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Il 23 luglio è stato firmato tra governo, sindacati e Confindustria, il nuovo protocollo su previdenza e mercato del lavoro.

Un accordo che peggiora ulteriormente le condizioni di tutti i lavoratori, giovani o vecchi che siano, donne e precari. Sostituisce lo “scalone” Maroni con gli “scalini” Damiano, lascia invariata la legge 30, peggiora le condizioni dei contratti a tempo determinato, incentiva i padroni a utilizzare in modo più massiccio gli straordinari, prosegue nello smantellamento dei contratti nazionali.

Il ministro del tesoro Padoa Schioppa e il padrone di Confindustria Montezemolo l’avevano detto, “la nuova riforma deve essere fatta a costo zero”, ovvero che quello che si risparmiava con la controriforma Maroni doveva essere risparmiato anche con la nuova controriforma e così è stato, in sfregio a quei lavoratori che in questi mesi si erano mobilitati per chiedere l’abrogazione della controriforma Maroni senza scambi.

Altro che risarcimento sociale: dei 10 miliardi di maggiori entrate dalle tasse, in gran parte soldi pagati dai lavoratori dipendenti, solo uno e mezzo viene usato per aumentare le pensioni basse e l’indennità di disoccupazione. Una redistribuzione iniqua visto che questi soldi dovranno essere ridistribuiti tra circa 7 milioni di pensionati. Circa 3 milioni vedranno aumentare le proprie pensioni di 29 euro al mese; arriveranno così all’esorbitante cifra di 580 euro al mese le pensioni di 290mila pensionati che prendono quella assistenziale, mentre circa 3.700.000 vedranno le proprie pensioni indicizzate, chi al 100% chi solo in parte.

In cambio il nuovo accordo sulle pensioni non abolisce lo scalone ma semplicemente lo sostituisce con una serie di quote e scalini che alla fine porterà nel 2013 all’età pensionabile di 61 anni con 36 di contributi.

Viene confermata la riduzione, da quattro a due, delle finestre per l’uscita dal lavoro (gennaio e luglio, le quattro finestre rimarranno solo per i lavoratori che hanno accumulato 40 anni di contributi) a patto di aver maturato i requisiti da almeno 6 mesi al momento della finestra. Dal luglio 2009 i lavoratori dipendenti potranno andare in pensione se la somma tra età anagrafica e anni di contributi sarà pari a 95 con almeno 59 anni di età. Dal primo gennaio 2011 la quota passa a 96 (con almeno 60 anni di età) mentre dal primo gennaio 2013 la quota diventa 97 (età minima 61 anni).

In pratica la riforma posticipa di 18 mesi gli effetti negativi della legge Maroni, e la peggiora dal gennaio del 2013. L’altro paradosso è che se da un lato si introducono nuovamente le quattro finestre d’uscita per le pensioni d’anzianità per chi ha 40 anni di contributi, queste vengono pagate con l’introduzione di due finestre per le pensioni di vecchiaia, cosa fino ad oggi mai applicata. Attraverso le pensioni di vecchiaia, cioè quelle più basse, si rastrellano le risorse per compensare quelle di anzianità. Ciò significa anche che non solo gli uomini a 65 anni, ma anche le donne a 60 anni, diversamente da oggi, dovranno attendere minimo qualche mese (fino a un anno nel caso peggiore) prima di ricevere la pensione di vecchiaia.


Lavori usuranti


Si dà molta enfasi al fatto che finalmente dopo dodici anni dalla controriforma Dini i lavori usuranti saranno esclusi dall’aumento dell’età pensionabile. Lavoratori impegnati nelle attività previste dal decreto Salvi del 1999 (come quelli che lavorano nelle miniere e nelle cave), ma anche quelli impegnati sulla catena di montaggio e gli addetti a produzione di serie, notturni o conducenti di mezzi pesanti. Il governo calcola che si tratti di 1,4 milioni di lavoratori complessivi pari a circa 5mila uscite l’anno.

Ma anche qui tutto è a discrezione. In primo luogo non è vero che saranno esclusi dalla riforma. Infatti l’accordo dice esplicitamente che avranno il diritto ad andare in pensione con il requisito anagrafico ridotto di tre anni rispetto a quello previsto (sempre con requisito minimo di 57 anni). Quindi quando nel 2013 l’età pensionabile sarà di 61 anni vedranno la propria età pensionabile alzarsi di un anno.

L’accordo prevede che ogni anno verranno utilizzati 250 milioni di euro per permettere il pensionamento di circa 5mila lavoratori. Il problema però è che secondo le stime dell’Inps i lavoratori che avrebbero diritto ad accedervi ogni anno potrebbero essere molti di più. Si calcola che ogni anno vanno in pensione di anzianità in media 100mila lavoratori, di questi circa l’8% fanno parte delle categorie ritenute usuranti. L’8% sono 8mila pensionati l’anno per lavori usuranti. Cosa succederà in questo caso? Si faranno delle liste di attesa?

