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35 ore per l'occupazione!

 

 

Il coro contro l’accordo fra governo e Rifondazione, che prevede l’introduzione per legge delle 35 ore a partire dal 2001 sta raggiungendo il suo apice.

Si dice tutto e il contrario di tutto, l’importante è sparare contro le 35 ore.

L’argomento più popolare suona molto semplice: se si introducono le 35 ore migliaia di imprese finiranno fuori mercato e dovranno chiudere. Inoltre sono gli stessi lavoratori che vogliono lavorare di più e chiedono di fare straordinari, così se si facesse la legge sarebbero i lavoratori stessi a perderci. Questo argomento non è esattamente nuovo: non meno di 140 anni fa, gli economisti inglesi tuonavano contro la legge che istituiva la giornata lavorativa di dieci ore, "dimostrando" con argomenti "scientifici" che i capitalisti ottenevano i loro profitti precisamente a partire dall’undicesima ora di lavoro, e che quindi la giornata di dieci ore avrebbe significato la fine dei profitti e la rovina dell’economia. Purtroppo questo argomento va per la maggiore anche fra i dirigenti dei sindacati confederali, che si scagliano contro la legge e propongono che invece si riduca l’orario di lavoro attraverso la contrattazione, cioè solo dove i padroni (secondo loro) possono permetterselo. Vale la pena di notare che se i predecessori di Cofferati e D’Antoni avessero usato i loro stessi criteri negli ultimi due secoli, avremmo ancora la giornata lavorativa di 14 ore e i bambini nelle fabbriche.

Poiché i padroni in genere guardano più alla quantità che alla qualità, sugli stessi giornali in cui si riversa questa propaganda capita alle volte di leggere l’esatto contrario.

Scopriamo così che la legge sulle 35 ore non servirebbe perché in realtà moltissimi lavoratori lavorano già per contratto orari di poco superiori, di 36 o 37 ore settimanali. Il ragionamento è l’opposto, ma la conclusione è identica: la legge non si deve fare.

Questa propaganda nasconde in realtà una serie di fatti fondamentali, e cioè che le riduzioni d’orario contenute nei contratti aziendali e di categoria, nella maggior parte dei casi si traducono in qualche giorno di ferie in più all’anno, ma non in un reale accorciamento della giornata o della settimana lavorativa; si tace sull’aumento dei cicli continui e del lavoro festivo, che vanificano gli effetti positivi per i lavoratori della riduzione d’orario; inoltre si chiudono gli occhi sulla crescita esponenziale del doppio lavoro (+25,9% dal 1980 al 1996) e dello straordinario, specie quello pagato fuori busta, che sfugge alle statistiche; questi fenomeni vanno collegati a loro volta al calo dei salari reali, che costringe a integrare la paga base coi sistemi più svariati. Qual è il fine di tutta questa propaganda? Non c’è dubbio che la stragrande maggioranza dei capitalisti vorrebbe semplicemente che il governo si scordasse dell’accordo di ottobre e accantonasse ogni proposito di fare la legge. Tuttavia, questi stessi padroni temono che questo metterebbe a rischio la stabilità del governo particolarmente ora che si avvicinano le scadenze di Maastricht.

Si sta facendo così largo l’ipotesi di annacquare il più possibile la legge, tirarla per le lunghe, fare un testo pieno di scappatoie e di aggiramenti, in una parola di svuotare il più possibile di contenuto, renderlo incomprensibile agli stessi lavoratori e aggirare così l’ostacolo che non possono distruggere con un attacco frontale.

È decisivo capire che questa strategia può avere successo. Può riuscire perché si basa su un fatto di importanza decisiva, e cioè il fatto che lavoratori, anche i lavoratori dipendenti "classici", hanno visto negli ultimi 10-15 anni aumentare notevolmente le differenze al loro interno: differenze salariali, di condizioni, di diritti, di orario di lavoro, ecc.

Queste differenze sono la logica conseguenza delle continue capitolazioni dei dirigenti sindacali su tutti i terreni: sempre nelle fasi di arretramento del movimento operaio le condizioni tendono a divaricarsi.

Parallelamente, come è logico, tendono a differenziarsi anche i metodi di organizzazione e di controllo che utilizzano i padroni.

Nelle grandi industrie, particolarmente quelle a più alta intensità di capitale, l’introduzione delle 35 ore (e perfino di meno) potrebbe ad un certo punto diventare un vantaggio per le aziende, se riuscissero ad abbinarla a due altri punti: 1) maggiore utilizzo degli impianti, e quindi un’ulteriore esplosione del lavoro notturno, festivo e dei cicli continui; 2) annualizzazione dell’orario di lavoro, e cioè introduzione di una settimana lavorativa media di 35 ore che sarebbe il risultato di "picchi" lavorativi in cui la settimana sarebbe di 40, 45 e anche 50 ore settimanali, alternati a momenti di "morta" in cui l’orario potrebbe scendere anche a 20-25 ore, con l’ulteriore vantaggio per i padroni di abbattere drasticamente il costo degli straordinari e della cassa integrazione. Il tutto, magari, condito da incentivi statali per compensare queste aziende così "progressiste". In questo contesto la legge sulle 35 ore diventerebbe uno strumento di divisione fra i lavoratori.

A questa strategia è quindi necessario contrapporre una battaglia che trasformi lo slogan generico delle 35 ore in una battaglia unificante che affronti tutti i temi decisivi nella vita dei lavoratori dei prossimi decenni.

Il primo punto irrinunciabile deve essere: una legge uguale per tutti.

Questo significa rifiutare la proposta attuale di applicare le 35 ore solo nelle imprese con più di 15 dipendenti, che taglierebbe fuori oltre il 50 per cento dei lavoratori.

In secondo luogo è irrinunciabile la parità di salario, unico mezzo per impedire che le 35 ore portino alla crescita dello straordinario. Anzi, è necessario lottare per abbassare la settimana lavorativa massima di 48 ore fissata dall’Unione europea, e lottare per un massimo legale di ore straordinarie.

Terzo punto: dobbiamo lottare per una effettiva riduzione dell’orario di lavoro settimanale, non per una "media" annuale.

Solo così si potranno aprire degli spazi per nuovi posti di lavoro stabili.

Infine: le 35 ore devono servire ad aumentare l’occupazione. È necessario quindi accompagnare questa rivendicazione con quella di investimenti in lavori di pubblica utilità e con quella del salario ai disoccupati. Solo così la lotta per le 35 ore può diventare una parola d’ordine veramente unificante non solo per i lavoratori, ma anche per i disoccupati, i precari, i giovani in cerca della prima occupazione.

L’accordo di ottobre fra governo e Prc non garantisce nessuno di questi obiettivi, e sarebbe micidiale accontentarsi delle promesse di Prodi. Le condizioni di una mobilitazione su questi obiettivi sono evidentemente tutte da creare, ma le potenzialità ci sono.

La prima condizione, tuttavia, è che il Prc, che ormai è riconosciuto da tutti come il principale difensore delle 35 ore, distolga le proprie energie migliori dalla trattativa col governo e le concentri in una campagna di largo respiro verso il mondo sindacale, a partire dai contratti in cadenza nei prossimi 12 mesi e da quelli che si stanno rinnovando ora, mettendo ovunque al centro della propria battaglia questi obiettivi.

Se non ci sarà questo cambio di fronte, se continueremo a puntare tutte le nostre carte sull’impegno di Prodi a "mantenere la parola data" figuriamoci!), ci troveremo inevitabilmente presi nel fuoco incrociato di Confindustria, vertici sindacali e governo, che avranno gioco facile nel vanificare le promesse fatte in ottobre.

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