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Giovedì 11 ottobre sono stati resi noti i risultati della consultazione nei luoghi di lavoro sugli accordi firmati da Governo, Sindacati e Confindustria lo scorso 23 luglio. I dati ufficiali dicono che hanno votato 5 milioni tra lavoratori e pensionati. Di questi l’81,5% si è espresso per il Sì al protocollo. Un risultato che a prima vista non ammette repliche. Ma si tratta veramente di una vittoria per i lavoratori?

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La campagna referendaria è stata segnata in primo luogo da una grande ingiustizia, ai sostenitori del No è stato negato il diritto di presentare ai lavoratori le proprie opinioni. I sostenitori del Sì hanno potuto usufruire di tutti gli spazi possibili ed immaginabili, anche la pubblicità a tutta pagina sui principali quotidiani nazionali. Non soddisfatti di ciò sono andati nelle assemblee a raccontare cose molto lontane dalla realtà contenuta nell’accordo (a riprova di ciò basta leggere il volantone a sostegno del Sì), ma non contenti di questo hanno utilizzato lo spauracchio che se il Sì non avesse vinto il paese sarebbe precipitato nel baratro.

Per non parlare delle modalità di votazione fuori dalle aziende, in troppi casi a dir poco discutibili.

Inoltre per quale motivo un accordo che riguarda i lavoratori attivi deve essere sottoposto al voto dei pensionati? Il misero aumento di 30 euro al mese ottenuto nel protocollo era già stato stanziato con un decreto legge a inizio agosto. Il referendum nulla aveva a che fare con questo, al di la di quello che può aver sostenuto qualche zelante funzionario. Eppure nella consultazione i pensionati hanno avuto un peso sproporzionato e per certi versi decisivo.

È un fatto che la controriforma delle pensioni che sostituirà quella di Maroni dal 2009 sarà perfettamente uguale ad essa e dal 2013 sarà addirittura peggiore. Come è un fatto che prima chi andava in pensione a 65 anni non aveva le finestre e ora ce le ha, e che i coefficienti per calcolare le pensioni sono peggiorati. Gli straordinari costeranno di meno ai padroni, la legge 30 è stata sostanzialmente mantenuta, tutte cose contro le quali avevamo scioperato non molti anni fa quando Berlusconi le aveva instaurate, e che ora invece vanno bene perché al governo c’è Prodi.

Non si tratta quindi di una vittoria ma di una sconfitta. Le condizioni di vita e di lavoro di tutti, lavoratori stabili e precari, vecchi e giovani, donne e uomini saranno peggiori e per giunta il Governo e i padroni si sentiranno autorizzati a chiedere ancora di più.

Ma anche se di sconfitta si tratta, se si guarda il risultato da un’altra angolazione, quella dell’industria e in particolare della grande fabbrica, allora il bilancio della consultazione cambia e ci fa essere ottimisti per il futuro.

I No sono stati circa un milione, concentrati in particolare in quelle grandi fabbriche dove le assemblee si sono fatte, e dove nonostante si sia cercato di limitare al minimo il contraddittorio, c’è stato un confronto vero. Il No ha tendenzialmente prevalso nei luoghi dove più forte è la tradizione di lotta e l’organizzazione dei lavoratori.

Moltissime grandi fabbriche dal nord al sud del paese hanno bocciato l’accordo, tra cui la Fiat di Mirafiori, quella di Melfi e Termini Imerese, la Ferrari e la Maserati di Modena, l’Iveco di Brescia, l’Alenia di Pomigliano, l’Ansaldo di Napoli, l’Atm di Milano, la Same di Bergamo, la Ducati, la Minarelli e la Magneti Marelli di Bologna, l’ST Microeletronics di Catania, il call center Atesia di Roma.

Per noi l’importanza del No espresso in queste aziende ha un significato strategico. È dai lavoratori e dai delegati impegnati per il No in questa consultazione che bisogna ripartire per rilanciare un sindacalismo combattivo e di classe, che difenda realmente gli interessi di chi lavora.

La consultazione è finita. In queste settimane ci siamo spesi perché i No prendessero più voti possibili consapevoli che una posizione come quella dell’astensione contribuiva solo alla passività facendo il gioco delle burocrazie sindacali.

Ora bisogna guardare avanti perché gli accordi di luglio a questo punto diventano legge. La possibilità che in parlamento vengano fatti degli emendamenti migliorativi è una pura illusione, tutt'al più ci sarà un po' di "cipria", pcome provocatoriamente ha detto Dini.

Solo l’organizzazione, la mobilitazione e la lotta possono permetterci di cambiare le cose.

Il primo passo è la manifestazione del 20 ottobre a Roma. Per combattere l’apatia e lo sconforto che i dirigenti del neonato Partito democratico e del sindacato cercano di seminare tra i lavoratori e per rilanciare una nuova stagione di conflitto sociale.

Per questo saremo a Roma il 20 ottobre, per questo ti proponiamo di aderire all’appello promosso da decine di delegati e lavoratori in calce riportato.

Paolo Brini (Comitato Centrale della Fiom-Cgil)
Paolo Grassi (Coordinamento nazionale Rete 28 aprile-sinistra Cgil)

Un appello per l'adesione alla manifestazione del 20 ottobre

 

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