20 referendum per un massacro sociale - Falcemartello

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20 referendum per un massacro sociale

I venti quesiti dei radicali, e in particolare gli 11 legati a questioni economiche e sindacali, rappresentano il concentrato dei desideri dei padroni, i quali non a caso hanno accordato alla campagna un significativo sostegno finanziario: si parla di 20 miliardi spesi fino ad ora per la pubblicità e per l’affitto di 2mila lavoratori interinali necessari per portare a buon fine la raccolta di firme. Si tratta di un attacco a 360 gradi che mira a dividere tutti i lavoratori senza risparmiare nessuno.

Ecco a cosa mirano questi referendum:

Libertà completa di licenziamento

Sicuramente il più significativo dei quesiti è quello che chiede l’abrogazione dell’articolo 18 della legge 300 (statuto dei lavoratori), da anni obbiettivo dei padroni, l’abrogazione di questo articolo in parole semplici significa la giusta causa di cui ha bisogno il padrone che licenzia un lavoratore, estendendo a tutte le aziende la totale libertà di licenziamento che già esiste nelle imprese con meno di 15 dipendenti.

Flessibilità e precarizzazione completa

Ben quattro dei quesiti proposti vanno nella direzione di aumentare ulteriormente, la quantità di strumenti flessibili e di assunzioni precarie che già gli imprenditori hanno a disposizione. Propongono di dare la possibilità ai padroni di assumere i lavoratori quanti e per quanto tempo vogliono superando quelle normative a riguardo che avevano lo scopo di controllare i contratti di questo tipo.

Pretendono di avere totale libertà nell’utilizzo del part time con lo scopo di imporre le esigenze aziendali a prescindere dai reali bisogni dei lavoratori e delle loro famiglie, escludendoli di fatto dalla contrattazione collettiva. In questa direzione va anche la richiesta di abrogare le norme che limitano il lavoro a domicilio permettendo alle aziende di estendere tale utilizzo a ogni mansione esasperando cosi la flessibilità e puntando a reinstaurare il cottimo.

E per finire in bellezza vogliono la liberalizzazione del collocamento privato, avere cioè la possibilità di imporre le assunzioni dei lavoratori con una selezione ancora più arbitraria e discriminatoria di quella che gia c’è ora. Le agenzie interinali che già esistono (grazie al governo Prodi) sono agenzie che selezionano i lavoratori per le aziende non solo rispondendo a criteri di professionalità, ma anche di sottomissione. Il lavoratore in affitto (che già esisteva con l’abbondante utilizzo delle cooperative) non può unirsi alle eventuali richieste dei lavoratori nella stessa azienda senza essere scaricato dall’agenzia.

Previdenza e contributi

Non potevano mancare le pensioni in questi referendum. Dopo le controriforme di Amato e Dini, dopo i ritocchi peggiorativi di Prodi, ora Bonino e Pannella si ripropongono di fare quello che non è riuscito a portare a termine Berlusconi, grazie alla mobilitazione di milioni di lavoratori, con il suo governo nell’autunno del 1994. Il quesito in questione infatti chiede di abrogare le pensioni di anzianità portando da subito a 57 anni di età e 40 di contributi i requisiti minimi per la pensione.

Propongono di eliminare l’obbligo per le aziende di assicurare i propri dipendenti all’Inail contro gli infortuni, rivendicando la libertà di poter scegliere istituti privati. Libertà di scelta in questo caso, significa dare alle aziende ulteriori opportunità di sfuggire ai controlli e avere totale libertà di decidere cosa è pericoloso per i lavoratori e cosa no. In un paese dove ci sono oltre 1200 morti all’anno e oltre 800mila infortuni, quello che avremmo bisogno non è aumentare gli spazi di manovra dei padroni, ma caso mai aumentare realmente il potere dei lavoratori nel controllare e prevenire i lavori pericolosi.