La definizione di usurante poi è discrezionale, per esempio sono esclusi i lavoratori edili. Chi può sostenere che fare il muratore non sia un lavoro pesante? E ancora: sono compresi i lavoratori notturni a patto che facciano almeno 80 notti all’anno. Un lavoratore che fa i tre turni nell’arco dei 5 giorni della settimana fa parte o no di questa categoria? Probabilmente no, dato che i giorni lavorativi in un anno sono in media 220 e che quindi le notti sono in un anno mediamente 74. Questi sono solo alcuni esempi che possono dare un idea del fatto che la discussione sui lavori usuranti inevitabilmente apre una dinamica di frantumazione e contrapposizione fra i lavoratori, non certo di ricomposizione sociale come ha sostenuto qualche dirigente del Prc. Senza considerare che la discussione sui lavori usuranti era nata con l’obbiettivo di scalare qualche anno ai lavoratori adibiti alle mansioni più pesanti, non come merce di scambio per nuovi peggioramenti del sistema previdenziale. Anche in questo caso le risorse necessarie vengono prelevate dai risparmi ottenuti sulle pensioni di vecchiaia.


Coefficienti ancora a rischio


Viene presentato come una vittoria il fatto che non sono stati toccati i coefficienti. Ma in verità il peggioramento dei coefficienti c’è e la sua entrata in vigore è solo rinviata di tre anni. Entro il dicembre del 2008 una commissione apposita farà i conti su quanto dovrebbero essere ridotti i coefficienti per non aggravare la spesa pensionistica. La riduzione dei coefficienti dovrebbe tagliare di un 6-8% le pensioni dal 2010. Dal 2013 poi la revisione dei coefficienti sarà automatica e avverrà ogni tre anni (la controriforma Dini prevedeva la revisione ogni dieci anni).

In ogni capitolo dell’accordo è inserita una clausola che sottolinea che i conti devono mantenere un equilibrio e una compatibilità finanziaria. È già previsto nell’accordo che nel caso venga meno questo equilibrio ci sarà nel 2011 un nuovo aumento dei contributi di tutti i lavoratori, dipendenti, parasubordinati e autonomi di un ulteriore 0,09% per far quadrare i conti.

Va ricordato che con l’ultima finanziaria i lavoratori dipendenti hanno avuto un aumento dello 0,30% dei loro contributi previdenziali in busta paga, pari un miliardo di euro all’anno in più per l’Inps. Ma l’accordo ci dice che questi soldi non sono serviti né per passare dallo scalone Maroni agli scalini Damiano, né per i lavori usuranti o le pensioni basse.

Giovani e precari


Alla faccia dei fiumi di retorica ipocrita spesi sui giovani e sui precari, saranno proprio loro a subire le ricadute di questo accordo. Per quanto riguarda i parasubordinati l’accordo prevede un nuovo aumento contributivo del 3% in tre anni. L’aumento dei contributi sui lavoratori parasubordinati di fatto si tradurrà, nella maggior parte dei casi, in un aggravio per il lavoratore, dato che la retribuzione non è vincolata da contratti nazionali e non sono previsti minimi salariali. C’è l’impegno di congiungere i contributi versati a vario titolo nelle varie casse, cosa oggi non prevista, ma non viene risolto in nessun modo il problema che essere lavoratori parasubordinati significa non avere nella pratica il diritto a maturare una pensione pubblica.

Si è fatto anche un gran parlare delle migliori condizioni con cui potranno essere riscattati gli anni spesi per conquistare una laurea mentre ogni anno che passa l’accesso all’università diventa più difficile e costoso e terminare i corsi diventa sempre più un privilego accessibile solo a caro prezzo.

Vi è poi un impegno a garantire che dal 2030 le pensioni degli attuali giovani siano pari al 60% dell’ultimo stipendio, mentre con la controriforma Dini si andrebbe in pensione col 40-50%. Questo traguardo sarebbe raggiungibile, secondo il governo, agendo su tre parametri: gli anni di contribuzione e l’aspettativa di vita, i contributi figurativi e il riscatto della laurea.

Peccato che il paragrafo in questione non dia nulla per certo, usa il condizionale e anche qui inserisce una postilla finale che recita: facendo salvo l’equilibrio finanziario dell’attuale sistema pensionistico.

Anche l’argomento che si è tenuto sulle pensioni di vecchiaia delle donne è discutibile. Se è vero che le pensioni di vecchiaia restano a 60 anni (mentre la Bonino e altri esponenti del governo volevano portarla a 65) l’altra faccia della medaglia è che per accedere alla pensione di anzianità dal 2013 saranno necessari 61 anni oltre a dover attendere, come già detto, l’apertura di una “finestra” d’uscita che fino ad oggi non esisteva.

Ma non è finita qui. L’accordo affronta anche la questione del lavoro precario e la contrattazione. La legge 30 nei fatti rimane confermata. Viene abrogato il Job on call (il lavoro a chiamata) ma non lo Staff

leasing (subappalto di manodopera). Al posto del lavoro a chiamata si sta già pensando a una qualche nuova forma di part-time che risponda alle esigenze di attività di breve durata. Non cambiano né il lavoro somministrato (quelli che una volta erano

chiamati interinali), né i contratti di inserimento. Il lavoro a progetto non viene abolito, resterà ancora utilizzabile almeno per tre anni per pagare quasi la metà della riforma sulle pensioni. L’aumento di un punto ogni anno dell’aliquota contributiva sul lavoro parasubordinato per tre anni farà recuperare 4,3 miliardi di euro.

