemocratici, e soprattutto veda il dissenso della Fiom e di un numero considerevole di delegati in primo luogo della stessa Cgil. Un accordo così non potrebbe che aiutare i delegati e i militanti sindacali nelle fabbriche a difendere meglio i lavoratori.

Vale la pena ribadire che: lo scalone Maroni è solo posticipato di 18 mesi e dal 2013 lo peggiora portando l’età pensionabile a 61 anni con 36 di contributi.

Le 4 finestre di uscita dal lavoro per chi ha 40 anni di contributi vengono modificate con l’introduzione di due sole finestre per le pensioni di vecchiaia. Non solo gli uomini a 65 anni, ma anche le donne a 60 anni, diversamente da oggi, dovranno attendere minimo qualche mese (fino a un anno nel caso peggiore) prima di ricevere la pensione di vecchiaia.

Si insiste molto sui lavori usuranti ma non riguardano più di 5.000 lavoratori all’anno. Nel 2013, quando l’età pensionabile sarà di 61 anni, anche loro vedranno la propria età pensionabile alzarsi di un anno.

Il peggioramento dei coefficienti c’è e entrerà in vigore tra tre anni. La riduzione dei coefficienti taglierà del 6-8% le pensioni. Dal 2013 poi la revisione dei coefficienti sarà automatica e avverrà ogni tre anni.

Per i precari l’accordo prevede un nuovo aumento contributivo del 3% in tre anni. L’aumento dei contributi sui lavoratori parasubordinati di fatto si tradurrà, nella maggior parte dei casi, in un aggravio per il lavoratore, dato che non esistono minimi salariali.

C’è un impegno a garantire che dal 2030 le pensioni degli attuali giovani siano pari al 60% dell’ultimo stipendio ma non si dice come, in compenso c’è una postilla che recita:”facendo salvo l’equilibrio finanziario dell’attuale sistema pensionistico.”

La legge 30 di fatto è confermata. Il lavoro a progetto non viene abolito, resterà ancora utilizzabile almeno per tre anni per pagare quasi la metà della riforma sulle pensioni. I contratti a termine invece vengono ulteriormente peggiorati. Potranno essere prolungati anche oltre i 36 mesi.

Gli straordinari saranno meno cari per le aziende. Un danno per l’occupazione, che incentiva gli incidenti sul lavoro e danneggia l’Inps.

Gli argomenti inconsistenti con cui cercano di difendere l’accordo e il tentativo di limitare il dissenso con ogni mezzo sono una dimostrazione di debolezza. Debolezza che giorno dopo giorno diventa più difficile da nascondere. A tal punto che Epifani lunedì scorso in un’intervista a La Repubblica ha dovuto ammettere che l’unico motivo per cui i lavoratori devono votare Sì è che altrimenti cade il governo. Cosa che ha successivamente smentito ma che i fatti di questi mesi continuano a confermare. Il vertice della Cgil si è fatto carico di sostenere il Governo Prodi a qualunque costo. Esattamente quanto successo con la finanziaria dello scorso anno che regalò miliardi di euro ai padroni. Difesa che costò ai segretari di Cgil, Cisl e Uil la prima importante contestazione a Mirafiori.

L’opposizione che è emersa in queste settimane probabilmente non sarà sufficiente a far vincere il No, a causa dei mille intrighi a cui i sostenitori del Sì stanno ricorrendo. Il lavoro da fare è ancora tanto, molti sono ancora i luoghi di lavoro da coprire coi volantini e le assemblee, tanti sono i seggi dove molti compagni cercheranno di esercitare un minimo di controllo sulle urne.

Tuttavia, indipendentemente dal risultato che verrà reso noto all’alba di giovedì, in questa campagna per il No è successo un fatto importante. Tra i lavoratori, gli attivisti sindacali non è emersa solo rabbia per l’ennesimo accordo a perdere ma anche un primo vero tentativo di opporsi alle politiche concertative del gruppo dirigente. Il nostro compito come attivisti della sinistra sindacale, della Rete 28 aprile è quello di lavorare nei prossimi mesi per organizzare questo dissenso e lottare per un sindacato che difenda con le lotte gli interessi dei lavoratori.

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