A questi referendum se ne aggiungono altri che vanno contro gli interessi dei lavoratori, come la proposta di versare ai lavoratori tutto il proprio stipendio comprese le trattenute, in modo che poi sia il lavoratore a pagarsi autonomamente i contributi, piuttosto che quello di abrogare la sanità pubblica dando a tutti la possibilità di scegliersi l’ente che più gli aggrada. Dietro lo specchietto per le allodole di avere più soldi in busta paga si nasconde la totale distruzione dello Stato sociale, poiché questi soldi prenderebbero immediatamente la strada di fondi privati per pensioni, assicurazioni, sanità, ecc., fondi che non garantirebbero affatto delle tutele decenti per tutti. Sarebbe l’applicazione del modello Usa, dove decine di milioni di persone non hanno servizi sociali, e dove un ammalato viene trattato differentemente a seconda del tipo di assicurazione che ha scelto.

Difendere il sindacato, ma come?

Un discorso a parte meritano i referendum che taglierebbero i finanziamenti pubblici ai patronati sindacali, strutture che oggi offrono servizi come la dichiarazione dei redditi, o il controllo dei versamenti Inps.

Noi crediamo che questi finanziamenti abbiano contribuito alla burocratizzazione del sindacato, sia per motivi economici (dipendenza dai soldi pubblici), sia perché orientano sempre di più la struttura sindacale, a partire dai delegati Rsu, a compiti di servizio distogliendoli dal compito di organizzare i lavoratori. Tuttavia, anche qui è decisivo il contesto del referendum.

I radicali puntano a strumentalizzare la sfiducia dei lavoratori verso l’apparato sindacale per poter nascondere il vero contenuto dei loro referendum, che come abbiamo visto rappresentano un vero e proprio massacro sociale.

Non intendiamo affatto chiudere gli occhi sul funzionamento burocratico del sindacato, e neppure sugli abusi che possono verificarsi in settori come i patronati che sono sottratti a un reale controllo degli iscritti e dei lavoratori. Tuttavia qui c’è in gioco tutt’altro.

Non basta dire che è sbagliato che il sindacato dipenda finanziariamente dallo Stato. Questo è uno dei tanti aspetti della crisi e della involuzione dei sindacati in questi anni, ma l’unico modo per combatterlo è con la partecipazione cosciente dei lavoratori alla vita sindacale e con una battaglia per la democrazia interna e contro la concertazione. Questa battaglia non può avere niente in comune con dei referendum che dietro alla demagogia sul finanziamento a Cgil-Cisl-Uil nasconde il suo vero obiettivo che è quello di distruggere il sindacato nel suo insieme.

Purtroppo i nostri dirigenti stanno affrontando il problema nel modo più sbagliato, sperano che i radicali non riescano a raccogliere le firme necessarie perché i referendum vengano posti a consultazione. E mentre aspettano la fine di settembre (scadenza ultima per raccogliere le firme) tranne poche e brevi dichiarazioni preferiscono non parlarne facendo la politica degli struzzi.

Del resto è necessario dire che a preparare il terreno a questa offensiva sono stati anzitutto i nostri dirigenti sindacali e i governi di Prodi prima e D’Alema ora. Se i padroni oggi si sentono più forti e credono seriamente di poter ottenere ciò che per anni hanno sognato è anche colpa loro.

Ci può essere la tentazione fra una parte dei lavoratori di dire "lasciamo che i vari Cofferati e D’Antoni se la sbrighino da soli, visto che non sono stati capaci di difenderci seriamente in questi anni". Per quanto comprensibile, dobbiamo combattere questo stato d’animo, non con appelli generici o sentimentali alla difesa dal sindacato, ma con una chiara campagna politica che ruoti attorno a un concetto molto semplice: difendiamo oggi il sindacato per poter guadagnare forza e rimettere in discussione la sua politica e i suoi gruppi dirigenti.

Proprio per questo tutti i delegati, gli iscritti e i lavoratori che vogliono un sindacato democratico e combattivo hanno il massimo interesse a che la lotta contro i referendum si trasformi in una mobilitazione di massa. Per fare questo dobbiamo batterci non solo contro i radicali e gli interessi che rappresentano, ma anche contro i vertici sindacali che stanno seduti in poltrona mentre vengono minacciati i diritti fondamentali dei lavoratori, e mentre dicono "no" alla Bonino sono loro i primi a proporre assieme al governo D’Alema altra flessibilità, altre privatizzazioni, altre attacchi alle pensioni e altri cedimenti sullo stato sociale.