I contratti a termine invece vengono ulteriormente peggiorati. Alla scadenza di 36 mesi di lavoro nella stessa mansione e per lo stesso datore di lavoro, anche non continuativi (un periodo di tempo che dunque può arrivare anche a diversi anni), possono essere ulteriormente prolungati. Sarà sufficiente trovare una sigla sindacale compiacente disposta a sottoscrivere il prolungamento del contratto a termine alla Direzione provinciale del lavoro, senza neppure l’obbligo di rispettare una qualche causale.

Saranno detassati i contratti di secondo livello e i premi di risultato, e la detassazione andrà in gran parte a favore delle aziende. Queste misure non sono altro che un tentativo di ulteriore svilimento del Contratto nazionale, proprio nel momento in cui categorie come quella dei metalmeccanici si apprestano ad aprire il conflitto per rinnovarlo.

Gli straordinari saranno meno cari per le aziende. L’accordo prevede l’abolizione della contribuzione aggiuntiva introdotta nel 1995, un incentivo per le aziende ad aumentare l’orario di lavoro che si ripercuoterà negativamente su possibili nuove assunzioni, alla faccia della lotta alla disoccupazione. Altro regalo indiretto ai padroni è la decontribuzione del salario contrattato al secondo livello (cioè aziendale). Gli sgravi riguardano solo la parte variabile di questi premi, escludendo le quote fisse o garantite. In soldoni significa che il governo incentiva i padroni a firmare solo accordi con cifre variabili. Accordi di cui oggi usufruiscono poco più di un terzo dei lavoratori. Considerando che invece il salario contrattuale non è stato toccato (quello che riguarda il tutti i lavoratori) è chiaro il tentativo di indebolire la contrattazione nazionale.


Respingere l’accordo


Un accordo da respingere da cima a fondo che ha visto all’interno della stessa Cgil un dibattito acceso. Le vicende sono ormai più che note. Il direttivo nazionale della Cgil svoltosi subito dopo la firma del protocollo ha visto per la prima volta da tempo un documento contrario all’accordo sostenuto da circa il 25 per cento dei componenti.

Il segretario nazionale della Cgil dichiara inizialmente di firmare solo per senso di responsabilità, ovvero per non essere la causa della caduta del governo Prodi, per poi definirlo un buon accordo a settembre con l’avvicinarsi della consultazione tra i lavoratori.

Vengono poi la bocciatura dell’accordo a fine luglio da parte del direttivo provinciale della Cgil di Brescia allargato ai delegati e da ultimo il No all’accordo da parte della Fiom.

Tra il 17 settembre e il 6 ottobre si svolgeranno le assemblee nei luoghi di lavoro per presentare l’accordo ai lavoratori, poi dall’8 al 10 ottobre ci sarà il referendum sul quale verrà chiesto ai lavoratori e i pensionati di esprimersi con un Sì o un No.

La battaglia per il No sarà in salita. I dirigenti sindacali non vogliono né un vero dibattito, né un voto libero. Non viene riconosciuto alcun diritto per i sostenitori del No ad andare nelle fabbriche a spiegare le proprie ragioni. È già pronta la campagna ricattatoria: se votate no, votate anche contro i pensionati che non riceveranno gli aumenti della minima. Se votate contro, cade il governo e si torna a Berlusconi. Se votate contro vi tenete lo scalone Maroni. E così via all’infinito.

Si porteranno a votare pensionati e precari in forme e modalità non accertabili. È già partita la campagna intimidatoria contro delegati e funzionari “sospettati” di simpatizzare per le ragioni del no.

Il gruppo dirigente del Prc promette di lottare per modificare l’accordo in parlamento e si limita a criticarlo, ma senza fare appello diretto a votare No nel referendum. Questa posizione è ipocrita e fallimentare al tempo stesso. Un partito comunista deve dire No innanzitutto nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro, altrimenti tutto il resto sarà solo cretinismo parlamentare.

Tutto questo rende più arduo il nostro compito, ma non deve fermarci. Una campagna decisa e ben organizzata per il No, al di là del risultato che emergerà, è decisiva per intercettare e organizzare il grande malcontento che c’è nei luoghi di lavoro. I fischi di Mirafiori dello scorso autunno e gli scioperi con i quali nei mesi precedenti alla firma tante fabbriche hanno tentato di far sentire la loro voce devono tramutarsi non solo in voti contrari, ma in una campagna organizzata che punti a creare legami più forti e stabili fra tutti i lavoratori e i delegati che si opporrano, per preparare le battaglie successve.

È importante organizzare da subito assemblee, coordinamenti di lavoratori e delegati che contribuiscano a rilanciare quella mobilitazione che solo parzialmente si è realizzata a giugno. Solo una mobilitazione estesa può creare le premesse per una messa in discussione dell’accordo e rompere l’accerchiamento con cui il governo e i vertici sindacali vorrebbero seppellire ogni opposizione nei luoghi di lavoro.

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